LETTURE/ “Muoia Sansone”, l’orgoglio nazionale che ci manca

- Patrizia Ciava

L’unità d’Italia si è compiuta sulla carta, definendone i confini e uniformandone le istituzioni, ma mai nel cuore degli italiani. I risultati li vediamo oggi. PATRIZIA CIAVA

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Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon governo in città, particolare (1338-1340)

Il 1° giugno, mentre al Quirinale il nuovo Governo giurava fedeltà alla Repubblica, alcune centinaia di persone manifestavano in difesa della Costituzione, del Presidente della Repubblica e dell’Europa nell’ambito della mobilitazione organizzata dal Partito democratico con lo slogan “L’Italia chiamò”. 

Una sorta di festa della repubblica privata, per prendere le distanze dal nuovo esecutivo che l’avrebbe celebrata il giorno dopo alla presenza del Capo dello Stato, diventato pochi giorni prima l’emblema della solita lotta tra guelfi e ghibellini, con le due fazioni contraddistinte dall’hashtag #iostoconmattarella e #mattarelladimettiti, come si addice in tempi di social network. 

Da una parte chi invocava addirittura la messa in stato di accusa e l’impeachment del Presidente Mattarella, dall’altra chi lo ringraziava e lo chiamava eroe per aver scongiurato il “pericolo” di avere alla guida del ministero dell’Economia l fino-a-quel-momento-sconosciuto professor Savona. Media, commentatori e simpatizzanti dell’una o dell’altra fazione avallavano le opposte posizioni a seconda della loro tendenza politica, interpretando ciascuno a proprio favore l’ormai famoso art. 92 della Costituzione. Il povero professor Savona, un serio e stimato economista ed accademico, veniva descritto da una parte come un pericoloso sovversivo che ambiva a trascinare l’Italia fuori dall’euro nottetempo, alla chetichella, e dall’altra come il messia che avrebbe riscattato l’Italia dal giogo della dominazione germanica.

Una ragionevole via di mezzo? Non pervenuta. “Basta divisioni, ora serve unità” urlava Martina ai manifestanti riuniti in piazza. Ovviamente si rivolgeva ai membri e simpatizzanti del suo partito, non all’intera nazione.

L’unità d’Italia si è compiuta sulla carta, definendone i confini e uniformandone le istituzioni, ma mai nel cuore degli italiani. Dai tempi in cui Massimo d’Azeglio deplorava la mancanza di un senso di identità e di appartenenza del popolo italiano nessun partito o governo ha mai proposto o studiato una strategia per infonderlo. Molti credono che debba nascere spontaneamente, che si formi autonomamente con il passare degli anni, ma non è così. In tutte le grandi democrazie i cittadini vengono educati e formati fin da piccoli al rispetto della propria patria e dei propri concittadini.

Ogni nazione si costruisce un’immagine con la quale si presenta al mondo e tutti i cittadini sono chiamati a rispettarla e diffonderla. Gli elementi negativi sono nascosti o minimizzati per non inficiare lo sforzo collettivo che investe ogni generazione. 

Questa tecnica è talmente efficace che anche quando aspetti negativi riescono a filtrare attraverso la cortina di protezione messa in atto da istituzioni, media e cittadini, non riescono a scalfire la reputazione autoimposta della nazione. Ad esempio, l’immagine di affidabilità e serietà dei tedeschi non è stata sminuita dagli scandali sulle emissioni e sull’utilizzo di cavie umane, né dalle inchieste sulle tangenti e festini a luci rosse della casa automobilistica tedesca che ha coinvolto politici e l’allora direttore Peter Hartz. La Francia continua ad essere considerata la patria della moda e della buona cucina, benché sia stata di fatto superata in entrambi i settori dall’Italia. La Svizzera è ritenuta un’oasi di tranquillità quando i dati statistici sui crimini violenti ogni mille abitanti superano quelli commessi in Italia. 

Negli altri paesi, il concetto di difesa del “greater good”, il “bene supremo”, cioè la propria patria, è il totem che unisce interessi e forze politiche contrapposte, pronte a scagliarsi come un sol uomo contro qualsiasi aggressione esterna sia essa mediatica, politica, economica o militare.

In Italia, nemmeno gli insulti di Der Spiegel o l’infelice commento del commissario europeo tedesco Gunther Oettinger (che rimane offensivo nella sostanza per quanto sia stato ritrattato dal giornalista che si è attribuito la colpa di aver diffuso un tweet inesatto) sono riusciti a unire il nostro popolo in un sussulto di orgoglio nazionale, e c’è persino chi ha dato ragione al quotidiano tedesco, invitando gli italiani a “farsi un esame di coscienza” . 

D’altra parte, in un articolo successivo lo stesso settimanale tedesco sottolinea che sono i nostri stessi politici a definirsi l’un l’altro corrotti e “scrocconi” e che loro si limitano a ripetere quello che leggono nei nostri giornali.

L’unico aspetto che unisce davvero gli italiani, infatti, siano essi di sinistra, centro, destra o 5 Stelle, è la tendenza a denigrarsi e distruggersi vicendevolmente in una logica di “muoia Sansone con tutti i filistei”. Le campagne denigratorie vengono lanciate da esponenti politici dell’una o l’altra fazione, alimentate dai media e diffuse dai cittadini attraverso i social network, senza nulla concedere alla logica o all’oggettività. Ogni accusa diventa un assioma che non può essere messo in discussione, la fede deve essere totale e assoluta e chi la pensa diversamente è semplicemente un povero ignorante che non ha avuto accesso alla “Verità”. Ciascuno ritiene che la ragione stia dalla parte della fazione cui appartiene e che gli unici risultati elettorali apprezzabili siano quelli che la premiano. 

Ovviamente, è l’intero paese ad uscire annientato da questa macchina del fango che finisce per colpire tutti prima o poi. 

Purtroppo, l’autodistruttività degli italiani è una piaga che non solo rovina l’immagine e la reputazione del nostro paese e dei suoi cittadini, privandoci dell’autorevolezza e del rispetto necessario per trattare ai tavoli internazionali più importanti, ma impedisce soprattutto quella coesione indispensabile per costruire insieme il futuro della nazione.

Ma questo non interessa gli esponenti politici, che inseguono unicamente il proprio vantaggio personale, poiché solo diffondendo l’idea che va tutto male e il paese è in rovina possono proporsi come salvatori della patria. Lo sforzo di ogni opposizione è teso unicamente a delegittimare il governo in carica agli occhi degli elettori, e del mondo intero, nella speranza di aggiudicarsi la vittoria alla tornata elettorale successiva. 

La stampa, d’altra parte, approfitta dell’atavica diffidenza degli italiani verso la classe politica, della loro inclinazione a lamentarsi a e a bearsi di scandali e notizie negative, alimentandole e fomentandole al tempo stesso, senza curarsi degli effetti collaterali di perdita di credibilità dell’intero popolo e dell’intera nazione.   

Fake news, notizie distorte, dati alterati, incompleti e interpretati sempre al ribasso per sminuire il nostro paese e le sue eccellenze, è ciò di cui si nutrono ogni giorno gli italiani. I media tradizionali danno la colpa a internet ma non dimentichiamo che molte notizie false o manipolate nascono dentro i grandi giornali e godono di maggiore credibilità proprio per questo motivo. 

In Italia le divisioni rendono impossibile un’informazione corretta ed equilibrata e senza una corretta informazione la democrazia è mutilata. Il sistema democratico è giusto, perché permette a tutti di far valere la propria volontà, ma è efficace solo le scelte sono basate su dati completi, attendibili e non falsati da ideologie e faziosità.

Questo raccontare continuamente il paese in negativo ha creato oltretutto un complesso di inferiorità verso le altre nazioni, e un profondo senso di depressione e di insicurezza collettivo che rende i cittadini italiani più propensi a farsi incantare da qualsiasi pifferaio magico che prometta di cambiare e rinnovare il paese. 

Invece, è la narrazione che ci viene fatta del paese che dovrebbe cambiare e la ri-unione dell’Italia e degli italiani è l’unico vero rinnovamento che tutti dovremmo auspicare.

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