IL CASO/ Figli di immigrati, italiani come gli altri: la nostra identità fa un passo avanti

- Giorgio Paolucci

“Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica”: la mostra già presentata al Meeting di Rimini arriva a Milano. L’identità arricchita fa bene all’Italia. GIORGIO PAOLUCCI

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Scuola (LaPresse)

L’immigrazione è sempre più argomento divisivo. E sempre più viene affrontata — dai politici, ma non solo — secondo una prospettiva di breve periodo, dimenticando (o facendo finta di dimenticare) che per capire e governare una problematica così complessa e articolata serve uno sguardo lungo, uno sguardo che non si limiti ad “arginare” ma sappia cogliere le sfide e anche le opportunità che questo fenomeno epocale porta con sé. Un esempio? Il mondo delle nuove generazioni, oltre un milione e mezzo di giovani nati in Italia da genitori immigrati, oppure arrivati qui da piccoli e cresciuti in quello che considerano il loro Paese, al di là di quello che è scritto sul passaporto. Sono giovani che fanno i conti con l’eredità trasmessa dai loro padri e nello stesso tempo si misurano con i valori della società italiana. Fanno sintesi tra culture e tradizioni diverse, costruiscono ponti tra le terre di cui sono originari e quella in cui diventano grandi e dove sono destinati a rimanere. 

Una mostra multimediale inaugurata al Meeting di Rimini del 2017 — e che successivamente è stata allestita in decine di città — racconta la loro avventura umana, le fatiche e i successi. Si intitola “Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica”, è già stata presentata a migliaia di studenti — spesso dagli stessi protagonisti dei video che la compongono —, suscitando domande, dialoghi, progetti didattici, facendo nascere amicizie tra persone appartenenti a mondi molto diversi e che si sono scoperte più simili di quanto immaginavano. “Nuove”, non “seconde” generazioni: una provocazione lessicale per sottolineare che non vanno considerate come una mera prosecuzione dei loro genitori migranti, ma come un elemento che segna in qualche modo una rottura, un elemento di novità.

Omenea, una ragazza di origine egiziana, sintetizza in un video lo spirito che anima questi giovani e ciò che li differenzia dalle famiglie di origine: “I nostri genitori hanno avuto il problema di entrare nella società italiana, noi vogliamo dimostrare che possiamo contribuire a migliorarla”. Proprio così: non devono “entrare”, sono già dentro una società che sentono come qualcosa a cui appartengono e che appartiene anche a loro, e desiderano viverci da protagonisti. 

Dal 30 settembre al 7 ottobre la mostra viene allestita a Milano, presso Palazzo dei Giureconsulti (Piazza Mercanti 2, ingresso libero dalle 9 alle 18, visite guidate per le scuole, tel. 027723222, segreteria@aclimilano.com, info: FB Nuove generazioni) L’iniziativa è promossa da un cartello di associazioni impegnate sul fronte dell’integrazione: Acli Milano, Avsi, Azione Cattolica ambrosiana, Agesci Zona Milano, Avsi, Centro Culturale di Milano, Comunità di Sant’Egidio, Comunità di vita cristiana-Lms, Fondazione Progetto Arca, Legio Mariae, Meeting per l’amicizia fra i popoli, Portofranco, ed è patrocinato dal Comune e dall’Arcidiocesi di Milano. Nella settimana di esposizione sono in programma due convegni per raccontare le iniziative in atto nel mondo della scuola (nel territorio milanese gli studenti stranieri sono 57mila su un totale di 300mila) e alcuni percorsi di successo di cui sono protagonisti i giovani delle nuove generazioni in ambito lavorativo, artistico e sociale. Niente buonismi, ma un tentativo di uscire da una narrazione ansiogena e sensazionalistica dei temi legati alle migrazioni, mettendo sotto i riflettori esperienze di costruttività e di protagonismo troppo spesso dimenticate. 

I giovani che si raccontano nei pannelli e nei video della mostra testimoniano che si può fare tesoro dell’eredità trasmessa dai padri e nello stesso tempo costruire un’identità nuova, arricchita dal confronto con la società in cui stanno crescendo. Una “identità arricchita”, alimentata dall’incontro con l’altro e in continuo divenire perché, come scrive il teologo Romano Guardini, “nella monotonia del puro proseguire noi soffocheremmo”. C’è bisogno di gente così, in questa Italia smarrita e divisa. C’è bisogno di persone capaci di testimoniare che prima della diversità c’è una comunanza.

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