SINDACATI E SINISTRA/ Ecco perché Landini non salverà la Cgil dal declino

Davvero Landini rappresenta una discontinuità nella Cgil e una chance di futuro? O piuttosto sarà anche lui un garante della conservazione?

29.01.2019 - Domenico Bilotti
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Maurizio Landini (LaPresse)

L’organizzazione di punta del sindacalismo italiano confederale, la Cgil, ha il suo nuovo segretario: Maurizio Landini, da decenni nel raggruppamento dei metalmeccanici (Fiom). Questa sigla associativa ha tradizionalmente costituito la parte più radicale della galassia sindacale, anche in ragione delle categorie rappresentate: la “classe operaia” delle lotte sociali storiche, della trasformazione industriale e dello scontro politico. Per il vero, Landini ha vissuto anche il suo precedente ruolo confederale nel solco di una bonaria contestazione (la contraddizione in cui è generalmente avvinto tutto il sindacalismo italiano). In tempi di arretramento della sinistra e dei suoi partiti, l’immagine era quella di un ariete rustico, deciso, fattivo; nel concreto delle relazioni sindacali, è stato però un contrattualista puro, uno che ambiva a chiudere sempre il negoziato coi “padroni”, a “portare a casa il risultato”. 

Il sindacalismo degli ultimi quarant’anni ha avuto in fondo questa percepita doppiezza che lo ha spesso delegittimato agli occhi dei suoi stessi sostenitori. Lama sosteneva l’austerità e i governi dell’emergenza alla fine degli anni Settanta. Cofferati, in anni a noi più vicini, sferzava i governi di centrosinistra e difendeva i vecchi recinti del contratto di lavoro; da sindaco di Bologna, fu tenace assertore, invece, di una robusta normalizzazione (stretta su vagabondaggio, questua, occupazioni, migrazioni). 

Landini, ieri l’altro sostenitore della frattura con gli altri sindacati e delle agitazioni antigovernative, era oggi candidato della parte più istituzionale e d’apparato della Cgil, la “burocrazia sindacale” che cerca di amministrare il ruolo sociale dei sindacati anche davanti all’opinione pubblica e nella selezione elettorale della classe politica. 

Il suo competitore non era rappresentativo di visioni più innovative e controculturali del sindacato: Luigi Colla, con un certo consenso tra i pensionati (che sono parte cospicua di tutti i grandi sindacati italiani). Come da tradizione interna, lo sconfitto con onore viene cooptato, da vice, nelle nuove segreterie. 

Succedeva e succede anche nei partiti della sinistra istituzionale e in quelli normalmente più in rapporti col sindacato, in particolar modo con la Cgil: i “secondi” o restano mine vaganti (e rischiano da un momento all’altro di rovesciare il tavolo a proprio utile) o vengono avvicinati, inclusi, precettati. 

Non stupisca che Landini, fino a un recente passato oppositore o persino guastatore sul piano della comunicazione politica, sia oggi recuperato e sposato dalla linea di maggioranza, dall’apparato, dal “corpaccione”. 

Anche questa nevrosi appartiene a quella stessa tradizione, chissà, forse ultimo retaggio (magari il peggiore) del centralismo democratico: individuare il più forte o il più spendibile, convergere verso l’unanimità. Il punto è che è stata questa impostazione a impedire che la strategia sindacale si aggiornasse al mutamento della società. Nella generalità dei casi, il sindacato si è adattato a una difesa peggiorativa e di retroguardia di diritti acquisiti, non riuscendo a innescare cicli positivi (nell’emersione del lavoro nero e nella tutela collettiva delle nuove figure professionali). Anche sul piano tattico, il risultato era preconfezionato nell’oscillazione tra governi amici e governi nemici, con discontinua capacità d’analisi dei cicli internazionali, degli scenari macroeconomici e dei sostanziali effetti microeconomici. Nulla di tutto ciò si è prodotto a livello di massa, rinunciando persino a esplorare le possibilità di un attivo, forte ed evoluto sindacalismo europeo. L’Unione si è limitata in fondo a ossequiare il volto “usato” e più vecchio del sindacalismo, prefigurando un dialogo sociale europeo più simile alle relazioni delle Ong che alla vicinanza ai reali rapporti di lavoro. È stato un sindacalismo convenzionale e contrattuale.

Eppure, proprio un’attenta visione delle dinamiche continentali avrebbe potuto avvertire partiti e governi nazionali dei rischi dati dallo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari (meno tutele, meno spesa, meno provvedimenti). Sono questi processi che hanno svalutato il lavoro facendo in modo che si ricorresse semplicemente alla riduzione dei costi, senza diversificare le competenze ed elaborare gli investimenti.

La crisi delle occupazioni tradizionali e il mancato adeguamento alle nuove figure contrattuali stanno dietro alla Brexit, al populismo dell’Europa occidentale e ai nuovi nazionalismi di quella orientale molto più della moneta unica. L’immobilismo del sindacato italiano e la violenta emorragia dell’integrazione europea sono improvvisamente Davide e Golia che anziché farsi la guerra si specchiano l’uno nell’altro. 

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