LETTURE/ Chiesa, fede e diritti umani, la lezione inevitabile della storia

Il percorso della diatriba tra la cultura dei diritti del cittadino e l’antropologia religiosa, con la sua fede e la sua politica, è stato quanto mai tortuoso e ambivalente

03.01.2019, agg. alle 12:00 - Danilo Zardin
J.-J.-F. Le Barbier, Rappresentazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, particolare (1789)

Nel cuore della modernità, la coscienza cristiana ha dovuto rilegittimarsi davanti alle aspettative di un soggetto umano sempre più tentato di andare per la propria strada e di auto-determinare il proprio destino: le è diventato impossibile vivere di rendita, abbarbicata alle posizioni di forza di una tradizione ridotta spesso a un guscio vuoto, spogliata delle antiche certezze e, prima ancora, di quel consenso diffuso che l’avevano collocata al centro del consorzio sociale.

Uno degli snodi cruciali su cui la fede è stata chiamata a documentare le sue pretese di verità è l’universo dei diritti della persona. Si tratta di una “scoperta” molto recente: la lotta politico-culturale per la loro conquista è esplosa in modo lacerante solo alla fine del Settecento, nel laboratorio utopico della Rivoluzione francese lanciata verso le sue ambizioni di rimodellamento dell’ordine collettivo. Prima, i diritti giacevano in uno stato latente, che non ne consentiva un riconoscimento in termini significativi e ne delimitava in senso penalizzante una reale affermazione sul piano storico.

Il percorso imboccato dalla diatriba tra la cultura dei diritti del cittadino e l’antropologia religiosa intrecciata al senso di dipendenza dell’uomo dal piano divino è stato quanto mai tortuoso e ambivalente. Alla fine si è arrivati a una sintesi di compromesso tra le due prospettive, fondata su una fragile armonia che, difatti, gli esponenti più radicali degli opposti schieramenti continuano ancora oggi a contestare, facendo leva su argomentazioni non sempre pacate e obiettive.

L’asprezza dei toni assunti dalla polemica emerse già con piena evidenza nei momenti iniziali della svolta rivoluzionaria, subito indirizzata verso l’obiettivo di ridiscutere l’assetto su cui poggiava il sistema del vivere tipico dell’Antico Regime cristiano. Un’incisione anonima, apparsa a Parigi nel 1791, rappresentava la nuova Francia nata dalla rivolta contro la monarchia dei Borbone con le fattezze di una donna rivestita da un manto regale, appoggiata a un pilastro su cui appariva trascritta la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, votata dall’Assemblea nazionale costituente nell’agosto di due anni prima e messa in vigore da Luigi XVI nel novembre dello stesso 1789. Ai piedi della scena, clero e nobiltà restano schiacciati dalla vittoria del nuovo corso rivoluzionario, mentre la creatura simbolo della nazione francese respinge i brevi di condanna emanati dal sommo pontefice, vertice della Chiesa di Roma che, legandosi al regime messo sotto accusa, aveva rigettato la Costituzione civile del clero, trascinando nel suo rifiuto i valori di libertà e uguaglianza esaltati come presupposto ideologico del nuovo tipo di controllo imposto dallo Stato sulla Chiesa gallicana.

La propaganda affidata alla guerra delle immagini fa balzare in primo piano la logica dello scontro irriducibile. Eppure, come ricorda Daniele Menozzi in apertura del suo volume Chiesa e diritti umani. Legge naturale e modernità politica dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni (il Mulino, 2012) la promozione in chiave aggressivamente riformatrice dei diritti “dell’uomo e del cittadino” e la loro messa per iscritto in un testo dotato di valore solennemente vincolante non si erano realizzate solo combattendo princìpi teorici e modelli sociali puntellati dalla Chiesa gerarchica, muovendo dall’esterno del suo perimetro intellettuale e dei suoi bastioni di potere, a scopo di assalto demolitore. Anche vescovi e uomini di cultura espressione del ceto ecclesiastico avevano dato il loro contributo all’elaborazione della Dichiarazione del 1789. I rappresentanti del clero gallicano l’avevano approvata con voto unanime in seno all’Assemblea nazionale. E non è certo casuale che, sempre negli anni della prima fase della Rivoluzione, si potessero concepire rappresentazioni simboliche come quella del dipinto di Jean-Jacques-François Le Barbier che insiste sì, ugualmente, sulla virtù rigeneratrice della “Déclaration des droits de l’homme et du citoyen”, collegandola, però, a espliciti segni di rinvio all’universo religioso (l’immagine è parzialmente riprodotta sulla copertina del libro di Menozzi).

Qui vediamo ricomparire una donna incoronata, con il manto gigliato di regina e i colori della bandiera francese, che spezza le catene dell’oppressione tirannica. È un’altra incarnazione della vera Monarchia, riconvertita alle sue funzioni di tutrice benefica in un momento in cui la mitologia del repubblicanesimo giacobino non si era ancora affermata. Ma le sta di fronte una seconda creatura femminile, interpretabile come il “genio” della nazione perché tiene in una mano lo scettro del potere. Solo che lo scettro è puntato verso il triangolo raggiante di luce che racchiude l’occhio dello sguardo divino, dominando la composizione dall’alto: è la classica metafora con cui l’arte cristiana usava da tempo alludere al mistero soprannaturale della Trinità. Il Genio è a sua volta una figura alata, che si dà forma visibile equiparandosi a una creatura angelica. E la forza magnetica che lo scettro assorbe dalla potenza della divinità si trasmette al braccio libero dell’Angelo della nazione, piegato verso il basso per additare con spirito di venerazione il testo sottostante del preambolo della Déclaration.

Si può prendere questa singolare testimonianza figurativa come il timido riconoscimento di un legame di discendenza certamente non esclusivo, ma incisivamente fecondo. Se la Dichiarazione del 1789 è stata figlia di spunti ideologici influenzati da orientamenti maturati in dialettica e, su alcuni fronti, decisamente ostili rispetto al discorso cristiano della prima modernità, è anche vero che l’humus profondo in cui ha potuto attecchire la traduzione in senso politico della dignità della persona, unita alla messa a fuoco del suo patrimonio intangibile di diritti e libertà proiettati nell’arena sociale, coincide con il terreno della civiltà irrorata dai fermenti del proprium cristiano. L’intento polemico e l’impianto rivendicativo della nuova cultura dei diritti entravano in urto con le implicazioni etiche e giuridiche connesse all’unanimismo di una religione condivisa, che identificava sé stessa con la stabilità di una gerarchia politica sacralizzata. L’obbedienza alla superiore verità di un disegno divino inscritto nella natura come dato universale, oggettivamente immodificabile, minacciava di essere scardinata dal primato restituito alla libertà della coscienza: la riaffermazione di una statura umana ultimamente sostenuta dal pilastro biblico-cristiano della creazione dell’uomo “a Sua immagine e somiglianza” si capovolgeva sulle sue basi, screditando le chiusure ideologiche del sistema di pensiero tradizionalista e provocando la reazione difensiva, sempre più rigida e senza vie di uscite, delle autorità preposte alla guida della Chiesa. I suoi vertici rifiutarono il vento della Rivoluzione e andarono così in frantumi le negoziazioni di tregua tra interlocutori che rispondevano a visioni spinte a divaricarsi progressivamente.

La documentazione storica attesta con ampiezza inoppugnabile di riscontri la linea antirivoluzionaria e, più in generale, antimoderna diventata egemone nella Chiesa a partire dalla fine del Settecento, sviluppata nel corso dell’Ottocento e trasmessa poi come eredità al conservatorismo neo-medievalista e alla cultura cattolica “intransigente” del primo Novecento. La difesa a oltranza della legge naturale presidiata dal vicario di Cristo come unica fonte ammissibile del diritto e della politica, fusa con l’idea della “regalità sociale” che, da qui, si estendeva sul governo dell’intero consorzio umano, ostacolarono per un secolo e mezzo la possibilità dell’approdo a soluzioni più elastiche e pluraliste, che dovevano lasciare spazio all’accoglienza del diritto fondamentale alla libertà religiosa. Furono necessarie, per arrivare a questo ribaltamento, le aperture della cultura cristiana favorevole al dialogo con l’anima positiva nascosta nelle pieghe problematiche della modernità, passando per Maritain, la nuova teologia del ritorno alle fonti, papa Giovanni XXIII e la svolta del Vaticano II.

Se ancora all’indomani dell’approvazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 i gesuiti della Civiltà Cattolica mettevano in guardia contro i rischi dell’offensiva dispiegata dai fautori delle libertà autoreferenziali dell’individuo moderno, visti come nemici dell’ordine sociale cristiano inquadrato nel regime dello “Stato cattolico”, l’avanzata della secolarizzazione ha messo in evidenza l’insostenibilità di ogni simbiosi monista tra opzione religiosa e comunità politica profana, restituendo l’offerta della salvezza cristiana al libero gioco della persona che aderisce a una verità riconosciuta e, in forza di questo, si confronta con tutte le altre identità che incontra sul cammino per dare forma alla vita di un mondo abitato da una folla di uomini diventati irriducibili a un unico modello predefinito.

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