DA SALMO A MASSIMO PERICOLO/ Le cinque pietre miliari del rap italiano 2010-2020

- Lucio Valentini

Il vero rap originale è stato assorbito e ucciso dalla trap? Ecco i dischi fondamentali del miglior hip hop italiano

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Massimo Pericolo

In questo decennio il rap in Italia ha cambiato nome, ormai si parla sempre più spesso di trap (spesso a sproposito), ed è passato da qualche sparuto successo commerciale al dominio della classifica Fimi.

Dopo Tradimento di Fabri Fibra, nel 2006, le major compresero il potenziale commerciale del rap crudo, riconfermato in questa decade, in cui ha raggiunto un pubblico sempre più giovane, prima grazie a figure come Fedez e J-Ax, per questo rigettati dalla scena, poi con altri come Ghali, che ha portato le sonorità trap ai più piccoli edulcorando i testi, ma senza per questo ricevere ostracismo dai colleghi. Ormai, col successo commerciale, definire i confini del genere è sempre più difficile. Charlie Charls, oltre a produrre Sfera Ebbasta, ha fatto le basi non solo per Ghali, ma anche per Mahmood, che ha vinto Sanremo 2019.

Eppure il rap esiste ancora. E un rapper non è valutato solo per la musica, ma anche per la sua autenticità, spontaneità e assenza di filtri. Un genere non costretto ad apparire pulito, che disprezza il politicamente corretto e ha uno spiccato gusto per la provocazione. Una scena dove gli artisti si incontrano anche al di fuori dei loro rapporti professionali (o concordati dalle etichette) e decidono se piacersi o meno (e nel secondo caso, magari, si dissano). Il rap attira ancora i ragazzini, senza ideologie e a caccia di emozioni forti, che cercano l’evasione dal pacchetto di regole dominanti, che vogliono pensare e sbagliare con la loro testa, che rifiutano percorsi di vita precompilati da altri. È questo che vuol dire, nel gergo, “essere real”, essere veri, anche quando raggiungi il successo. Nel bene e nel male, il rap rimane anche questo, anche ora che è una vacca da mungere per major e talent. Anche se etichette come la Honiro ne hanno fatto una versione per adolescenti innamorati.

Se il messaggio di Sfera Ebbasta è irricevibile, non lo è certo di più di quello portato avanti 10 anni prima da gruppi come Club Dogo o Truceklan, che allora dominavano la scena. Solo che oggi quel messaggio non è più eludibile, perché domina il mercato.

Tra tracce, album e mixtape, abbiamo scelto 5 momenti che hanno definito il decennio, privilegiando rispetto al puro valore artistico, l’influenza sulla scena. Le uscite non sono state scelte in base alle vendite, ma per il loro ruolo pionieristico. I rapper odiano sentirselo dire, ma spesso il loro primo lavoro resterà, da questo punto di vista, il più importante della carriera.

Salmo – The Island Chinesaw Massacre (album, febbraio 2011)

L’album d’esordio di Salmo ha sconvolto la scena rap e ha portato un artista che si era autoprodotto basi e disco a fenomeno rap dell’anno grazie al solo passaparola. Dopo aver pubblicato su YouTube Il senso dell’odio (settembre 2010), girato in casa mettendo una videocamera su un giradischi, tutti si misero a parlare del ventiseienne di Olbia che rappava sulla drum’n’bass (come lui stesso cantava in L’erba di Grace). Salmo ha unito una conoscenza estrema della musica a una tecnica rap ottima, che ha fatto sì che i suoi pezzi dal vivo suonassero come l’album registrato, e che la qualità delle sue uscite restasse alta nel tempo. Oltre al marchio di fabbrica di rapper su basi drum’n’bass (e poi dubstep), che dismetterà presto, Salmo portò nel rap un’estetica hardcore punk e metal, che insieme al suo gusto per il cinema splatter, trasposto nei testi, gli diede un’identità molto riconoscibile.

Dopo 2 anni sotto Tanta Roba, l’etichetta di Gué Pequeno, Salmo si è dedicato alla sua label Machete, i cui mixtape numero 3 (2014) e 4 (2019) fotografano i vertici della scena rap in ciascuno degli anni di uscita. Oltre a dare i natali alla carriera solista del suo figlioccio Nitro, nella Machete ha mosso i primi passi – gravitandoci intorno – anche Tha Supreme, il nuovo fenomeno del rap per i giovanissimi.

Gué Pequeno – Il ragazzo d’oro (album, giugno 2011)

In questo decennio il rap è diventato grande. Adulto. Molti rapper già importanti hanno continuato e affermato la loro carriera, anche se i loro lavori principali appartenevano al decennio precedente: Noyz Narcos, Marracash, Fabri Fibra, Emis Killa. Ma nessuno ha avuto la longevità e la capacità di reinventarsi di Gué Pequeno, a cui i Club Dogo davvero stavano stretti, come fa intuire Il ragazzo d’oro, il pezzo che dà nome all’album.

Nella traccia introduttiva, Dichiarazione, il Guercio fa una lista delle cose che odia, che contiene tutto il bello (la schiettezza) e il brutto (la superficialità) di questo genere musicale. All’epoca Gué aveva 31 anni, ma dieci anni dopo continua a fare featuring con tutti i nomi più freschi della scena senza imbarazzo, senza sembrare un polveroso mostro sacro cui portare rispetto. Sotto la sua direzione l’etichetta Tanta Roba produce Salmo, guidandolo nel mercato, ma anche Fedez, oltre a un Ghali agli esordi. Tanta Roba, che oggi Gué non segue più direttamente, metterà sotto contratto Gemitaiz e Madman, gli unici rapper del decennio che riusciranno a prosperare basandosi quasi esclusivamente sul flow e sulle abilità tecniche.

Sfera Ebbasta – Xdvr (mixtape, giugno 2015)

Oggi sembra che tutti i rapper abbiano avuto un passato nello spaccio di stupefacenti. Un tempo non era così, e per molti versi la colpa è di quest’album, senza dubbio il più influente sulla scena italiana degli anni ’10. Xdvr (abbreviazione di “per davvero”) avrà anche una copertina orribile, ma ha cambiato il rapgame a partire dal nome: il termine trap si è imposto sul termine rap (anche se è solo un suo sottoinsieme), e per il mondo fuori oggi la “musica dei giovani” è quella, non il rap. Fu quest’album a imporre in Italia i marchi di fabbrica del genere: bassi 808 e autotune, gestiti magistralmente da Charlie Charles: qua creano un’atmosfera cupissima e alienante, che segna un cambiamento epocale nella scena italiana. Dalla trap, oggi l’abbiamo capito, non si torna indietro: il rap diventa sempre più un genere musicale piuttosto che la colonna sonora di una cultura alternativa.

Qua i temi della trap (spaccio di stupefacenti, vita edonista, brand come simboli di status) vengono adattati all’Italia (si parla più di ragazzi che si arrangiano che di veri e propri criminali), e l’universo della periferia è raccontato con umiltà e realismo, come emerge da pezzi come Brutti Sogni, forse il suo capolavoro. Il video di Panettet impose Sfera tra gli addetti ai lavori: poco dopo firmerà con Marracash, che gli chiederà di reincidere Xdvr per la sua etichetta Roccia Music.

Xdvr, che è poco più di una raccolta di singoli usciti come video nei 6 mesi precedenti, non ha riempitivi. Anche se già altri avevano provato a importare la trap dagli Usa, è questo il canone che si è imposto, e oggi dei cloni di Sfera – mentre lui fa la rockstar e il giudice nei talent – davvero non ne possiamo più.

Dark Polo Gang – Crack Musica (mixtape, marzo 2016)

Con che diritto una generazione che si è esaltata al cinema con Scarface e Quei Bravi Ragazzi può condannare la successiva, che gioca a Gta e si fomenta con Crack Musica della Dark Polo Gang? Mentre Sfera in Xdvr crea un immaginario tutto sommato realistico, qua nei testi la devianza criminale è spinta all’eccesso: sembra un film, i 4 ragazzi romani si dipingono come gangster ossessionati dai soldi, dalla fedeltà, dal terrore dei traditori (i c.d. “infami”). La loro è la storia di un gruppo di ragazzi non provenienti da contesti emarginati, ma col mito della strada. Quindi, per loro, la strada è ancora di più una scelta.

Proprio per questi motivi molti li giudicarono non credibili, ma non bastò a fermarli. Il video di Cavallini, con Sfera Ebbasta, li fece esplodere. Altre tracce, come Cc e Mafia rifiniscono l’atmosfera scura di questo classico della trap italiana. I due protagonisti dell’album sono Tony, col suo stile da boss della malavita, e Side, che faceva rime davvero sui generis, rappate senza la paura di apparire ridicolo. La Dark Polo ha deformato il concetto di gangsta rap portando l’eccesso cinematografico nella propria vita quotidiana, trasmessa in diretta su Instagram.

Oggi la Dark Polo è ormai superata, impoverita dall’abbandono di Side, il suo membro più eclettico, e snaturata dal successo commerciale (il loro album major, Trap Lovers, sarà curato dal produttore di Jovanotti), mentre la sua eredità viene raccolta da altri gruppi che ne estremizzano ancora di più il messaggio, come gli Fsk Satellite.

Massimo Pericolo – Sette Miliardi (video, gennaio 2019)

Il video di Sette Miliardi si apre con un ragazzo, uno sconosciuto del rap, che brucia la sua tessera elettorale. Poco dopo, su una base distorta, inizierà a urlare tutto ciò che non sentirete mai in una traccia rap radiofonica: un testo che contiene tutto il disagio che il rap sa esprimere, la giusta medicina a una scena che stava diventando troppo griffata e rilassata.

Accolto a braccia aperte, Massimo Pericolo può essere preso a simbolo di una nuova ondata di rapper davvero troppo sporchi per un pubblico pop, come i romani Ketama 126 e Ugo Borghetti o il casertano Speranza. Birre Peroni, Tavernello, vestiti di marche economiche come Legea o Givova, la Punto: l’emarginato di periferia già evocato 10 anni prima da Noyz o Inoki, riemerge su una base drill, un sottogenere della trap più estremo e violento. Era quello che serviva a un linguaggio che rischia di estinguersi, visto che la cultura pop tende a rendere inoffensivi i generi che assorbe, così come successe, un’epoca fa, alla musica rock.

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