DAI SOLDI A KIEV ALLA SALIS/ I pericoli dietro il doppio scontro tra Orbán e l’UE

- int. Agustín José Menéndez

Un piano Ue per mettere in crisi l'Ungheria se Orbán non toglie il veto ai fondi per l'Ucraina. Ecco cosa può succedere al Consiglio UE di oggi

orban 1 ansa1280 640x300 Viktor Orbán, presidente dell'Ungheria (Ansa)

Un piano dell’Unione Europea per mettere in difficoltà economica l’Ungheria. No, non è un refuso. A Bruxelles ci hanno pensato sul serio. In un articolo del 28 gennaio il Financial Times ha rivelato l’esistenza di un “piano confidenziale” che prevederebbe il sabotaggio dell’economia ungherese se Orbán non dirà sì all’utilizzo di 50 miliardi del bilancio comunitario da destinare all’Ucraina. Il confronto è in atto da tempo, ma nulla finora si è mosso per il veto del presidente ungherese, che si è opposto all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione e considera il sostegno belligerante dell’UE a Kiev un errore politico.

Il piano, secondo l’FT, farebbe leva sulle “vulnerabilità economiche dell’Ungheria” – debito pubblico elevato, alta inflazione, valuta debole – per “portare al collasso la fiducia degli investitori nel tentativo di danneggiare occupazione e crescita se Budapest rifiuta”.

Oggi si apre il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo sulla revisione del bilancio a lungo termine e il sostegno all’Ucraina è l’impegno di spesa più cospicuo. I rappresentanti di Bruxelles e Budapest stanno trattando, gli ungheresi chiederebbero un veto annuale sui finanziamenti all’Ucraina, ma per l’UE la proposta sarebbe irricevibile perché il bilancio è pluriennale.

Comunque vada a finire, “il fatto è grave per quello che ci rivela sullo stato dell’Unione, e cioè che nelle istituzioni europee è presente anche una pulsione autoritaria” commenta Agustín Menendez, docente di diritto pubblico comparato e filosofia politica nell’Università Complutense di Madrid. “È una evidenzia in più, semmai ce ne fosse bisogno, della crisi esistenziale dell’Unione Europea. Ma un’Unione che pensa che i valori democratici e del rule of law si difendono organizzando ‘sabotaggi’ macroeconomici è destinata a sbattere contro un muro”.

Professore, non è facile parlare serenamente di Europa e Ungheria con l’italiana Ilaria Salis a processo in catene. Quali sono le sue impressioni su questa vicenda?

È difficile non essere preoccupati quando le istituzioni di uno Stato ricorrono ai mezzi che sono stati utilizzati in Ungheria. I ceppi e la catena violano di per sé i diritti fondamentali di qualsiasi imputato. Oltre alla pericolosissima infrazione della presunzione di innocenza fino a prova contraria, in questo caso siamo davanti ad un uso propagandistico del processo penale.

È solo una vicenda personale o è anche un caso politico?

Tutti quelli che hanno a cuore la lezione di Beccaria devono preoccuparsi per Salis. Ma non soltanto per lei. Forse non è un caso che l’Ungheria abbia la percentuale più alta, fra i Paesi dell’Ue, di popolazione incarcerata. Non è un bel segnale. Anzi sembra indicare che ci sono grossi problemi di integrazione sociale nel Paese.

Finora il governo di Budapest si è opposto ai fondi per l’Ucraina. Secondo il FT ci sarebbe un “piano confidenziale” per fargli cambiare idea. Cosa sappiamo?

Il FT ha riportato l’esistenza di una “policy note”, apparentemente elaborata da un funzionario del Consiglio dell’Ue, che avrebbe considerato in modo sistematico le misure giuridiche, politiche o economiche che gli altri Stati membri, con l’appoggio delle istituzioni sovranazionali, potrebbero prendere per “persuadere” i dirigenti ungheresi a cambiare linea sull’Ucraina, e in particolare sui fondi europei a Kiev. Nel documento, secondo il FT, si considera come “incoraggiare un crollo della fiducia degli investitori” nel Paese, nel tentativo di danneggiare “l’occupazione e la crescita”.

A Bruxelles però non sono rimasti zitti.

Le istituzioni europee non hanno contestato l’esistenza e consistenza del documento, ma si sono limitate a dire che l’autore si limitava a fare un elenco delle vie e delle azioni possibili.

Vediamo di fare ordine. Non è la prima volta che l’Unione Europea fa un uso politico dello “stato di diritto”, dalla Polonia all’Ungheria. 

La saga ungherese – e polacca – dello stato di diritto è lunga e per certi versi complessa. Per anni il modello di transizione dell’Ungheria dal socialismo al capitalismo, fondato su un compromesso con i dirigenti del regime comunista e per di più senza ricorrere alla elaborazione democratica di una nuova Costituzione, è stato visto come un modello “vincente”.

E lo era davvero?

No. La crisi del 2008-2009 ha mostrato fino a che punto quel giudizio era sbagliato. Quelle debolezze strutturali hanno permesso a Orbán di ritornare al potere e rifare, letteralmente, il sistema politico a sua propria immagine e somiglianza. Il nuovo regime, consolidato con la peculiarissima Costituzione del 2011, ha un profilo apertamente autoritario e illiberale. Lo ha riconosciuto, non senza una punta di orgoglio, lo stesso Orbán!

Riepiloghiamo. Quindi, parlare di un utilizzo politico dello stato di diritto da parte delle istituzioni europee…

Nasconderebbe un fatto essenziale: che i problemi in Ungheria ci sono, ci sono davvero.

Però stavolta stiamo parlando di qualcosa di diverso. Sembra di assistere ad una logica nota, almeno in parte.

Decisamente. La vicenda riportata dal FT rivela essenzialmente che nelle istituzioni europee è presente anche una pulsione autoritaria. Il fatto stesso di pensare a fare ricorso a questi mezzi – o minacciare di farlo – è semplicemente inaccettabile, oltre che contrario al diritto costituzionale comune agli Stati membri. Tutte le scelte politiche sono discutibili. Anche quella di finanziare le armi per l’Ucraina o quella di opporsi a farlo. La “policy note” non si occupa di come persuadere i dirigenti ungheresi, ma di come forzarli a cambiare posizione. Mi viene in mente un vecchio libro, Coup d’État: A Practical Handbook (Tecnica del colpo di Stato, 1969, nda). Edward Luttwak però scrive molto meglio dei grigi funzionari della Commissione.

Come mai, se non sappiamo per certo che questo “piano confidenziale” ci sia, dopotutto non è così difficile credere alla sua esistenza? 

Ma perché questo è stato il “modus operandi” con il quale sono state imposte le politiche di austerità, dall’Irlanda a Cipro, dall’Italia alla Spagna. Golpes, golpetti e golpettini inclusi. Ricordiamoci come Papademos e Monti arrivano al potere. Quando gli storici avranno accesso alle carte – e ai Whatsapp! – potremo sapere fino a che punto c’erano “note di analisi” simili a quella riportata adesso dal FT. Qualche indizio l’abbiamo nel caso del Portogallo, con una nota della delegazione della Commissione a Lisbona che parlava apertamente della necessità di riformare la Costituzione, “ostacolo” alle “riforme”. Posso tornare per un momento alla Grecia del 2015?

Prego.

Quando si arriva al redde rationem, alla fine di giugno, Tsipras chiama il popolo ad esprimersi nel referendum perché dica sì o no all’austerità e alla trojka. Molto probabilmente si aspetta che i greci, stanchi, accettino le condizioni imposte dall’Europa, cosa che permetterebbe a lui di piegarsi, ma nascondendosi dietro la volontà del popolo. I greci, invece, dicono “no” in maniera chiara e netta. A questo punto, per giorni si parla di presunte “policy notes” fatte a Bruxelles nelle quali si speculerebbe sulle conseguenze di un’uscita della Grecia dall’euro. Tsipras, se la memoria non mi inganna, ha detto che in quei dossier si parlava del crollo totale del Paese, inclusa un’eventuale presenza di “carri armati nelle strade”. Una metafora con un significato ben preciso in un Paese che ha sofferto per anni sotto una terribile dittatura militare. Tsipras si sarebbe spaventato. Il seguito è noto.

Mi sembra che lei ora non entri nel merito delle posizioni di Orbán sull’Ucraina. Però anche questo è un tema che va affrontato. Se l’Ue prepara un attacco simile contro uno Stato membro, l’Ungheria, la posta in gioco è considerata molto alta. 

La posta in gioco è molto alta precisamente perché l’Unione è debolissima. L’UE ha fatto un errore dietro l’altro, non soltanto sull’Ucraina, ma su tutti i dossiers di politica estera. Fino al punto che quel poco che c’era di politica estera comune non c’è più. L’Europa non esiste: esiste forse la NATO europea come appendice degli Stati Uniti.

Quali sono o potrebbero essere le conseguenze sull’Ue di questo ennesimo scontro tra Bruxelles e Budapest?

A breve termine, la cosa più preoccupante è la manifesta incapacità di capire il mondo. Non soltanto l’ideona di “sabotare” l’economia ungherese è da apprendisti stregoni, ma il voler forzare la mano di Orbán in questo dossier non tiene conto della cruda realtà.

E qual è la realtà, secondo lei?

Che l’Ucraina – si legga: l’Occidente – ha già perso la guerra. Senza che la Russia, si badi bene, l’abbia vinta. Se si vuole capire come sta andando il conflitto, l’ultima cosa da fare è leggere le dichiarazioni dei leaders europei o l’analisi delle istituzioni di Bruxelles. È molto meglio leggere quello che il Pentagono fa pubblicare ai giornali americani.

Tra Ue e governo ungherese è in corso un negoziato. Si sente di fare una previsione? Avrà la meglio la “hard suasion” di Washington sull’Europa, cioè sarà l’Europa a sobbarcarsi i costi del supporto all’Ucraina, e Orbán a piegare la testa?

Siamo in un momento delicatissimo. Gli Stati Uniti non sono più capaci di produrre ordine nel mondo. Non solo: le loro azioni tendono a generare ancor più caos. La pretesa di una parte dell’amministrazione Biden di accollare l’Ucraina all’Europa, e in particolare alla Germania, è assurda. Ma in un momento nel quale ci vorrebbe una vera Europe européenne, capace di agire in modo sostantivamente indipendente, e quindi di dire tante volte “no” agli americani, le élites europee non possono farlo, perché si sono suicidate. Si pensi solo all’affare Nord Stream. Se si arrivasse ad un qualche compromesso con Orbán, non cambierebbe granché.

(Federico Ferraù)

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