PATTO DI STABILITÀ/ Mangia: Europa devastata, bisognerebbe congelare tutto ma non si farà

- int. Alessandro Mangia

L'UE è condannata all'emergenza continua e andrà in recessione. In più la guerra in Ucraina è stata fatale. La riforma del Patto di stabilità andrebbe sospesa

ultime notizie Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (LaPresse)

“Congelare la situazione fino alla stabilizzazione della vicenda ucraina”. È questa la proposta di Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano, a proposito della trattativa sulla riforma del Patto di Stabilità.

I parametri sono scritti nei trattati che regolano (male) il funzionamento dell’Unione Europea, “una Europa costruita per funzionare senza politica”, spiega Mangia. Parametri che risalgono ad un mondo che non c’è più. Oggi l’errore più grande è quello di raccogliere i pezzi del “Bel Sogno” infranto pensando di rimetterlo a posto con le stesse ricette che lo hanno fatto fallire. Anche se a cimentarsi nel tentativo è Mario Draghi.

Partiamo dalla trattativa sul Patto di stabilità (PSC). Meglio un ritorno alle vecchie regole e un maggiore spazio politico di manovra oppure regole meno severe ma più rigide? 

Guardi, siamo al 12 novembre. Tra 50 giorni se non si decide nulla si ritorna ai vecchi parametri del 3% e del 60%. Che non erano numeri magici, ma i valori medi di deficit e indebitamento negli anni 80 di un’Europa più piccola, politicamente più compatta, e immensamente più ricca del resto del mondo, perché veniva da quasi quarant’anni di crescita ininterrotta. Il “mondo di ieri”, per intenderci. Nel frattempo sono passati altri quarant’anni. L’Europa si è allargata ed Est, e qualche folle parla di includervi quel buco nero economico e sociale che è l’Ucraina. E già che ci siamo, di metterci l’Albania, la Moldavia e qualcos’altro. Con i 20 governi della Zona euro, mai così indebitati come oggi, che non sanno ancora quali saranno le regole fiscali per gli anni futuri. In tutto questo, però, l’unica cosa che resta ferma è l’ideologia neoliberista della guerra al debito.

Come lo spiega?

Evidentemente non si sa pensare ad altro. Infatti l’idea che circola è quella di suddividere i Paesi in buoni e cattivi a seconda del livello di indebitamento e far contrattare caso per caso i singoli governi con la Commissione sui margini di indebitamento futuro e di rientro/riduzione del debito. Senza nessuna regola generale, o con regole generali da derogare caso per caso.

Che cosa è meglio?

In fondo, è la stessa cosa. E cioè trattative peer to unpeer, se mi passa il termine, degli Stati con la Commissione, dove conterà l’allineamento ai desiderata di Bruxelles, il tasso di fedeltà del funzionariato di Bruxelles alle rispettive lobbies nazionali, e le alleanze tra famiglie politiche europee in divaricazione. E più di tutto conterà l’esito delle prossime, cruciali elezioni del Parlamento europeo. Insomma il caos perfetto.

Così è molto più difficile capire cosa fare con il PSC.

Quella di von der Leyen è una Commissione in scadenza con una maggioranza in veloce dissoluzione, i cui esponenti devono rivolgersi agli elettori dopo questi anni di guerra e fantasie green. Tutti si stanno ricollocando altrove: veda il caso di Timmermans, che ha mollato tutto ed è tornato in Olanda. In questa situazione molto meglio sarebbe prolungare la sospensione del PSC di un anno, e rimettere tutto alla prossima Commissione.

Lei ha citato l’Ucraina. Se ne parla sempre meno.

E non a caso, perché conviene tacerne. La guerra in Ucraina ha devastato l’UE da un punto di vista economico e politico assai più del Covid, nonostante le periodiche passerelle a Kiev e le dichiarazioni di sostegno eterno di questo o quel caratterista della scena politica internazionale. Finché non si mette ordine da quelle parti non si può pensare ai prossimi anni senza essere ridicoli.

Lei cosa farebbe se fosse a Palazzo Chigi?

Proporrei di congelare la situazione e continuare così fino al momento della stabilizzazione della vicenda ucraina. L’Europa da un punto di vista geopolitico non è mai – dico mai – stata messa male come oggi. È riuscita ad isolarsi dal resto del mondo non avendo né fonti energetiche, né materie prime. È in crisi demografica nella sua zona core. E soprattutto ha dato mostra, con le sanzioni, di non saper garantire sicurezza ai capitali extraeuropei che la alimentavano – e in parte ancora la alimentano – investendo in questa parte del mondo, fidando nella stabilità del Continente. Mi scusi, ma lei investirebbe in un posto dove, in nome dei “diritti umani”, ti congelano e ti confiscano i capitali?

L’Europa è isolata; e gli Stati Uniti?

Gli USA con Biden hanno ripreso le politiche disastrose della tradizione dem nel mondo, quelle di Obama e della Clinton, per intenderci, che vanno dalla Libia alle Primavere arabe. Tutte imprese fallite. E fallite male. Altro che il “Secolo americano” di vent’anni fa. Capisce che ai problemi suoi strutturali, vecchi di trent’anni, e a quelli derivanti dal Covid, l’Europa si ritrova oggi con i problemi che le sono stati regalati dall’abilità dell’America di unire tutto il mondo. Di unirlo, però, contro USA ed Europa.

Il risultato, concretamente parlando?

Il risultato è che adesso ci troviamo russi e turchi a presidiare il distributore di benzina sotto casa. Però abbiamo l’euro, le politiche di de-industrializzazione green per un mondo migliore, lo Stato di diritto immaginario del PNRR e i diritti umani. E quindi siamo i più bravi. Anche se la Germania è in recessione, la Francia è in squilibrio costante sulla bilancia dei pagamenti con una situazione interna incandescente, e noi vivacchiamo con un debito pubblico al 140% da cui dovremmo rientrare nella misura che dovremo contrattare con la Commissione che verrà.

Una situazione densa di certezze. Si fa per dire, ovviamente.

Appunto. In questo stato di cose lei tornerebbe di colpo al 3% e al 60% degli anni 80? O forse preferirebbe l’alternativa, che è poi quella di andare a contrattare con il cappello in mano il prossimo avanzo primario, che deprimerà per forza di cose investimenti e produttività, portando in sacrificio i nostri progressi in green, inclusività e diritti umani? Guardi che a guadagnare produttività deprimendo le retribuzioni sono buoni tutti.

Perché dice questo?

Perché è esattamente quello che sta avvenendo. E lo sanno tutti. Per nasconderlo basta avere buona stampa, come dimostra l’Italia, o una buona polizia, come dimostra la Francia. Solo che alla fine distruggi quel poco che ancora resta, prima a livello economico, e poi a livello sociale.

Quindi?

Quindi meglio congelare la situazione e aspettare. E vedere se qualcosa si schiarisce nel fosco quadro geopolitico in cui ci siamo infilati. In fondo, questa Commissione è delegittimata, sa che se ne andrà, e sono già iniziati i ricollocamenti per il 2024, come dimostrano le ultime votazioni al Parlamento europeo.

Negli USA si vota a novembre 2024. Una scadenza ancora più decisiva.

Esatto. E da gennaio 2025 si saprà se gli USA vorranno continuare nella strategia suicida degli straussiani che occupano oggi il Dipartimento di Stato, e usano l’Europa come un vaso di coccio, o sapranno cambiare rotta. Questo è il vero snodo. Meglio sarebbe stato se le elezioni europee fossero capitate dopo quelle americane. Ma questa è la situazione.

Dunque l’unica cosa sensata da fare sarebbe congelare e aspettare. Improbabile.

Lo so benissimo che non succederà. Postulerebbe una consapevolezza politica che l’Europa – e il suo funzionariato brussellese – non ha. Perché è stata selezionato per non averla.

Perché è così negativo?

Questa Europa è stata costruita per funzionare senza politica e vive di regole cervellotiche che riproducono una teoria economica moribonda messa nei Trattati. E la prova migliore dello stato comatoso di questa teoria sono i risultati del PSC del 1997 in poi. Provi lei a spiegare in giro che siamo governati da roba come l’output gap e a vedere le reazioni. In Europa non si fa politica. Si fa amministrazione, come qualcuno Oltreoceano nell’ultimo anno ha dovuto ricordare alla Germania, e un po’ anche alla Francia. La politica europea si fa altrove. A deciderla sarà l’elettore dell’Ohio o del Wisconsin. Solo che non lo sa. E non gli interessa neppure.

Per tornare all’Italia?

Da parte italiana si continuerà a chiedere lo scorporo delle spese militari e degli investimenti del PNRR, sperando che il numero dei bussanti a Bruxelles sia abbastanza nutrito da strappare qualcosa, ed evitare procedure di infrazione e blocco nell’erogazione dei fondi PNRR. Per aspettare primavera.

Parlare di PSC significa dire quale UE si vuole. Su questo la Commissione tace, se ne occupano invece autorevoli “consulenti”esterni. Uno di questi è Draghi. In occasione di un recente evento del Financial Times Draghi ha detto che “il modello geopolitico sul quale l’Europa si è retta dalla fine della seconda guerra mondiale (…) non esiste più”. La diagnosi è perfetta, i problemi cominciano dopo, nelle soluzioni proposte: “più integrazione”. Non è chiaro se chi lo dice – Draghi in questo caso – lo pensi anche. Secondo lei? 

Il mancato Presidente della Repubblica Draghi è il classico esempio di ciò che intendevo prima per buona stampa. Nessuno come Draghi sa quanto disfunzionale sia l’assetto ordinamentale europeo. Il fatto è che dire “O l’Europa agisce insieme e diventa un’unione più profonda, un’unione capace di esprimere una politica estera e una politica di difesa, oltre a tutte le politiche economiche … oppure temo che l’Unione Europea non sopravviverà se non come mercato unico” pare più una minaccia che un auspicio. Ma si sa che a Draghi le minacce in pubblico piacciono. È il suo stile, prima ai tempi del Covid, e poi ai tempi dell’Ucraina. Se lo ricorda? Erano i tempi dell’assurda concentrazione di potere tra Quirinale e Presidente del Consiglio di un annetto fa. “Preferite la pace o i condizionatori accesi?” è uno stile. Peccato che da allora abbiamo avuto caldo, siamo andati in crisi energetica, e di pace nemmeno l’ombra. E tacciamo d’altro.

Intanto Draghi ha previsto una recessione entro fine anno. “Ma attenuata dal basso livello di disoccupazione”.

Visto che ha gestito i cocci dell’Unione per 10 anni, se non lo sa lui che andremo in recessione, non so chi lo può sapere. Tanto lo siamo già, ed è solo questione di tempo perché lo si legga anche sulla buona stampa. Gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale dicono tutto da soli. Vada a vedere quelli della Germania.

A quel punto?

Da noi si darà la colpa al Governo che non ha speso il PNRR, e non fa non si sa quali riforme. Ma le ragioni stanno altrove.

A chi sarebbe rivolta invece la minaccia di Draghi? 

Ai Paesi cosiddetti frugali, che o si rassegnano a mettere a disposizione le loro casse alla burocrazia di Bruxelles per tirare avanti ancora un po’, o finisce male anche per loro. E bisogna dire che la scelta dei tempi è ottima. La Germania non è mai stata così debole come oggi. E ogni colpa del fallimento dell’Unione può essere addossata a lei e ai frugali, alimentando la rissa di sempre che va avanti dalla Grecia. E non a chi ci ha portato fin qui, che su questa rissa ci ha campato per anni.

Abbiamo già commentato il programma di Draghi per rafforzare l’Eurozona dopo il 2024. Oggi, a distanza di due mesi, con una guerra in più, lei cosa direbbe? 

Le dico che il modello geopolitico cui si riferisce Draghi è difesa appaltata agli USA, moneta governata dagli USA, ed esportazione in tutto il mondo – USA compresi – di manufatti a più o meno alto livello tecnologico, partendo dal presupposto che qualche Paese africano o mediorientale avrebbe continuato a darci energia e materie prime a basso prezzo anche se li insultavamo un giorno sì e l’altro pure. L’Europa è un giardino, e il resto del mondo una giungla, ci dice Borrell. Il punto è che nel frattempo a Washington è dai tempi di Trump che si sono stancati di essere in deficit con l’Europa. Altrove l’anello al naso e la kefiah se li sono tolti da un pezzo. I prodotti europei si faranno un po’ meno bene in Cina e in India, ma costano molto meno. E si sa che anche quelli che vendono energia e materie prime il dollaro cominciano a non volerlo più troppo in giro. E si stanno organizzando. E se non vogliono troppi dollari in giro, sa quanto possono volere l’euro, che del dollaro è un’appendice regionale?

Un’affermazione di grande interesse è che senza più Unione – ha detto Draghi – ci resterà “soltanto il mercato unico”. E se alla luce di ciò che è l’UE oggi, o di quello che si prepara a diventare, fosse meglio tornare davvero al mercato unico – e soltanto a quello? 

Certo che lo sarebbe. La storia della Comunità Economica Europea è stata oggettivamente una storia di successi, almeno fino all’Unione Doganale. Il punto è che da allora si è voluti andare troppo avanti, ipnotizzati da questo successo, e si è perso il senso della realtà da parte degli Architetti del Bel Sogno. E così si è arrivati prima a Maastricht, e poi a Lisbona, convinti che il mondo si fosse fermato. La storia economica d’Italia, da Maastricht in poi, è il miglior commento dei successi dell’euro.

Però gli altri stanno meglio.

No. La storia di Spagna, Grecia, Portogallo, e ormai anche della Francia, è analoga. Solo che, a differenza nostra, non hanno avuto Tangentopoli e le privatizzazioni della quarta o quinta potenza industriale del mondo.

È ipotizzabile tornare indietro?

Difficile. Ci vorrebbe una riorganizzazione al ribasso dei poteri dell’Unione. Ma questa riorganizzazione richiederebbe una classe politica assai più lungimirante e indipendente di quella in circolazione. Ci vorrebbe una volontà di autolimitazione da parte dei Paesi cosiddetti frugali che grazie all’euro si sono arricchiti. Ci vorrebbe una burocrazia disposta a perdere il lavoro e un decennio che non abbiamo. E soprattutto ci vorrebbe un pensiero strategico che negli USA è scomparso da tempo, dopo che la generazione di cervelli europei importata negli anni 30 e 40 è finita. E che ha costruito, con luci e ombre, quello che sentiamo chiamare oggi in televisione “mondo occidentale”. Scordiamocelo.

Il suo scenario?

In Europa si andrà avanti verso il peggio con le solite passerelle e i soliti aggiustamenti dell’ultimo minuto, venduti come grandi svolte e “momenti Hamilton”, per tirare avanti. Afghanistan, Ucraina, e Israele sono i grandi successi dem nel governo geopolitico del Secolo americano. Di cui l’Europa è una filiale regionale. Hanno una responsabilità enorme.

Prima l’Europa-appendice, ora la “filiale regionale”. Davvero c’è questo rapporto di sudditanza?

Lei si è chiesto perché in una fase di crisi energetica e di recessione dell’economia tedesca, e quindi europea, la BCE ha continuato ad alzare i tassi contro ogni logica? Le risulta che per combattere un’inflazione da offerta dovuta alla carenza energetica si alzino i tassi?

Un controsenso.

Infatti. È stato fatto perché negli Stati Uniti la FED alzava i tassi, e se non si alzavano anche in Europa i capitali sarebbero defluiti in USA. E allora addio euro, e addio banche, per non parlare d’altro. Non è complicato.

È questo il ruolo di Draghi, tenere insieme i pezzi?

Certo. Di Draghi e della buona stampa di cui dispone: tenere a bada la situazione in Europa. L’ha fatto da governatore della BCE in una situazione difficilissima, dal 2011 in poi. E quel mestiere l’ha fatto bene. Le conseguenze le paghiamo noi.

A proposito. Quello di Draghi sulla competitività sarà l’ennesimo rapporto messo a disposizione dell’Ue. Quello di Monti sul mercato interno fu rapidamente archiviato nel 2010, ora tocca a Draghi e Letta disegnare il futuro. 

Non è che può fare tutto Draghi. Il quale, va detto, non ha neppure cambiato mestiere. Continuerà. Tant’è vero che ogni suo discorso va sul Financial Times. E sull’FT continuerà ad andarci. Fino alla fine.

(Federico Ferraù)

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