DAL MYANMAR/ “L’esercito spara ma 23 morti non fermano la rivoluzione dell’io”

- Lettera firmata

Ieri l’esercito ha sparato sulla folla uccidendo 23 manifestanti. Ma in tutti, giovani compresi, si fa strada una nuova consapevolezza

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Studenti birmani in protesta (LaPresse)

Caro direttore,
quanto avevo scritto sabato è superato da fatti nuovi e tragici.

Sabato nel pomeriggio e sera l’esercito ha sparato sui partecipanti alle manifestazioni programmate nelle varie città della Birmania. Nella sola giornata di sabato ci sarebbero stati 23 morti in base alle notizie che giungono via social. Certo è possibile che queste notizie siano amplificate, ma sicuramente non sono destituite di fondamento o lontane dalla realtà perché alcuni fatti sono confermati da amici e me prossimi. Tutti noi rischiamo nel far circolare queste notizie. Ci vorrebbero reporter coraggiosi (mandali da me, li guido io) che documentino i fatti e non si accontentino di fare gli “embedded”. È fondamentale! I potenti mezzi della Rai devono documentare quanto sta accadendo. Troppo facile stare negli studi televisivi.

Un dato è certo: la speranza che le proteste potessero svolgersi senza vittime è crollata. Qua continuano gli inviti a non reagire, ma i ragazzi sono anche riusciti a catturare alcuni provocatori. Questi si infiltrano nelle manifestazioni allo scopo di provocare disordini. Sono ex detenuti comuni liberati dall’esercito con la funzione di creare occasioni di scontro. Oltre al dramma dei morti, la cosa grave è che la speranza, in fondo mai spenta, di un accordo e di un ritorno in forma pacifica alla democrazia è svanita.

Che cosa strana: educati da più generazioni a vivere sotto una dittatura, i birmani hanno assaporato per 5 anni un po’ di libertà e la desiderano per sempre, per tutti. Anche a costo della vita. E ora il rischio di morire, tra Covid e pallottole, non è più una possibilità remota. E pensare che sui muri delle loro scuole c’era scritto: “Mangia quello che ti diamo, impara quello che ti insegniamo e non fare domande”!

Soprattutto in quei giovani che io etichettavo come svogliati e interessati solo ai videogames. Li definivo ironicamente: “Gioventù bruciata 2.0”. Invece desiderano la libertà. Bisognerà poi però che qualcuno riempia quella parola di contenuti. Sarà il duro compito del futuro. C’è bisogno di adulti. Ma è davvero un miracolo che l’uomo desideri la libertà: potrebbero accontentarsi della ciotola di riso. A proposito di riso: ti racconto un fatto a cui ho assistito ieri prima delle manifestazioni. A un poveretto che girava in bici gli si è rotto il sacco di riso che portava sul sellino e si è tutto sparpagliato sull’asfalto. I giovani sono accorsi a raccoglierlo. Neanche un chicco di riso è andato perso. Poi i morti.

Vedi, sono anche felice nel vedere che i negozianti (prima qualcuno, ora tutti) hanno messo un cartello in cui si dice: “Non si vende a poliziotti e membri dell’esercito”. Mi ha fatto ricordare il libro che il curato ci faceva leggere all’oratorio. Ti ricordi quello di Václav Havel, Il potere dei senza potere? In cui l’ortolano doveva mettere sul cartello dei prezzi la dicitura “Il proletariato vincerà!” o qualcosa di simile, in cui non credeva lontanamente? Qua il bottegaio birmano fa l’esatto contrario e nessun potere glielo ha chiesto, non è costretto a farlo, lo ha deciso lui, ognuno individualmente. L’io! E pensa che nella lingua birmana non esiste il pronome “io”: tu non potresti dire “io scrivo” ma “il direttore scrive”.

L’unica nota positiva è che il nostro ambasciatore all’Onu si è rifiutato di schierarsi con i generali golpisti ribelli. Ma i governi thailandese e indonesiano sono propensi ad accettare la soluzione che prevede elezioni fra un anno senza il partito di Aung San Suu Kyi. È inaccettabile! E guarda caso ora l’esercito spara sulla folla, e il numero delle persone di cui non si ha notizia cresce.

Povera Birmania! Vi chiedo di attivarvi in tutti i modi per aiutarci. Fate sentire la pressione: espellete i figli dei generali che stanno comodi in Europa. Fateli sentire indesiderati ospiti. Sono anche a Roma.

L’altra cosa è quanto dicevo all’inizio: presenza degli organi di stampa esteri che non si accontentino dei dispacci forniti dalle fonti governative. Spero a risentirci.

(Un lettore dal Myanmar)

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