DAL MYANMAR/ “Si spara e si tortura ovunque: siamo una prigione a cielo aperto”

- Lettera firmata

In Myanmar gli scontri si stanno diffondendo in tutto il paese: ogni giorno si spara, si uccide, si tortura per le strade. Senza ritegno. E i giovani si danno alla resistenza

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Proteste contro i militari in Myanmar (LaPresse)

Caro direttore,

le cose non vanno bene. Devo rettificare quanto scritto la volta scorsa: gli scontri ormai non sono limitati alle regioni di confine. Ormai ci sono scontri sempre più vicini alle città.

Le regioni di confine da sempre non erano mai state sotto il controllo del governo, ma ora gli scontri avvengono anche nella parte centrale del paese, intorno alle principali città. Purtroppo non ci sono informazioni sicure e indipendenti. Posso riferire solo ciò che mi giunge dai pochi contatti con testimoni provenienti dal cuore del paese: parlano di sempre più frequenti attacchi alle forze militari golpiste (che qua chiamano “i ribelli” o “i cani”) da parte della resistenza organizzata dalle minoranze etniche. Dico “pochi contatti” perché è pericolosissimo viaggiare a causa delle mine disseminate per ostacolare i trasporti dei camion militari.

Si vedono pochissimi giovani in giro: quasi tutti si sono dati alla macchia per evitare gli arresti arbitrari che si concentrano su di loro (ma non solo, come avrò modo di spiegarti). Questo perché la generazione Z è quella più arrabbiata e capace di usare i nuovi strumenti tecnologici così che con pochi euro riescono a costruire droni, mine e armi semi-artigianali ma – a quanto pare – molto efficaci. La maggior parte di essi, comunque, si è rifugiata nelle aree non controllate dai “cani”. Esattamente come accadde per la Resistenza in Italia durante la Seconda guerra mondiale.

I sacerdoti cattolici con cui sono in contatto mi confermano che i seminari maggiori sono chiusi. Però rimangono aperti quelli minori nelle singole diocesi allo scopo di dare protezione ai seminaristi: se i ragazzi tornassero ai loro villaggi, verrebbero probabilmente arrestati. Tieni conto che qui i seminari hanno un problema opposto a quelli italiani ed europei: traboccano di vocazioni.

Comunque dal 1° febbraio i seminaristi non escono dalla struttura e indossano sempre la tonaca. Mi raccontano che, anche quando vanno a dormire, se la tengono a portata di mano per indossarla “al volo” in caso di raid notturni da parte dei soldati, sperando che questo possa garantire un qualche rispetto. Ma come ho avuto modo di dire altre volte, neanche questo ormai è assicurato. Tutto ciò vale anche per i monaci buddhisti.

Ribadisco perciò che qui ogni giorno si spara, si uccide, si tortura per le strade. Senza ritegno. Si arresta anche solo per saccheggiare la casa del malcapitato, così che quando questi rientra, non trova più niente.

Ti racconto un aneddoto che, se non fosse in un contesto drammatico, sarebbe da ridere: un conoscente un po’ in là con gli anni (arrestato perché indossava una maglietta con scritto “Freedom”) mi ha riferito che quando è tornato a casa non ha più neanche trovato la dentiera che gli era costata una cifra enorme per le sue capacità economiche.

E ovviamente chi non ha un passaporto estero non può lasciare il paese: la Birmania – come un tempo, la qui vicina Cambogia di Pol Pot, – è un’enorme prigione a cielo aperto. Come altrimenti si potrebbe definire un luogo da cui non puoi uscire?

Un lettore dal Myanmar

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