DAL MYANMAR/ “Siamo un business della Cina e dopo Kabul di noi non si parla più”

- Lettera firmata

Stati che alle potenze occidentali non interessano più. E che queste abbandonano nelle mani della Cina. Il Myanmar come l’Afghanistan?

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Proteste contro i militari in Myanmar (LaPresse)

Caro direttore,
le notizie dall’arido, stepposo e islamico Afghanistan sono giunte anche dalle parti della buddista, calda e umida giungla birmana. Siamo lontani, climaticamente e culturalmente. Ma non troppo. E io, con i miei quattro amici, ci facciamo qualche domanda e riflessione. Cosa sta accadendo in Asia (e nel mondo)?  Le ipotesi sono due. Tertium non datur.

Prima ipotesi. Le democrazie occidentali hanno scientemente lasciato terreno libero alle forze delle singole nazioni, dicendo in sostanza: “Sono affari vostri”. È una sorta di neoisolazionismo: legittimo ma non coerente con il ruolo di chi si pone come global player. Se ieri è toccato al Myanmar, oggi all’Afghanistan, domani a chi? Basta guardare quali sono i paesi in bilico! Ci domandiamo anche: il timing (ovvero al tempo del Covid) è voluto, subìto o casuale?

Seconda ipotesi. Chi dirige le politiche estere delle democrazie occidentali sembra non capire ciò che è evidente all’uomo della strada: il colonialismo è finito, il neocolonialismo anche, gli sceriffi stile western vecchia maniera non servono se non ci sono le condizioni culturali per ricostruire un paese. Ma cosa occorre ancora per capire questa verità evidente? Il Vietnam, più recentemente l’Iraq e le primavere arabe avrebbero dovuto insegnare.

In ogni caso, quanto avvenuto dimostra ancora una volta che ormai le guerre militari non servono. Si vince su altri fronti: la logica del vecchio west (“arrivano i nostri” a imporre la legge) non regge più. È inutile spendere la vita di migliaia di giovani e dilapidare milioni di dollari in spese militari in paesi in cui non ci siano alla base un popolo e una cultura che condivida i principi per cui si interviene. Senza questo elemento, sono battaglie perse in partenza. Da anni.

E da anni, la Cina ha capito tutto ciò applicando una strategia ben diversa. Nei rapporti con i singoli paesi la sua politica è quella della pax romana in versione 2.0: reciproca non interferenza negli affari interni qualunque cosa accada (ergo: in casa propria ognuno fa quello che vuole). Pechino non ha l’obiettivo di esportare la democrazia o il tema dei diritti umani. Solo il business. Il paradosso mai abbastanza evidenziato è che i re del business adesso non sono più gli Usa (cattivi e capitalisti) ma sono stati sorpassati a destra dai comunisti cinesi!

Gli obiettivi di Pechino infatti sono meramente geopolitici ed economici. È il gioco del Risiko, solo che la battaglia dai carri armati si è spostata all’economia e i nostri non l’hanno ancora capito: si tratta di aprire nuovi mercati e acquisire materie prime. E quando si dice materie prime si parla di tutto, da quelle più ovvie (combustibili e terreni agricoli, perché i cinesi sono ossessionati dal ricordo delle carestie) a quelle più sofisticate (la loro industria elettronica ha bisogno di materiali rarissimi contenuti in quantità infinitesimali in particolari terreni, detti appunto “terre rare”).

Questi obiettivi sono la conseguenza di un dato che da solo indirizza tutto: la Cina ha un miliardo e mezzo di persone cui dare lavoro e da mangiare. Questo elemento può essere punto di debolezza ma anche di forza. Tenendo anche conto che c’è una classe media in crescita che scalpita e vuole tassi di crescita elevati. Perciò la Cina ha due imperativi: trovare mercati per i suoi prodotti a basso costo (e bassa qualità) per dare lavoro alle sue fabbriche e cibo per l’enorme numero di popolazione. Il resto sono dettagli.

Applicato all’Afghanistan: la Cina fa un passo avanti per la sua nuova Via della Seta, i talebani ora hanno le spalle coperte e ognuno dei due farà ciò che ritiene con i nemici interni (la Cina continuerà nella sua politica di sterminio soft degli uiguri dello Xinjiang – anche se islamici – e con chiunque (vedi Hong Kong) disturbi il manovratore.

Lo stesso dicasi, con le opportune varianti, per la Birmania (Ruhyngia, oppositori interni) e in tutti i rapporti bilaterali che Pechino ha in essere (l’Africa sub sahariana di fatto è un loro protettorato).

In ogni caso una cosa è certa: se prima si parlava poco o nulla della questione birmana, ora spariremo dai Tg e dalle agende internazionali per molti anni.  

C’è un secondo dato poco evidenziato. Quanto è avvenuto è frutto di un lungo percorso: in Afghanistan l’occidente per 20 anni ha combattuto e sostenuto costi umani ed economici enormi, poi gli scellerati accordi di Doha di Trump (mai disconosciuti da Biden) con i talebani e quindi la capitolazione ancor prima che gli Usa lasciassero il paese. Il vulnus è proprio questo: non l’esito (che era già scritto) ma la tempistica. Ciò che vi sconcerta, visto da Rangoon, è proprio questo. Se vi avessero lasciato partire avendo anche il tempo di prendere i beauty case andava tutto bene. Invece i talebani hanno voluto dare uno schiaffo (meritato) alla veduta corta di dantesca memoria. Questo vi rode. E questo, come in Birmania, è stato possibile solo per il nulla osta del potente vicino.   

Perciò con buona pace di tutti gli analisti, in ogni caso e comunque la si guardi, la Cina entra nella partita alla fine dei tempi regolamentari e acquisisce un altro tassello nel grande Risiko mondiale senza quasi colpo ferire. D’ora in poi, dopo Myanmar e Afghanistan, chi vuole operare nell’area dovrà trattare con Pechino. Se va bene a voi… a noi, no.

Comunque, alla serata degli Oscar a Hollywood, alla faccia degli analisti, direbbero: “The winner is …China!”. E della Birmania, di questa povera gente, chi mai parlerà più?

Un lettore dal Myanmar 

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