DALLA CINA/ Lao Xi: dal Recovery Fund a Vivendi, dove portano le “sviste” del governo

- Lao Xi

Il Recovery Fund non segna soltanto una svolta sul debito comune europeo. Comporta una serie di conseguenze che l’Italia mostra di sottovalutare

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Ursula von der Leyen e Giuseppe Conte (LaPresse)

Il Covid con tutte le sue disgrazie ha portato anche a un grande passo avanti politico in Europa. Per la prima volta Il nuovo debito elargito dall’Unione Europea verrà conteggiato in comune, non più in base alle economie nazionali. È una svolta cruciale verso una maggiore unità del continente.

Questa novità è stata festeggiata in Italia, oberata da un debito pubblico che vale circa una volta e mezzo il suo Pil, come un’importante vittoria, perché arriveranno soldi senza aggravare il rapporto debito-Pil o almeno questa è la vulgata nel Belpaese.

Eppure, come spesso capita in Italia, ci si è fermati solo a un aspetto della vicenda. La messa in comune del debito europeo ha altre conseguenze. Una di medio periodo, ma che si manifesterà presto, è che se il debito verrà concesso all’Italia l’Unione vorrà entrare in modo più determinato nella fiscalità italiana.

Bruxelles cioè vorrà prima o poi mettere le mani su quell’inferno che è il fisco italiano e quantomeno rendersi conto di come vanno sul serio le cose, per potere poi arrivare a ripagare il debito nazionale e la propria parte di quello europeo.

C’è un altro elemento: gli Usa hanno cambiato atteggiamento verso la Ue, passando dall’opposizione all’incoraggiamento per ora tacito. Gli Stati Uniti vorranno capire dopo le elezioni presidenziali di novembre che architettura si sta dando la Ue e quindi anche sapere dove si colloca l’Italia in tutto questo.

L’altra conseguenza più immediata è che se il debito è in comune anche le aziende sono in comune. Cioè si attenua e quasi scompare la linea d’ombra, che esisteva senza mai esistere, tra aziende delle varie nazioni europee. Quindi come farà un governo nazionale a intervenire a favore di questa o quell’azienda nazionale? La Nazione è già l’Europa; al massimo ci sono protezioni locali che dovranno essere approvate o meno da Bruxelles.

Questo sembra essere il succo della sentenza europea che riconosce alla francese Vivendi il 28% di Mediaset italiana. La sentenza mina i tentativi nazionali di protezione e di fatto è un campanello di allarme: dice che le regole del gioco sono cambiate, non si tratta di un episodio isolato.

Quindi la domanda torna sull’attuale lavoro di Cassa depositi e prestiti che sta investendo in tante aziende in Italia. Queste iniziative sono autonome o coordinate con Ue e Usa?

Alla fine della seconda guerra mondiale, Mediobanca e Banca commerciale contrattarono con Francia e Usa la protezione nazionale delle proprie industrie. È avvenuta una cosa simile ora in Italia?

Il governo italiano nelle ultime settimane ha preso posizione e azioni in Autostrade, Tim e persino su una vicenda minima e paradossale, quello dei prosciuttifici Ferrarini. Questi interventi vanno contro le regole della concorrenza fatte proprie dalla Ue.

Magari è giusto cercare delle eccezioni, ma forse va concordato con la Ue, specie dopo che la Ue si è sobbarcata nei fatti una parte di debito italiano.

Se un accordo non c’è stato, questo sarà senza conseguenze? Il rapporto debito-Pil peggiora e a gennaio 2021 potrebbe superare il 200%. A quel punto che conseguenze ci saranno per il Paese?

La Chiesa e tutte le religioni ci dicono che prima o poi le conseguenze arrivano. La sentenza Vivendi ci dice che forse tali conseguenze potrebbero essere più prossime di quanto non pensino alcuni in Italia.

Di fronte a queste prospettive è folle e puerile solo pensare di minacciare fughe dall’euro o di battere i pugni. Occorrerebbe pensare invece di attrezzarsi con maggiore rigore alle nuove condizioni di mercato, che possono essere una grande occasione se non verrà sprecata.

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