DALLA GERMANIA/ Covid, green pass, clima, media: la verità che non arriva in Italia

- int. Edoardo Laudisi

L’aumento dei ricoveri in terapia intensiva preoccupa la Germania. Ma la “pandemia dei non vaccinati” è solo uno slogan, il vero nodo è politico

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Il Parlamento tedesco (LaPresse)

L’aumento dei ricoveri in terapia intensiva preoccupa la Germania. L’enfasi sui “194 morti in 24 ore” aveva condotto il ministro della Salute Jens Spahn a parlare di “pandemia dei non vaccinati”: un messaggio, prontamente raccolto dai giornali e dai maggiori siti italiani, che sembra fatto apposta per suggerire misure più restrittive.

È un’esagerazione, ci dice Edoardo Laudisi, scrittore e traduttore, stabilmente in Germania da diversi anni. “La punta massima assoluta di pazienti Covid in terapia intensiva è stata di 5.700 ricoveri a gennaio 2021, oggi siamo a 2.300 ricoveri Covid. Lo stesso Spahn ha corretto il tiro, perché all’origine dell’impennata ci sono anziani e persone fragili che hanno già fatto il ciclo completo di vaccinazione”. Ma in Italia è rimasto solo l’allarme. Come e più della pandemia, riflette Laudisi, a preoccupare dovrebbe essere lo stato di sofferenza delle nostre democrazie. Inedito, sfuggente, ma non per questo meno reale.

A quanto leggiamo in Italia è stato il ministro della Salute Jens Spahn a parlare di “pandemia dei non vaccinati”. Com’è la situazione in Germania?

Fino a qualche giorno fa era abbastanza tranquilla, nel senso che i media usavano toni relativamente pacati. Da qualche giorno però sono risuonati gli allarmi anti-Covid su tutto il territorio nazionale. L’innesco è stato l’aumento dei pazienti in terapia intensiva, che sono saliti a 2.300 in poco tempo.

Qual è l’incidenza (numero di positivi su 100mila persone)?

È di 170, ma in alcuni Länder come la Baviera e la Sassonia supera i 300. Questi numeri hanno allarmato Spahn, che in un primo momento, come di consueto, ha scaricato le colpe sui non vaccinati parlando di “pandemia dei non vaccinati”, ma nel corso della giornata di venerdì è stato costretto a correggere il tiro.

Per quale motivo?

Secondo gli ultimi dati giunto al ministero della Sanità, all’origine dell’impennata sembrerebbero esserci persone anziane già vaccinate ma con la seconda dose in scadenza. Anche il personale sanitario, che si è vaccinato per primo, sembrerebbe colpito dal fenomeno, tanto che ormai si parla di boost (terza dose) da fare a tappeto e poi ciclicamente.

Anche in Germania le terapie intensive sono il vero campanello dell’allarme pandemico?

Direi di sì, anche se i dati suggerirebbero altro. Va detto che la Germania ha una disponibilità massima di 30mila posti letto in terapia intensiva contro i 10mila dell’Italia. Il dato interessante è che la punta massima assoluta di pazienti Covid in terapia intensiva è stata di 5.700 ricoveri a gennaio 2021, durante l’ondata invernale dell’anno scorso. In quella data il totale dei ricoveri – non solo dovuti al Covid quindi – in terapia intensiva era di 21mila.

Perché questa considerazione?

Questo significa che nonostante la pressione rimaneva un polmone di più di 9mila letti. Oggi siamo a 2.300 ricoveri Covid. Anche ammettendo che questa ondata sia brutta come quella dell’inverno scorso, cosa alquanto improbabile visto che l’anno scorso nessuno era vaccinato, non si capisce bene tutto questo allarmismo sulle terapie intensive. O forse sì, e questo comporterebbe una messa in discussione razionale dell’efficacia e della necessità dei vaccini attualmente in uso.

Attualmente come funziona il green pass?

In Germania non è stato introdotto il green pass con relativo obbligo vaccinale, ma dal 21 agosto vige la regola delle 3G: geimpft, genesend oder getestet, vale a dire vaccinato, guarito o testato con tampone.

Dove vale questa regola?

Negli ospedali, case riposo per anziani, tutti gli istituti di cura, ristoranti, locali, bar e discoteche, luoghi di aggregazione al chiuso, palestre e tutti i luoghi dove si esercita una professione a contatto con il cliente come parrucchieri o centri estetici. Non vale sui posti di lavoro che non ricadono in questi casi né nelle università o nelle scuole.

Dunque c’è il green pass ma non comporta alcun vincolo, cioè al momento è solo un attestato?

Esatto, solo un attestato di avvenuta vaccinazione o di tampone.

Dunque è ben diverso dall’Italia.

L’introduzione di un green pass sullo stile italiano per il momento non viene presa in considerazione per via dei problemi che creerebbe a livello giuridico.

“Pandemia dei non vaccinati” non è una definizione scientifica, assomiglia piuttosto ad una classificazione sociale. Cosa può dirci in proposito?

Assolutamente sì, tanto più che è un’espressione falsa in quanto, come dimostra il caso tedesco, tra i nuovi ammalati ci sono molte persone fragili che hanno già fatto il ciclo completo di vaccinazione. Sarebbe molto più corretto parlare di pandemia e basta.

E perché non lo si fa, secondo lei?

Politici e media sembrano sempre più propensi a identificare un gruppo di responsabili, in altri tempi si sarebbero chiamati untori, ai quali addossare la colpa delle nuove ondate che invece travolgono tutti, vaccinati e non. È un gioco pericoloso che alla lunga rischia di compromettere la tenuta sociale di un paese.

D’accordo, la Germania ha tanti contagi. Ma cosa dicono le curve dei decessi?

La media dell’ultima settimana è di 118 morti al giorno, tendenza a salire, con differenze notevoli tra regione e regione. Un dato pressoché uguale a quello di inizio novembre 2020 che portò alla seconda ondata. Con la differenza che allora non c’erano i vaccini. Baviera e Sassonia sono i Länder più colpiti tanto che in Sassonia stanno pensando di passare alla regola 2G, che restringerebbe il campo ai soli vaccinati e guariti.

Qual è l’atteggiamento prevalente verso la pandemia?

Direi di paura. La pandemia è stata un game changer, uno spartiacque che ha trasformato la società in modo invisibile. La maggioranza dei tedeschi ha appoggiato fin dal primo momento tutte le misure prese dal governo e l’impressione è che sarebbe disposta ad approvare disposizioni ancora più coercitive. Ad esempio, il 60% dei tedeschi è favorevole a una vaccinazione obbligatoria, nonostante i vaccini stiano dimostrando molti limiti. Ma la paura è tanta e la pressione sul singolo individuo aumenta ad ogni sirena di allarme suonata dai media.

Le misure più importanti adottate dal governo?

La più importante è sicuramente l’accordo tra Governo e Länder dell’agosto scorso che ha esteso la regola delle 3G a tutto il territorio nazionale. Molti virologi televisivi vorrebbero qualcosa di più forte come il green pass francese, ad esempio, oppure la vaccinazione obbligatoria. Anche se questo comporterebbe problemi giuridici difficilmente superabili. Per questo la soluzione all’italiana del green pass da queste parti non viene vista di buon occhio.

E un obbligo per categorie?

Anche una vaccinazione obbligatoria del personale medico comporterebbe dei problemi. Secondo stime note al ministero della Sanità, il 40% del personale ospedaliero non la accetterebbe e manderebbe in tilt il sistema sanitario. Per questo la vaccinazione è solo consigliata.

A suo modo di vedere l’informazione che ruolo sta avendo?

I media sono i veri pro…motori della pandemia. Quelli mainstream si agganciano ad ogni nuova ondata per spingere verso restrizioni sempre più drastiche, additando i non vaccinati come i veri responsabili dell’aumento dei morti anche se, come abbiamo visto, le cose non stanno proprio così.

Per capirci, di quali media stiamo parando?

Spiegel online, Süddeutsche Zeitung, Faz, che sono i “giornaloni”, e poi tutte le tv pubbliche Ard e Zdf.

Non c’è dibattito?

I dibattiti critici, che sono sempre stati al centro del sistema culturale e mediatico tedesco, sono praticamente spariti dalle reti principali. Resistono i canali internet di controinformazione e qualche rivista culturale di stampo liberale che non vuole ammainare la bandiera del confronto dialettico. Una situazione abbastanza desolante.

La pandemia ha ripercussioni sulle trattative per formare il nuovo governo tra Grünen, liberali e socialdemocratici?

Direi di no. I tre partiti che stanno negoziando la coalizione “semaforo” hanno posizioni pressoché uguali sulla gestione della pandemia. I liberali ogni tanto hanno qualche mal di pancia per via delle restrizioni liberticide e dello stato di emergenza protratto ad oltranza, ma è più che altro una protesta formale. Un po’ come sfogliare un vecchio album fotografico per ricordarsi che un tempo si era liberali.

Perché venerdì i verdi hanno bloccato il negoziato? Che cosa chiedono?

Il problema vero è che quando si entra nel concreto della rivoluzione digitale e di quella ambientale che i Grünen vogliono imporre, sono dolori per tutti. L’annunciata modernizzazione, se arriverà, sarà dolorosa, brutalmente costosa e spietata perché produrrà perdenti di lungo corso e nuove paure esistenziali. Nessun partito ne uscirà senza danni in termini di perdite di consenso, peraltro già basso. Ma di questo nessuno vuole parlare.

In questa situazione cosa fa Olaf Scholz?

Si vede già cancelliere, cerca di fare la Merkel: far finta di ascoltare, nicchiare, lasciare che gli altri si sfianchino fino alla disperazione e poi zac, proporre una soluzione tirando il carro dalla propria parte. Ma Olaf non è Angela e si vede. I verdi lo hanno inchiodato sui costi della transizione digitale e della rivoluzione verde e pretendono delle garanzie che Scholz non sa o non può dare.

Cop26 ha ripercussioni su quanto sta accadendo?

Poco. Con i verdi la Germania si è posta dei traguardi che superano di gran lunga l’agenda Cop26. Va ricordato ad esempio che già oggi il 42% della produzione di elettricità tedesca proviene da fonti rinnovabili. Il piano di modernizzazione prevede che le centrali a carbone vengano chiuse entro il 2038 ma i verdi vorrebbero anticipare la data al 2030.

C’è un fatto importante da considerare nel quadro tedesco: l’aumento dell’inflazione. Cosa può dirci su questo?

Quando si parla di inflazione in Germania bisogna prendere in considerazione il grande shock collettivo dell’iperinflazione del 1923, quando in pochi mesi il tasso di inflazione salì alle stelle. Un litro di latte a giugno del 1923 costava 1.300 marchi e a dicembre dello stesso anno costava 360 miliardi di marchi. Fu un dramma immenso che provocò a un’ondata di suicidi mai visti prima. Da qui l’allergia per l’inflazione di ogni governo tedesco e l’attenzione quasi maniacale alle politiche fiscali restrittive.

E adesso?

L’aumento degli ultimi mesi dei prezzi di materie prime, energia e generi alimentari sta destando preoccupazione anche perché, proprio come nel 1923, le cause non sono chiarissime. Per questo è molto probabile che il governo tedesco inizi a premere con insistenza su Bruxelles per tornare il prima possibile all’austerity e per ridimensionare le aspettative di revisione del patto di stabilità, che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe introdurre una maggiore flessibilità.

Cosa teme il governo?

Non è difficile immaginare quello che accadrebbe dal punto di vista sociale in uno scenario di inflazione e prezzi energetici alle stelle per via della rivoluzione green.

Sembra di poter dire che siamo nel mezzo di una “rivoluzione” di cui non è facile afferrare la fisionomia. Lei cosa pensa?

Covid e clima sono due deus ex machina che stanno cambiando i connotati alle nostre società, e quindi anche alle “costituzioni materiali” così come le abbiamo intese e vissute fino a qualche anno fa. Potrei portare un piccolo esempio personale che può aiutare a comprendere la cifra di questo cambiamento percettivo.

Prego.

Un mio conoscente, un ingegnere tedesco attivo nel campo delle energie rinnovabili, mi ha raccontato di un incontro informale avuto con dei dirigenti di una grande azienda energetica tedesca. A un certo punto il discorso è andato sul come gestire il cambiamento energetico dal punto di vista politico. Il passaggio a fonti energetiche completamente rinnovabili farà salire i costi dell’energia alle stelle e questo non per un periodo breve. Il rischio è quello che i cittadini, messi alle strette, per protesta votino partiti populisti schierati contro il cambiamento. Quindi, concludono i dirigenti, forse la democrazia non è il sistema politico adatto per raggiungere l’obiettivo climatico desiderato. E allora bisognerebbe trovarne un altro, magari simile a quello cinese, in grado di garantire il successo del progetto.

E l’ingegnere?

Il mio conoscente, una persona moderna e certamente democratica, non trova nulla di strano in questa idea e non è certo l’unico a pensarla così. Qui dobbiamo fare molta attenzione perché, senza neanche rendercene conto, per salvaguardare clima e salute pubblica rischiamo di perdere non soltanto le nostre costituzioni materiali, ma le nostre democrazie.

(Federico Ferraù)

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