DALLA GERMANIA/ Ecco dove il Governo Scholz vuole portare l’Europa

- Alessandro Fontana

Il Governo diretto da Olaf Scholz ha assunto la guida della Germania. La sua azione è destinata ad avere effetti anche nel resto d’Europa

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Lidner, Scholz e Habeck presentano il programma di governo (Lapresse)

STOCCARDA – Ci siamo: il Governo diretto da Olaf Scholz ha assunto la guida della Germania. È espressione della coalizione “Ampel” (semaforo), che prende il nome dal colore dei tre partiti che la compongono: rosso per i socialdemocratici (SPD), giallo per i liberali (FPD) e ovviamente verde per i Verdi. I cittadini tedeschi attendono il nuovo esecutivo alla prova dei fatti. Ma, trattandosi della Germania, non sono solo i cittadini tedeschi a chiedersi cosa succederà: il bacino degli stakeholders coincide con l’intero continente europeo.

A sud delle Alpi, in particolare, ci si chiede se il nuovo Governo tedesco abbandonerà la linea del rigore di bilancio, consentendo un “superamento” del famoso limite del 3% sul deficit/Pil (nella nuova accezione dei politici italiani significa “miglioramento”, ma in questo caso anche in senso letterale). Da qualche tempo, inoltre, sembra che tali aspettative siano coltivate anche a ovest del Reno: in un contesto di deficit fuori controllo e debiti in ascesa, gli interessi di Francia e Italia hanno trovato una naturale confluenza verso l’obiettivo di addolcire la linea dura dei falchi teutonici.

Dalle segrete stanze dove si sono svolte le negoziazioni per il nuovo Governo trapelano indiscrezioni contraddittorie: da un lato, sembrano esserci aperture a una revisione del Patto di stabilità in senso meno rigorista (tesi avallata da Tonia Mastrobuoni su Repubblica); dall’altro, la presenza dei liberali potrebbe esercitare una trazione in senso opposto. Martin Greive di Handelsblatt sembra essere possibilista su una rinegoziazione dei trattati anche se, ammette, è molto difficile estrapolare la traiettoria futura della Ampelkoalition dagli elementi attualmente in nostro possesso. Per capirne di più, proviamo a vedere cosa dice il contratto di governo, intitolato “osare maggior progresso” (alleanza per libertà, giustizia e sostenibilità). Ecco i punti fondamentali.

VII. La responsabilità della Germania verso l’Europa e il mondo

“La conferenza [sul futuro dell’Europa] dovrebbe portare ad una assemblea costituente e condurre ad ulteriori sviluppi verso la costituzione di uno Stato europeo federale, organizzato in modo decentralizzato secondo i principi di sussidiarietà e proporzionalità”.

“Vogliamo rafforzare e approfondire l’unione economica e monetaria. Il Patto di stabilità e crescita (PSC) ha dimostrato la sua flessibilità. Su questa base, vogliamo garantire la crescita, mantenere la sostenibilità del debito e garantire investimenti sostenibili e rispettosi del clima. L’ulteriore sviluppo delle regole di politica fiscale dovrebbe basarsi su questi obiettivi, al fine di rafforzarne l’efficacia di fronte alle sfide del tempo. Il PSC dovrebbe diventare più semplice e trasparente, anche al fine di rafforzarne l’applicazione”.

“Next Generation Eu (NGEU) è uno strumento limitato in termini di tempo e quantità, e vogliamo che il programma di ricostruzione porti ad una ripresa più rapida e sostenibile, dopo la crisi che ha investito l’intera l’Europa. Ciò è anche nell’interesse della Germania. Le specifiche qualitative e le misure di riforma concordate nell’ambito del NGEU dovranno essere rispettate”.

Il documento contiene indubbiamente alcune aperture coraggiose, come ad esempio il riferimento a uno “Stato federale europeo” e l’anelito a effettuare investimenti infrastrutturali su scala continentale. Ma a ogni azione corrisponde una reazione: in altre parole, la Germania è pronta a “osare maggior progresso”, ma solo nel contesto di un un quadro normativo chiaro e condiviso. Significativo in questo senso il riferimento al Patto di stabilità: il patto ha già dimostrato la sua flessibilità, che però è stata esercitata un po’ a casaccio, secondo l’estro del momento e dei singoli Paesi. La proposta è fissare le regole in modo semplice e chiaro, “al fine di rafforzarne l’applicazione.”

VIII. Investimenti futuri e finanza sostenibile

“Nel 2022 si dovrà continuare a fare i conti con gli effetti della pandemia, che continuerà a determinare una situazione di emergenza eccezionale ai sensi della regola del debito. Utilizzeremo gli strumenti aggiuntivi per superare la crisi pandemica e adottare misure atte a favorire una rapida ripresa economica. A partire dal 2023 limiteremo il debito al margine di manovra prescritto dalla Costituzione e rispetteremo i requisiti del freno all’indebitamento”. 

“In quanto àncora di stabilità, la Germania deve continuare a mantenere il suo ruolo di pioniere in Europa. La solidità finanziaria e l’uso oculato del denaro pubblico sono i principi fondamentali della nostra politica finanziaria e di bilancio”.

Anche in questo caso il messaggio è inequivocabile: il debito contratto per far fronte all’emergenza Covid deve considerarsi un fatto eccezionale. L’obiettivo è rientrare al più presto possibile (dal 2023) sul percorso di sostenibilità finanziaria prescritto dalla Costituzione. La Germania vede inoltre se stessa come “àncora di stabilità” per l’Europa: cercherà quindi di condurre anche i partner europei su un’orbita stabile. C’è inoltre un riferimento esplicito ai fondi Next Generation Eu, che dovranno essere usati in base alle regole in modo inderogabile, e il cui debito dovrà essere rimborsato.

Quindi, se di una riforma del Patto di stabilità si potrà parlare, si tratterà di una riforma in senso forse più rigorista, nel senso che le nuove regole, una volta fissate, dovranno essere applicate senza eccezioni. La partita appare quindi rinviata al tavolo negoziale in cui verranno decise le regole, dove i soliti nodi verranno al pettine. Non si può d’altra parte escludere che le nuove regole possano prevedere maggiori margini di flessibilità per alcune categorie di investimenti, come auspicato dai partner europei.

Nel frattempo l’inflazione ha rialzato la testa e in Germania viaggia ormai su livelli piuttosto elevati (5-6%). Il surriscaldamento dei prezzi sarebbe da ricondurre al rimbalzo del Pil avvenuto nella prima parte del 2021, dopo la depressione pandemica del 2020, inasprito dai problemi di approvvigionamento che affliggono il settore manifatturiero (pensiamo alla carenza di chip elettronici). Si tratterebbe quindi di un fenomeno transitorio, che per il momento non sembra destare paure ancestrali Weimeriane nel popolo tedesco. Il fenomeno non è tuttavia sfuggito all’attenzione della Ampelkoalition.

“La stabilità dei prezzi è fondamentale per la prosperità dell’Europa. Prendiamo molto sul serio le preoccupazioni delle persone sull’aumento dell’inflazione. La Bce può esercitare al meglio il suo mandato, che consiste principalmente nel perseguire l’obiettivo di stabilità dei prezzi, quando la politica di bilancio nella Ue e negli Stati membri adempie alle proprie responsabilità”.

D’altra parte, la politica della Bce è da tempo orientata al perseguimento di obiettivi di matrice sudeuropea. Avendo l’Italia un alto debito e (da vent’anni) un tasso di crescita medio vicino a zero, spingere i tassi di interesse sottozero rappresenta un modo per rallentare l’escalation del rapporto debito/Pil del nostro Paese: è quello che fa la Bce dai tempi del “whatever it takes” di Mario Draghi. La nota riportata nel contratto di governo ammonisce che questo stato di cose è percepito come un’anomalia da correggere.

L’ex presidente dell’IFO (Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung) Hans Werner Sinn predica da anni sulle incongruenze di una politica monetaria troppo espansiva da parte della Bce. Da un lato, l’Eurotower non avrebbe il mandato per comprare titoli di stato dei singoli Paesi e la sua azione, secondo Sinn, sarebbe quindi  sostanzialmente illegale. Dall’altro, lasciare le briglie della politica monetarie troppo lasche impedirebbe di usarle per frenare l’inflazione, qualora ce ne fosse bisogno. E quel momento potrebbe essere arrivato.

La buona notizia (per l’Italia) è che per ora non si va oltre a generiche affermazioni di principio. La verità è che gli ultimi anni hanno portato a una divergenza sempre più marcata delle economie europee, invece che all’auspicata armonizzazione. Dal momento che nessuno sa cosa fare per sistemare le cose, ci si limita a gestire il presente. Dopo tutto, i governi democratici durano solo quattro anni.

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