DEMOCRAZIA AL CINEMA/ 7 film per affrontare i dilemmi del costituzionalismo

- Ugo Baistrocchi

È stato ripubblicato un libro di Giovanni Rizzoni che affronta le tensioni sui principi alla base della convivenza civile attraverso sette film

Lincoln film WEB1280 640x300 Una scena del film Lincoln

Era introvabile da anni e risale al 2007 la prima edizione di questo piccolo grande libro Democrazia al cinema – I dilemmi del costituzionalismo in sette film, di Giovanni Rizzoni, che l’editore Meltemi ha finalmente ripubblicato anche in versione e-book. Il titolo completo non deve fare impressione perché, pur essendo un libro serio e impegnato, è allo stesso tempo un testo appassionante, che si legge e rilegge con piacere. L’autore, funzionario del Senato e docente presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma, nonché esperto e appassionato di cinema, è riuscito nel difficile compito di realizzare un libro di testo utile per i corsi di diritto costituzionale e comparato ma anche un libro originale e stimolante per tutti gli amanti del cinema. 

La parola costituzionalismo non è un parolone, ma semplicemente descrive il sistema, contrapposto all’assolutismo, che è alla base ormai di tutte le democrazie del mondo, un sistema di principi e regole che legittimano, organizzano e limitano i poteri degli Stati moderni. L’eguaglianza, la divisione dei poteri, il principio della maggioranza, la rappresentanza attiva e passiva, e tutti gli altri principi che sono contenuti nei testi delle costituzioni di ogni Paese e che rappresentano per ogni Stato la legge fondamentale, cui tutti le altre leggi si devono adeguare, sono tutti nati nella fucina della Storia, attraverso guerre e rivoluzioni, violenze e morti. Ma anche quando i conflitti e le rivoluzioni finiscono e producono le loro dichiarazioni dei diritti, le loro costituzioni, non si può dormire sugli allori. Come insegnava Piero Calamandrei “La costituzione è un pezzo di carta. Se la lascio cadere e non si muove“. 

I principi contenuti nella legge fondamentale per realizzarsi nel mondo e nella società devono camminare sulle gambe degli uomini. Proprio la drammatica nascita di questi principi e la loro altrettanto drammatica e problematica attuazione li rendono materia prima adatta per farne il soggetto di un’opera cinematografica. Il cinema è diventato quello che per gli antichi greci era la tragedia: il principale mezzo espressivo attraverso il quale noi moderni rielaboriamo attraverso l’immaginario collettivo le basi fondamentali della nostra convivenza civile. “Il cinema – afferma l’autore – è direttamente pensiero di ciò che mostra, senza alcun bisogno di sovrastrutture pedagogiche” e può, quindi, essere utilizzato per illustrare gli argomenti di cui si occupa Democrazia al cinema. 

I dilemmi del costituzionalismo, cui Rizzoni accenna nel sottotitolo del suo libro, sono le questioni fondamentali di cui si sente parlare tutti i giorni: il rapporto tra la tutela dei diritti (anche delle minoranze, anche del singolo individuo) e il principio di maggioranza (che è legittimato dalle costituzioni, ma non può divenire dittatura della maggioranza); la natura della rappresentanza politica in un mondo dove le tecnologie rendono possibile la democrazia diretta e milioni di cittadini possono manifestare contemporaneamente il proprio pensiero attraverso i social; il problema della verità, come risultato di procedure semplicemente corrette o negoziate tra diversi poteri, grazie alla previsione di equilibrati pesi e contrappesi; le condizioni possibili di un costituzionalismo che legittimi e limiti il potere. 

Per illustrare questi problemi l’autore utilizza sette film, quattro già presenti nella prima edizione (Amistad, La parola ai giurati, The Queen e Tempesta su Washington) e tre nuovi (Lincoln, La Favorita e Milk). È un peccato, però, che nella nuova versione del libro sia stata esclusa, l’interessante l’analisi di History of violence, di David Cronenberg, che approfondiva proprio il rapporto tra la violenza e la nascita della democrazia.

I primi due film che vengono analizzati sono entrambi di Steven Spielberg e sono Amistad (1997) e Lincoln (2012). Rizzoni nelle sue analisi mostra come nel primo film la Costituzione degli Stati Uniti sia stata sottoposta a una dura prova mentre nel secondo si racconta come sia stato necessario emendarla per eliminare definitivamente lo schiavismo negli Usa. Amistad è il nome di una nave negriera, battente bandiera spagnola, sulla quale uomini e donne africani, caricati con la violenza per essere venduti come schiavi, si ribellarono, uccidendo i negrieri tranne due marinai. La nave venne intercettata e sequestrata nel 1839 dalla Marina degli Stati Uniti e divenne un caso internazionale. La Spagna, in base a un trattato con gli Usa, pretendeva la restituzione della nave e del suo carico, ma le associazioni americane contro la schiavitù presero le difese dei presunti schiavi. Dopo due giudizi il caso arrivò alla Corte suprema federale dove i giudici erano in maggioranza del Sud schiavista. Il presidente Van Buren, tra l’altro, interferì pesantemente nei primi due giudizi. Le tre corti furono all’epoca terreno di scontro tra schiavisti e antischiavisti. Grazie alla difesa dell’ex presidente Quincy Adams, la questione venne infine risolta a favore dei presunti schiavi, ma senza che la Corte suprema si pronunciasse sul problema della legittimità o meno della schiavitù stessa. Per affrontare questo problema si dovrà arrivare alla guerra civile tra Nord e Sud e all’approvazione del XIII emendamento, che vieta la schiavitù negli Stati uniti. 

Questo è l’argomento del secondo film di Spielberg nel quale Lincoln, rieletto per un secondo mandato, cerca di far approvare questo emendamento per imporlo anche agli Stati del sud dopo la guerra, al loro rientro nell’Unione. Il problema che Lincoln vuole affrontare e risolvere definitivamente è il contrasto tra l’eguaglianza di tutti gli uomini, proclamata solennemente dalla Dichiarazione di indipendenza, e la pratica della schiavitù, consentita negli Stati del sud. Per ottenere questo ricorre a ogni mezzo, anche alla corruzione, facendo votare il provvedimento dalla vecchia Camera e non da quella già eletta ma non ancora insediata. Impedisce anche ai delegati del Sud, che vorrebbero trattare la pace, di raggiungere Washington prima dell’approvazione dell’emendamento. Insomma, anche in questo caso si dimostra che il divieto della schiavitù, un principio oggi ovvio e di fatto già presente tra i principi alla base della Costituzione americana, ha richiesto, per realizzarsi in concreto, addirittura una guerra e non è stato approvato soltanto attraverso nobili e aulici dibattiti nelle aule parlamentari, ma attraverso sotterfugi e procedure non limpide.

La Favorita e The Queen sono particolarmente interessanti perché hanno al centro la monarchia inglese, quindi un caso particolare di democrazia. Nel primo film ambientato all’inizio del ‘700 la monarchia inglese da assoluta si sta costituzionalizzando e la maggior parte dei poteri passa dal re al Parlamento. Il Potere poi diventa contendibile e comincia l’alternanza tra maggioranza e opposizione che è alla base delle democrazie parlamentari. Il film di Gheorghios Lanthimos è del 2018 e racconta, con molta libertà, gli intrighi alla corte della regina Anna (1702-1714) i cui favori sono contesi da due cugine, mentre i leader della maggioranza e dell’opposizione lottano per il potere servendosi anche dell’influenza delle favorite sulla regina stessa. 

In The Queen (2005), di Stephen Frears, il problema è quello della rappresentanza politica. All’inizio del film la regina Elisabetta II affida l’incarico di primo ministro a Tony Blair, vincitore delle elezioni. Entrambi sono rappresentanti politici del popolo inglese, ma la morte della principessa Diana mette in crisi il loro ruolo. Il popolo è turbato dalla morte di Diana e non comprende l’indifferenza della regina. Blair si rende conto che la monarchia è in pericolo perché il popolo non si sente più rappresentato e convince la regina a tornare a Londra, parlare in televisione e autorizzare una solenne cerimonia funebre. La volontà del popolo si impone ai suoi rappresentanti costituzionali e questi devono adeguarsi.

Il problema della verità è, invece, al centro degli altri due film analizzati. Il primo è La parola ai giurati (1957) di Sidney Lumet. Si tratta di un film famosissimo ed è la traduzione cinematografica di un telefilm trasmesso nel 1954, anch’esso diretto da Sidney Lumet. Ha avuto numerose versioni cinematografiche nazionali (russa, indiana, giapponese, cinese, ecc.), nonché innumerevoli versioni teatrali del testo scritto dall’autore della sceneggiatura, Reginald Ross. Il film permette di entrare in uno dei santuari della democrazia americana, una giuria popolare chiamata a giudicare un caso di omicidio. Si tratta di un microcosmo deliberativo complesso che si attiene a pochi ma tassativi principi: i giurati sono estratti a sorte; la decisione deve essere all’unanimità; il giudizio deve essere basato sul libero convincimento sulla colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Un ragazzo è accusato di parricidio. Tutti i giurati sono convinti della sua colpevolezza tranne uno, il giurato n. 8, interpretato da Henry Fonda, che vorrebbe discutere prima di decidere. Attraverso la discussione i giurati costruiranno la loro verità. Il film dimostra come, al di là di ogni ragionevole dubbio, la democrazia si basi non solo sul voto, che potrebbe essere la somma dei pregiudizi di ognuno, ma richieda prima una discussione collettiva attraverso la quale arrivare a costruire una verità, non quella assoluta ma quella umana, basata su un convincimento argomentato.

Tempesta su Washington (1962) di Otto Preminger è un film straordinario e bene ha fatto Rizzoni a sottoporlo alle sue analisi. Una delle protagoniste del film è infatti proprio la Costituzione degli Stati Uniti ed è veramente incredibile come Preminger, esattamente come Rizzoni con il suo libro, riesca a ricavare da un soggetto apparentemente ben poco invitante un film emozionante, pieno di tensione dall’inizio alla fine e con continui colpi di scena. Eppure l’argomento del film è semplicemente il parere che il Senato americano deve dare sulla nomina da parte del Presidente del Segretario di Stato, la carica più importante del governo, corrispondente all’incirca al nostro ministro degli Esteri. Il candidato designato viene prima esaminato da una sottocommissione in sedute pubbliche diffuse dalle tv e poi sottoposto al voto favorevole o meno del Senato. Il candidato del film, interpretato anche qui da Henry Fonda, è un professore universitario che viene accusato di essere stato comunista da giovane. Se questo sia vero o meno e se la verità possa essere negoziata per interessi superiori è il problema costituzionale al centro del film. Un Presidente moribondo che vuole un Segretario forte per sostenere un vicepresidente debole, dopo la propria morte, un vicepresidente che presiede il Senato ma non vota se non in caso di parità, i capi della maggioranza e dell’opposizione, il presidente ricattabile della sottoommissione, un senatore fanatico amante della pace ma senza scrupoli, sono alcuni dei tanti protagonisti che animano questo film e lo rendono anch’esso indimenticabile.

L’ultimo film analizzato è Milk (2008) di Gus Van Sant . Il film racconta la storia di Harvey Milk, che fu il primo omosessuale dichiarato a essere eletto, negli anni Settanta a San Francisco, a una carica politica negli Stati Uniti. Il film non racconta solo la trasformazione di Milk, interpretato da Sean Penn, da assicuratore, che nasconde il suo essere gay, in attivista e la lunga lotta della comunità gay per riuscire a eleggerlo come rappresentante, ma anche la sfida di Milk contro il senatore John Briggs. Costui aveva presentato una richiesta di referendum per modificare la Costituzione della California, introducendo una norma che vietasse agli omosessuali di insegnare nelle scuole pubbliche. Quindi il film non tratta soltanto di come una minoranza si mobiliti e ottenga una rappresentanza politica, ma anche il problema se una maggioranza può imporre “democraticamente” una norma discriminatoria nei confronti di una minoranza. Mai come in questo caso l’analisi di Rizzoni permette di comprendere che dietro lo spettacolo del trionfo apparente dei principi costituzionali del vivere civile si nasconde sempre la possibilità che questi principi siano distorti e abusati senza la la vigilanza, partecipazione e l’impegno di di tutti per mantenerli vivi e attivi.





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