FINANZA/ Ma perché la Bce non vuol salvare l’Europa?

- Mauro Bottarelli

La Bce, spiega MAURO BOTTARELLI, ha deciso di non dare il via a un massiccio acquisto di titoli di stato che avrebbe limitato la speculazione

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Jean Claude Trichet (Foto Ansa)

Non ci voleva un genio e, infatti, dovendo scegliere tra i desiderata della Bundesbank e il rischio concreto di un default devastante per la tenuta stessa dell’eurozona, la Bce è stata “costretta” a scegliere la seconda opzione e agire parzialmente di conseguenza.

Rallentamento della exit strategy, liquidità illimitata e aste a tasso fisso per il 2011, oltre a tassi d’interesse invariati: è stata questa la ricetta uscita ieri dalla riunione della Banca centrale per tamponare la crisi e i risultati non si sono fatti attendere, nonostante i mercati si attendessero l’annuncio di un massiccio acquisto di titoli sovrani per tagliare le gambe alla speculazione e quindi far battere in ritirata gli avvoltoi obbligazionari.

L’asta di bond triennali spagnoli di ieri mattina, infatti, ha registrato il pienone per i 2,5 miliardi di euro emessi al tasso del 3,72%, 23 punti base meno rispetto all’asta precedente, risultato che ha permesso un ritracciamento degli extra-rendimenti anche per i bond italiani a portoghesi rispetto al bund. Non un segnale da poco, visto che mercoledì un’asta di titoli di stato tedeschi a cinque anni (Bobl) ha ricevuto richieste minori all’offerta, secondo segnale di fila in una settimana che nemmeno il safe haven è più al riparo dalle tensioni, mentre l’asta per collocare 500 milioni di titoli di stato portoghesi a 12 mesi, sempre mercoledì, ha registrato una domanda pari a 2,5 volte l’offerta a fronte di una bid-to-cover ratio dell’1,8 di novembre grazie a un nuovo balzo del rendimento, salito al 5,28% dal 4,81% dell’asta precedente.

Per Chiara Cremonesi di Unicredit London, «il rendimento medio dell’asta è stato al di sotto del mercato secondario. Tenendo in considerazione la situazione ambientale in cui quest’asta si è tenuta, possiamo parlare di un buon risultato che manda un segnale rassicurante agli investitori dopo i timori sempre crescenti di contagio sovrano verso la Spagna». La bid-to-cover ratio dell’asta di ieri è stata di 2,27, più alta del 2,16 della precedente tenutasi il 7 ottobre. Per John Anderson della Gartmore Investment Management, «avendo una necessità di finanziamento molto alta per l’inizio del prossimo anno, è importante che il sentimento dei mercati verso la Spagna sia positivo, altrimenti il paese si tramuterà nel corrispettivo sovrano di Northern Rock».

In effetti, le cedole previste per il 2011 equivalgono a 45 miliardi di euro a fronte dei 32 di quest’anno e il primo pagamento da 15,5 miliardi scadrà ad aprile: inoltre, le banche spagnole devono rifinanziare qualcosa come 85 miliardi di euro nel 2011 e circa il 10% del debito esterno andrà a maturazione nella prima metà del prossimo anno. Per Nikolaos Panigirtzoglou di JP Morgan Chase a Londra, «la pressione sulla Spagna è destinata a intensificarsi verso l’inizio del nuovo anno visto che il picco di rifinanziamenti è previsto per marzo-aprile. Le banche spagnole, inoltre, avranno pesanti oneri di finanziamento nel 2011, per questo sarà dura per loro poter finanziare il debito spagnolo attraverso acquisto di titoli di Stato se non attraverso un’opzione di finanziamento garantita dalla Bce».

Per Simon Samuels e Mike Harrison della Barclays Capital, «governo e banche spagnole devono riuscire a raccogliere 73 miliardi di euro nei primi quattro mesi del 2011 e dopo il salvataggio irlandese, i mercati trattano questi due soggetti come se fossero uno solo». Stando all’ultimo report di Mohit Kumar, analista di Deutsche Bank a Londra, «marzo e aprile saranno i mesi chiave per la Spagna, visto che tutte le questioni devono essere risolte in quell’arco temporale per evitare rischi sistemici. Se il sentiment dei mercati non sarà migliorato e gli investitori resteranno alla larga, sarà durissima per tutte quelle nazioni che non hanno solidi fondamentali». Non ha dubbi nemmeno Ioannis Sokos di BNP Paribas, secondo cui «tutto dipende della Bce. Se la Bce delude i mercati, non ci sarà questione di buone o cattive aste, sarà il collasso. Parliamoci chiaro, che i fondamentali spagnoli siano meglio di quelli portoghesi è irrilevante e accademico a questo punto. Il mercato è guidato dalla paura».

 

Ieri, sulla scorta delle speculazioni riguardo un programma di quantitative easing da parte della Bce, i cds di Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia sono tutti scesi, nel nostro caso e in quello di Madrid e Lisbona addirittura del 12%: detto fatto, il buon Trichet ha negato in conclusione di riunione il lancio di una politica di acquisto obbligazionario. Oggi i mercati ci diranno come la pensano e a mio avviso non saranno pensieri confortanti: è bastata la conferenza stampa di Trichet per far scendere l’euro rispetto al dollaro, pensate cosa potrà accadere non appena gli investitori avranno la certezza che il lungo sonno dei burocrati di Francoforte non è terminato ma soltanto interrotto per poche ore. Da oggi si può tornare a ballare sul Titanic sovrano!

 

Tanto più che se in questi giorni abbiamo a che fare con i rischi di default sovrani, nel 2012 e 2013, stando al report pubblicato ieri da Paul Watters di Standard&Poor’s, il combinato di alti tassi e rischi sul rifinanziamento porterà con sé una nuova ondata di default corporate in Europa. Il tasso di default europeo a 12 mesi potrebbe salire al 7,5% contro un’attesa del 4%: il picco del 14,8% fu raggiunto nel terzo trimestre dello scorso anno. L’aumento materiale di questo tasso sarebbe il frutto di un’alta percentuale di alti rendimenti B- e CCC (ovvero debito a livello junk) rimasti vulnerabili a causa dell’alta esposizione: un numero sostanziale di deboli società con oltre 229 miliardi di euro di prestiti a scadenza dicembre 2015 potrebbe avere forti difficoltà a rifinanziare. Una combinazione di bilanci esposti eccessivamente alla leva e margini di spread più alti in un ambiente di tassi crescenti darà vita a ristrutturazioni, visto che l’attenzione degli azionisti verso nuove transazioni per creare valore.

Insomma, urge una Bce in grado di fare il suo lavoro: l’epoca Trichet, come quella Greenspan, ha saputo lasciarci solo macerie. Ora occorre alzare la voce e dire alla Germania ciò che merita: si impicchi al suo turbo-export, all’euro debole e ai suoi tassi reali del -2% (l’Irlanda, stremata, ne sa qualcosa) e decida se vuole stare nell’Ue da pari o meno. Non vorremmo che Berlino riesca nell’impossibile e incredibile missione di fare più danni oggi di quanti ne abbia fatti nel recente passato, pur non sparando un solo proiettile.

 

P.S. Alla fine anche il dispensatore di ottimismo degno di miglior causa, Dominique Strauss Kahn, direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha ceduto al realismo: «Alcuni paesi europei non sono lontani dall’orlo del precipizio». Secondo l’agenzia Bloomberg, Strauss Kahn avrebbe giudicato “non impossibile” lo scenario di un “double dip”, ossia di una ricaduta in recessione. Secondo il Wall Street Journal, Italia, Spagna e Portogallo avrebbero fatto pressioni, in via “informale”, sulla Bce per misure eccezionali contro i rischi di contagio della crisi del debito che finora ha investito Grecia e Irlanda. Stando a quanto riferito da funzionari Bce al Wsj, la Spagna avrebbe chiesto «una risposta più rapida ed energica» per far fronte alle pressioni del mercato, magari attraverso un incremento dell’acquisto dei bond sovrani da parte della Bce. Benvenuti all’inferno, amici miei.

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