DENTRO IL CAOS DEL PD/ Pinotti o Finocchiaro: una scelta di genere, ma per fare cosa?

- Anselmo Del Duca

A 6 giorni dall’assemblea nazionale il Pd è arroccato nel gioco tra correnti e appare senza un progetto. Le amministrative potrebbero travolgerlo

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Roberta Pinotti con Andrea Orlando (LaPresse)

Resta qualche attimo in silenzio Nicola Zingaretti quando Barbara D’Urso, al termine di infiniti convenevoli, cambia marcia e gli domanda a bruciapelo se le sue dimissioni da segretario del Pd siano irreversibili o no. Ma il Rubicone è ormai varcato, e indietro non si può tornare. I democratici devono rassegnarsi a cercare una soluzione, al netto dei tentativi ancora in corso di fargli cambiare idea in extremis. Ci sono solo sei giorni, prima dell’assemblea nazionale convocata per sabato prossimo, e l’impresa appare davvero ardua.

Stufo di fare il parafulmine, Zingaretti ha colto davvero tutti di sorpresa. Dice di aver compiuto un atto d’amore verso il Pd, che al suo interno ha tante risorse. Dice di aver voluto dare una scossa, e ha ragione: una scossa di terremoto. Il suo “mi vergogno” di un partito in cui si pensa solo alle poltrone pesa come un macigno.

Adesso la segreteria è diventata una patata bollente, e infatti Enrico Letta, chiamato in causa come possibile traghettatore, si affretta a chiamarsi fuori. Circolano i nomi del collaudato Piero Fassino, già ultimo leader dei Ds, e di due donne di esperienza, Anna Finocchiaro e Roberta Pinotti. Nel loro caso sarebbe una specie di risarcimento per la scarsa attenzione al genere femminile dimostrata nella formazione del governo Draghi. Ma quello di genere è solo uno dei problemi che il Pd ha di fronte e forse non il più grave.

Le dimissioni di Zingaretti sono arrivate al termine di uno stillicidio di critiche al segretario durate mesi. Critiche in parte giustificate, visto che la linea politica è stata più volte sconfessata e e stravolta. Ma certo critiche poco generose, come se fosse tutta colpa del segretario. Pesa però l’esser passati da “mai con i 5 Stelle” all’alleanza strategica con i grillini, teorizzata da Goffredo Bettini. E anche da “o Conte, o voto” al governo Draghi, insieme a quel Salvini visto sino a quel momento come il male più pericoloso della politica italiana.

Oggi quindi il problema del Pd non è semplicemente quello di trovare una bandiera credibile. È di decidere in quale direzione farla sventolare. Stabilire, ad esempio, se Conte può rimanere il punto di caduta dell’asse giallorosso anche se diventerà il leader dei grillini, partito alleato, ma pur sempre concorrente dal punto di vista elettorale. I sondaggi che danno M5s al 22% se l’ex premier ne prenderà la guida, e il Pd precipitato al 14% hanno rappresentato potenti campanelli d’allarme.

Leadership e linea politica sono domande a cui, dentro il Pd, oggi nessuno sembra in grado di dare risposte. Servirebbe un congresso subito (i democratici restano il più pluralista dei partiti), ma in tempo di Covid non è facile. Quello che rischia di andare in scena è l’ennesimo regolamento di conti fra le correnti. Non tragga in inganno il doppio (finto) assedio di Beppe Grillo (che avanza una dadaista candidatura alla leadership) e delle redivive Sardine (che “occupano” il Nazareno, manco fosse un liceo di provincia). Non è il segretario dimissionario il loro bersaglio, ma i suoi nemici a cominciare da quella “Base Riformista” di Guerini, Marcucci e Lotti, gente intenzionata a vendere cara la pelle, niente affatto disposta a fare le valigie.

Sull’asse Zingaretti-Orlando-Franceschini si cerca affannosamente una soluzione, almeno transitoria, e cresce l’ipotesi Pinotti. Poi sarà da avviare una fase congressuale, che sarà però difficile concludere prima di inizio 2022, mentre c’è un governo di salvezza nazionale da sostenere. Un governo che ha sconquassato la prospettiva dell’alleanza a tre con 5 Stelle e Leu. E che più che mai lascia irrisolto il problema del centro, sempre più scoperto, con lo spettro di Renzi che incombe. Il rischio concreto che i democratici corrono è di farsi sorprendere in mezzo al guado quando, nel momento in cui andrà definito il successore di Mattarella, l’esperienza di Draghi potrebbe finire e le urne arrivare all’improvviso, con un anno d’anticipo sulla fine naturale della legislatura.

In sei giorni i democratici si giocano una fetta rilevante del loro futuro. Arroccarsi nei riti del passato e nei giochi di palazzo fra le correnti potrebbe costituire un errore drammatico, con pesanti ricadute sugli scenari dei mesi che abbiamo davanti.

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