PIANO PER LA RIPRESA/ La sindrome del Conte-2 da evitare se si vuole cambiare passo

- Stefano Cingolani

Il Governo è chiamato a sfide importanti e deve anche cercare di agire in tempi rapidi, in particolare per quel che riguarda la riscrittura del Pnrr

blocco licenziamenti
Mario Draghi, presidente del Consiglio (LaPresse)

I detriti del recente passato hanno già travolto l’asse giallo-rosso: dopo il M5S anche il Pd perde pezzi, a cominciare dal suo segretario; ormai è diventato senso comune che debba ritrovare non solo una guida, ma una linea politica. Un terremoto scuote l’intero sistema politico, anche se la Lega, partito più solido e radicato, può cambiare strada senza perdersi nella giungla. Tutto ciò ha conseguenze positive a condizione che il governo Draghi sfugga alla sindrome del passato, del Conte-2. Il rischio è nelle cose. La pandemia si ripresenta come nuova ondata e riporta in primo piano la necessità di affrontare l’emergenza. L’ultimo Dpcm, se si esclude una nuova sfumatura di colore (l’arancione scuro) ripropone lo schema precedente: rinvii, ristori, sussidi, condoni, anche se con uno sforzo per accelerare i tempi e ridurre le pastoie burocratiche. Si era detto che il blocco dei licenziamenti sarebbe stato rimosso in modo progressivo e selettivo, ma se ne parlerà tra tre mesi. Sulle imposte c’è uno stralcio entro i 5 mila euro e una proroga al 30 aprile. Per i ristori emergono alcune novità positive, ma non cambia la sostanza. L’emergenza, dunque, s’impone all’insegna della continuità. Forse è inevitabile, ma così stanno le cose.

La vera discontinuità è attesa a proposito del piano per la ripresa. A palazzo Sella, sede del ministero dell’Economia guidato da Daniele Franco, è tutto un fermento e un’agitazione. I tempi sono strettissimi, appena poche settimane, poi bisognerà presentare il programma; così com’è non funziona e si sta lavorando per riscriverlo. Ma come? La parola d’ordine è accorpare. Il governo precedente ha messo insieme un lungo elenco di interventi seguendo una logica da vecchi piani di settore, mentre si tratta di agire in modo trasversale. C’è dunque da fare una selezione e da comporre un nuovo puzzle. E bisogna anche indicare le risorse alle quali occorre accedere. 

La coppia Conte-Gualtieri aveva deciso di utilizzare, all’interno del pacchetto di 209 miliardi di euro, i contributi a fondo perduto (68.9 miliardi più 13 miliardi di fondi per la coesione territoriale), utilizzando i prestiti a seconda delle esigenze: in particolare 65,7 miliardi dovevano servire a finanziare progetti già esistenti. È importante sapere se Draghi farà lo stesso o se cambierà impostazione. 

Intanto si sta mettendo in piedi un complesso apparato burocratico che in parte s’aggiunge alla burocrazia tradizionale e in parte si combina con essa. Nasce una triade che risponde direttamente a Draghi con al vertice il ministero dell’Economia e alla base i ministeri della Transizione ecologica (Roberto Cingolani) e della Transizione digitale (Vittorio Colao). Poi ci sono due comitati interministeriali. Il primo fa capo al Mite di Cingolani e si chiama Cite, ne fa parte anche Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, oltre che la squadra del ministero dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo e Andrea Orlando ministro del Lavoro. La rimodulazione del piano per quel che riguarda la fitta trama che va dall’energia alla mobilità, fa capo a questo comitato. L’altro, che segue una schema molto simile, riguarda il digitale, si chiamerà Citd, vi parteciperanno anche i ministri della Salute Roberto Speranza e della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. Sono i due campi destinati ad assorbire più risorse ed è corretto seguire questo approccio, ma la storia insegna che i comitati interministeriali non sono mai stati fulmini di guerra. Si pensi al Cipe o al Cicr che una volta nominava i vertici delle banche. 

Non è escluso che si pongano molto presto problemi di competenze e di autorità: Cingolani è un ministro con portafoglio, Colao e Brunetta senza. Vedremo. Poi ci sono i consulenti, a cominciare da quelli di Draghi come Francesco Giavazzi per finire con la McKinsey, la regina americana di consulenza strategica alla quale si è rivolto Franco per accelerare la riscrittura dei progetti e colmare i ritardi, come spiega La Repubblica. Sperando che non diventi un’ulteriore fonte di confusione e di contraddizione. Comitati interministeriali e consulenti alla fine confluiranno tutti a palazzo Chigi, ma il terminale rischia di diventare intasato in men che non si dica.

Draghi d’altra parte ha bisogno di tempo e di spazio per farsi conoscere. Per mostrarsi com’è, anche fisicamente, fuori dalle “segrete stanze”, nella sua piena dimensione umana. Non c’è tecnocrazia che tenga. Tutti hanno salutato con un sospiro di sollievo l’annuncio che adesso parleranno i fatti, ma non si comunica con i comunicati (ci si passi il bisticcio). Non era così nemmeno alla Bce. Il presidente del Consiglio ne è perfettamente consapevole tanto che questa settimana comincerà a uscire dal palazzo. Domani parteciperà a due eventi per la festa della donna, venerdì andrà in un centro vaccini, il 18 sarà a Bergamo. C’è da scommettere che si farà vedere anche in televisione o alle conferenza stampa insieme ai suoi ministri. Fa bene a lasciare che siano loro a spiegare le misure, anche per renderli pienamente responsabili e solidali nelle scelte comuni. Ma il capo del governo è lui. Rispettato da tutti, salutato dai più come deus ex machina, non è ancora una figura popolare (nel senso proprio, non populista), mentre i cittadini hanno bisogno di identificare con chiarezza chi ha in mano il timone e su quale rotta vuol portare la nave Italia, piena di avarie, ma ancora a galla.

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