DENTRO IL GOVERNO/ Partiti di maggioranza e non, obiettivi “minimi” per non morire

- Giulio M. Salerno

Il governo Draghi potrebbe finire per logorare i partiti che lo sostengono? Di alcuni ha accelerato la crisi, di altri no. Ecco la sfida per tutte le forze politiche

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In aula al Senato (LaPresse)

Molto è già cambiato da quando un largo schieramento delle forze politiche ha accolto il decisivo impulso del Capo dello Stato, dando la fiducia parlamentare al governo delle tre emergenze, sanitaria, economica e sociale. Basti pensare alle nuove forme comunicative dell’azione di governo, alla repentina sostituzione di alcuni incarichi strategici, al più disteso rapporto con le Regioni, o, ancora, all’atteggiamento più reattivo nella gestione dei tanti problemi che si devono affrontare, a partire dalla questione dei vaccini.

Dall’altra parte, nello stesso arco temporale, il M5s ha subito una scissione parlamentare e sta vivendo la nascita di un “contro-movimento”; Leu, pur nella sua ristrettezza, ha ritrovato antiche divisioni; nel centro-destra la competizione interna, già sotto la cenere, è stata rinfocolata dalla diversa posizione assunta da FdI rispetto al governo, così mettendosi a rischio l’unità di azione a livello nazionale; e, notizia di giovedì, il segretario del Pd si è dimesso, lasciando smarrito uno dei pochi partiti ancora strutturati in senso tradizionale.

Una questione, dunque, emerge prepotentemente: questo governo rappresenta l’ultima scialuppa per traghettare l’Italia verso la salvezza, oppure è il calice di veleno offerto ad un ceto politico-partitico che, ormai decotto, traguarda sempre più da vicino il suo definitivo tramonto?

Almeno tre aspetti vanno considerati. Innanzi tutto, il crollo del valore reputazionale degli attuali partiti e movimenti, che dir si voglia. Il livello di fiducia nei partiti, che già era ai minimi storici, è stato ancor più danneggiato dalle giravolte imposte dalla soluzione data all’ultima crisi di governo. E, senza voler azzardare giudizi sulle qualità personali, non depone certo a favore dei partiti il confronto tra i componenti del governo (e del sotto-governo) da loro stessi indicati, e i ministri direttamente selezionati da Draghi. Per di più, i partiti del governo delle “tre emergenze” hanno assunto l’evidente rischio di dare copertura politica e sostegno parlamentare anche a cruciali decisioni spettanti ai ministri – assai centrali nell’azione di governo – che rispondono direttamente al Presidente del Consiglio.

Sopra a tutto, poi, si staglia la drammatica parabola discendente della leadership offerta dai partiti presenti in Parlamento, chi più chi meno, come plasticamente testimoniato dalla larga accettazione del salvifico ricorso alla personalità tecnica per eccellenza, l’attuale Presidente del Consiglio. Sappiamo bene, però, che quando i partiti sono sempre più delegittimati, sfibrati e sconnessi dal governo effettivo della collettività, è poi facile la trasformazione della democrazia in un mero simulacro o il suo avvitamento in una spirale senza uscita.    

Infine, al di là di qualche sussulto, resta evidente la persistente difficoltà dei vertici politici italiani a confrontarsi con il “nucleo duro” che si è venuto imponendo nell’Unione Europea, là dove i nostri rappresentanti hanno vistosamente ridotto la capacità di imporsi – o quanto meno di reagire – nei rapporti con le forze dominanti nello scacchiere sovranazionale. Tanto più che, alla luce dell’attuale maggioranza, la contrapposizione interna tra “europeisti” e “sovranisti” che ha segnato la prima parte di questa legislatura, appare davvero come uno stravagante ricordo.

Riconquistare i cuori dei cittadini, ridare lustro alle istituzioni, riassumere la guida effettiva del Paese, riportare gli interessi nazionali con decisione nell’agone europeo e internazionale, sono obiettivi indispensabili per forze politiche degne di questo nome. Come riuscire a sostenere l’attuale governo e nel contempo avviare questo necessario percorso di rinascita senza lasciarsi sfuggire lo scettro della rappresentanza, sarà una sfida tremenda. Riformarsi o abbandonare definitivamente il campo. Almeno, però, bisogna provarci. Soprattutto, occorre evitare che la torsione imposta dall’attuale emergenza non si traduca in uno sfarinamento definitivo. Allora sì che nessun’araba fenice sarebbe capace di risorgere dalle ceneri. Saranno altri a imporsi sulla scena.

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