DENTRO IL GOVERNO/ Perché il flop sull’Iva non rilancia una vera riforma fiscale?

- Daniele Marchetti

Abbassare l’Iva sembra a prima vista una cosa buona, ma non lo è. Ecco perché

Gualtieri e Conte
Roberto Gualtieri e Giuseppe Conte (LaPresse)

Prima di ogni considerazione di ordine economico (ed in questi giorni le prese di posizione in tal senso si sono sprecate) la proposta governativa di abbassamento temporaneo dell’Iva (la tanto invisa Imposta sul valore aggiunto) suggerisce (e forse impone) una seria riflessione sull’impatto etico–sociale che una tale decisione rischia di procurare soprattutto in un periodo, come l’attuale, di diffusa e profonda difficoltà economica.

La questione è estremamente semplice e di facile intuizione: la riduzione dell’Iva nel rappresentare, indubbiamente, un alleggerimento fiscale per l’intera platea dei consumatori (ovvero, per tutti) costituisce un altrettanto indubbio “aiuto” (o regalo) soprattutto per chi ha disponibilità economiche consistenti.

Senza scivolate in ideologiche prese di posizione (secondo le quali l’abbassamento dell’Iva non avrebbe un impatto positivo sull’economia perché taglierebbe fuori le fasce sociali cosiddette meno abbienti), occorre onestamente evidenziare che la diminuzione dell’Iva porterebbe inesorabilmente ad un aumento delle diseguaglianze sociali.

Ma ciò non basta: oltre ad un ulteriore distanziamento tra le classi (questione etica che dovrebbe mettere in guardia ogni Esecutivo), la diminuzione dell’Iva rischia di pesare sulle casse dello Stato in modo tanto gravoso (come ha ammonito lo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) da imporre – soprattutto negli anni a venire – un ridimensionamento delle forme di tutela sociale.

Tradotto: con la discesa dell’Iva chi ha, può aspirare ad affari a buon mercato. Mentre a chi non ha, resterà l’onore di saldare il conto!

Intendiamoci, mai come in questo momento l’Italia ha bisogno di uno shock fiscale per rimettere a regime i motori della produzione. E mai come in questo momento sono benedette le risorse finanziarie che potrebbero (fino a quando “non vedremo cammello” il condizionale rimarrà d’obbligo) arrivare dall’Europa, ma utilizzare questa urgenza per provvedimenti privi di una seria valutazione etico–sociale appare una miopia imperdonabile.

Come ingiustificabile risulterebbe ogni inerzia sul fronte di una complessiva riforma fiscale (sollecitata persino dalla Banca d’Italia e la Corte dei Conti) in grado – con una riduzione sostanziale delle aliquote – di ridare vita ad un forte ceto medio riequilibrando scompensi sociali fortemente accentuati dalle varie crisi che si sono succedute e dai vari sbrigativi provvedimenti economici assunti – come rischia di essere la riduzione dell’Iva – sull’onda dell’emergenza come gli innumerevoli condoni fiscali.

L’Italia non ha bisogno di conigli estratti dal cilindro del mago di turno (di esperti ne abbiamo fin sopra i cappelli!) ma, finalmente, di un’oculata, responsabile e saggia politica riformatrice.

Nessuno chiede miracoli… ma buon senso, quello, sì!

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