DENTRO IL PALAZZO/ Le luci del G20 nascondono le grane di Draghi

- Stefano Cingolani

Dietro i riflettori internazionali che aiutano l’immagine di Draghi si possono intravedere preoccupanti ombre nazionali

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Palazzo Chigi (LaPresse)

Le luci della ribalta sono accese su Mario Draghi che in perfetto inglese (con leggera inflessione italiana secondo i soliti perfidi albionici) apre il G20, annuncia che “stiamo costruendo un nuovo modello di sviluppo” e ammonisce: “Il multilateralismo è la sola risposta”. Xi Jinping che non si è mosso da Pechino, collegato da remoto, ha respinto ogni illazione sulla origine umana (e militare) del Covid chiedendo collaborazione e invocando anche lui il multilateralismo in versione cinese. È arrivato il principe Carlo come sappiamo sensibile ai temi ecologici, mentre Boris Johnson incantato dal Colosseo al pari delle first lady, assicura che la regina Elisabetta sta bene e s’aggiunge alle lodi di Joe Biden all’Italia perché ha fatto “un gran lavoro” nella lotta alla pandemia. Draghi ha raccolto sostegni anche per uno dei suoi cavalli di battaglia europei, cioè la difesa comune contro la quale gli Usa erano sempre stati freddi se non apertamente ostili. C’è intesa sulla global minimum tax, però sul dossier più importante, quello che riguarda il clima, gli impegni restano generici, si rimanda alla conferenza di Glasgow che comincia oggi, dalla quale però non c’è da attendersi clamorose svolte. 

Visto da un’ottica casalinga, è possibile dire che dal G20 l’immagine di Draghi risulta rafforzata. Un punto a favore suo, ma anche di un Paese che si sta riprendendo con un’energia sulla quale non molti erano disposti a scommettere. Il prodotto lordo continua a salire al di là delle attese, il 6,1% è acquisito, sembra abbastanza certa una crescita del 6,5% e secondo alcuni si viaggia verso il 7% (era il titolone del Sole 24 Ore ieri in prima pagina). L’Italia corre più della media europea, ben più della Germania, è nelle posizioni di testa. 

Ma dietro i riflettori internazionali, si possono intravedere preoccupanti ombre nazionali. La prima è l’inflazione spinta dalla scarsità delle materie prime e dai colli di bottiglia dal lato dell’offerta. Anche se i prezzi crescono meno che altrove (2,9% mentre in Germania sono già oltre il 4%) e Christine Lagarde insiste che si tratta di una fiammata momentanea quindi la Bce non chiuderà i rubinetti monetari, si registrano prime tensioni dello spread. Il differenziale tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi risale a 130 punti, ai massimi da luglio 2020, il rendimento del Btp italiano supera l’1,2%. È presto per allarmarsi, in ogni caso il ministro dell’Economia Daniele Franco ha preso la calcolatrice. 

Le ombre più scure riguardano la Legge di bilancio e il Pnrr. Cominciamo dalla politica fiscale. Il varo della manovra per il prossimo anno che, tra tutto, dovrebbe arrivare a 30 miliardi di euro, non ha fatto chiarezza su alcuni capitoli fondamentali. Il primo riguarda le tasse. C’è una riduzione di 12 miliardi di euro, ma restano 8 i miliardi destinati ad alleggerire le imposte sul lavoro. Non è stato indicato come verranno distribuiti né come sarà calibrata la primissima fase di una riforma che, secondo le intenzioni e gli annunci del Governo, deve essere strutturale e complessiva. Gli esperti della commissione varata dal Governo hanno consegnato da tempo le loro conclusioni, tuttavia le tasse sono una partita squisitamente politica. E su questo piano non c’è accordo. 

Lo stesso può dirsi sulle pensioni. Draghi ha dato risposte nette ai sindacati da un alto e alla Lega dall’altro: al sistema contributivo non c’è alternativa, si torna sulla strada tracciata da Elsa Fornero. Ma lo si fa con gradualità. Per l’anno prossimo Quota 100 diventa Quota 102, e poi? Il capo del Governo non è d’accordo di slittare a 103, poi a104 e così via, vuole che per il 2023 ci sia la fine del regime misto. Questo lo mette in rotta di collisione con i sindacati oltre che con Matteo Salvini. 

Cgil, Cisl, Uil hanno deciso ieri di avviare un percorso di mobilitazione con assemblee sui posti di lavoro, iniziative e manifestazioni regionali, “per sostenere le proposte e le piattaforme presentate al Governo in questi mesi e nell’incontro del 26 ottobre alla Presidenza del Consiglio e per modificare il tal senso la misure previste in legge di stabilità”.

La Lega ha applaudito il varo della Legge di bilancio, ma perché resta l’equivoco di fondo su cosa accadrà nel 2023. È aperto anche il cantiere sulla riforma del mercato del lavoro, è stato rifinanziato l’ampliamento della cassa integrazione, tuttavia non ci sono le risorse per quella riforma più ampia che vorrebbe il ministro Orlando. 

Il capitolo concorrenza è tutto da scrivere, mentre ribolle il malcontento degli ambulanti e dei bagnini (o meglio dei proprietari degli stabilimenti) restii non solo a rimettere in discussione quelli che considerano diritti acquisiti, ma anche a sbiancare il mercato nero. Se ne dovrebbe parlare in settimana. Vedremo.

Molto delicato, forse ancora di più, è lo stato dell’arte per realizzare il Pnrr. Da molte parti si lamentano intoppi e ritardi (l’ultimo a denunciarlo è stato il sindaco di Milano Beppe Sala). È arrivato a Roma un manipolo di esperti inviati da Bruxelles per fare il punto insieme ai funzionari dei ministeri. Il Governo deve ancora centrare 43 degli obiettivi previsti e non sono bazzecole (si pensi alla riforma del processo civile). L’intera impalcatura gotica fatta di commissioni e cabine di regia sembra essersi bloccata mentre spunta lo spettro dei fondi strutturali rimasti per due terzi nel cassetto.

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