DIBATTITO TRUMP-BIDEN/ Liti e caos riempiono gli Usa di “nemici”

- Riro Maniscalco

Il primo dibattito tv tra Joe Biden e Donald Trump è stato contraddistinto da battibecchi che non hanno aiutato a far chiarezza per gli elettori

Trump Biden Cleveland YT1280 640x300
Il dibattito tv tra Trump e Biden

MINNEAPOLIS – Sono le 9.40, Central time, e la baraonda è finita. Finalmente. Il primo Presidential debate, la prima sfida “in persona” tra Donald Trump e Joe Biden è stata lo spettacolo politico più caotico e sconclusionato che ho mai visto nei miei 26 anni d’America. Se devo essere sincero non ci credevo neanche che Biden si sarebbe presentato. Mi aspettavo che tirando in causa Covid o qualcos’altro i Democratici all’ultimo momento trovassero il modo di piazzare sul ring la ben più arzilla Kamala Harris al posto di uno “Sleepy Joe” che sembra invecchiare di un anno al giorno. Invece eccolo lì, l’ex vicepresidente, tirato a lucido per quel che si può. Trump è sempre lui, sicuro di sé, convinto di essere più forte del suo avversario. Per la specialissima occasione tutta la sua tribù, Melania in testa, si presenta “mascherata”.

Il Paese è arrivato all’appuntamento del Samson Pavilion di Cleveland, Ohio, scettico, diviso e incattivito. Come ne esce? Peggio di come ne era entrato. Come spesso accade, ognuno tira fuori quel che vuole per convincersi ancora di più di quello di cui era già convinto, e gli “incerti” oltre a rimanere tali finiscono ancora più confusi. Chris Wallace, il moderatore incapace di moderare, è riuscito a malapena a porre quelle quattro domande su cui tutti avrebbero voluto sentire i candidati: nomina della Barrett alla Corte suprema, sorte dell’Affordable Care Act (Obamacare) e futuro della sanità nel Paese, disastro Coronavirus, economia, razzismo, malessere e disordini sociali, ecologia e climate change fino alla spinosissima questione dell’accettazione di quelli che saranno i risultati elettorali. Tutti “avrebbero voluto”, ma nessuno ha potuto.

Un’ampia fetta dell’ora e mezza a disposizione se n’è andata con i due a parlarsi addosso come due vecchie litigiose che si beccano su chi è più brava a lavorare all’uncinetto. Solo che qui non c’è in gioco un gomitolo, c’è l’America. Ecco, questo è ciò cui abbiamo assistito. Non sto a dirvi cosa “le due vecchie” abbiano detto perché non saprei raccontarvelo dalla confusione che i due son riusciti a generare. Posso dirvi che su quel palco c’era un leader con forti tendenze autoritarie (se non dittatoriali) e un brav’uomo bollito anzi che no e senza più energie. Interrotto a ripetizione da un Trump deciso dal primo istante a buttare tutto sulla rissa, le ribattute di Biden non riescono ad andare oltre a qualche risolino e uno sconfortato e sconfortante “Will you shut up, man?”, puoi chiudere quella bocca o “You do not know what you are talking about”, ovvero, non sai quello che stai dicendo.

Trump entra a gamba tesa su tutti i temi continuando a osannare i risultati (soprattutto economici e pre-virus) della sua Amministrazione che avrebbe fatto “in 47 mesi più di quello che Biden ha fatto in 47 anni” … Biden non ha quel riflesso che gli permetta di combattere questa battaglia dialettica e spesso lascia il campo totalmente in mano al presidente. Quando poi si arriva al climate change e all’impatto sull’economia e sul lavoro i candidati cominciano a far volare numeri (probabilmente a casaccio), milioni, miliardi, trilioni di questo e quello, numeri che nessun ascoltatore – a cominciare da me che sto persino cercando di prendere appunti – riesce minimamente a seguire.

In questo spettacolo tristemente grottesco ci sono però stati un paio di momenti di tensione. Quelli in cui i candidati sono riusciti a non dire quello che non volevano assolutamente dire. Come quando a Trump è stato chiesto di condannare pubblicamente i “White Supremacists“, i suprematisti bianchi, o a Biden di fare chiarezza rispetto al coinvolgimento del figlio in affari milionari forse procurati dal padre allora vicepresidente.

E poi il gran finale: il ventilato rischio di brogli elettorali in un’elezione chi si giocherà in buona parte attraverso il voto via posta, sistema più che consolidato da sempre, ma che quest’anno vedrà certamente un’enorme impennata per via del Coronavirus. Sì, in America si può votare così: si contatta l’ufficio competente e ti mandano a casa il ballot, la scheda elettorale. Compili e spedisci. Strano? Manipolabile? Certamente, se non fosse che in America fino a qualche tempo fa non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di metter le mani nelle schede elettorali altrui. Così come fino a poco tempo fa non mi era mai capitato di vedere cartelli elettorali rimossi dagli oppositori, non avevo mai sentito parlare di così tanti gruppi di milizia armata presenti su tutto il territorio nazionale pronti ad affrontare violentemente “il nemico” – che altri non è se non il connazionale che la pensa diversamente. In tanti anni non avevo mai sentito un presidente affermare di non poter garantire il rispetto dei risultati elettorali in caso risultasse sconfitto.

Siamo chiamati a scegliere tra l’illibertaria ideologia democratica e la prepotenza di Trump che spacca il Paese. Il dibattito di questa sera non ha fatto chiarezza. Non aspettiamoci da Trump e Biden quello che non possono darci.

© RIPRODUZIONE RISERVATA