DIETRO GLI STATI GENERALI/ L’intreccio di clero e nobiltà ha ingannato il Terzo Stato

- Giuseppe Di Gaspare

L’operazione di Conte agli Stati generali è stata quella di legare a sé e al governo le “parti sociali” istituzionalizzate. I veri corpi intermedi dov’erano?

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Giuseppe Conte (LaPresse)

Villa Doria Pamphilj evoca in piccolo la reggia di Versailles, dove gli Stati generali – quelli veri del 1789, la cui convocazione diede l’avvio alla Rivoluzione francese – ebbero luogo. Un accostamento meramente estetico? È probabile che nei tempi dell’effimero sia questa la risposta giusta. Manca, però, a Villa Doria Pamphilj, la Sala della Pallacorda, dove si riunì “il Terzo Stato”, la società civile dell’epoca. Così, verrebbe da dire, non c’è stato proprio spazio per il Terzo Stato, i ceti produttivi che generano la base della ricchezza economica del paese. Al raduno a Villa Doria Pamphilj, dunque, si sono visti essenzialmente clero e nobiltà, i ceti all’epoca compromessi con il regime monarchico e che vivevano sulle spalle della società civile.

Nessuna assemblea nella Sala della Pallacorda, dunque nessuna richiesta rivoluzionaria, nessun cambio di paradigma, solo la conferma dell’esistente. Una passerella sul tipo del felliniano Otto e mezzo, grottesca, da circo in smobilitazione e qualche coup de théâtre finale, come la riduzione dell’Iva, ma nessuna variante imprevista come all’epoca della Rivoluzione francese. Nessun innesco di quel processo di disintermediazione che portò allo Stato di diritto. Nulla questa volta è sfuggito di mano all’organizzazione. I cosiddetti “corpi intermedi” hanno anzi ribadito il loro ruolo. Vediamo perché.

Non deve indurre in errore, sulla presenza effettiva del Terzo Stato, la sfilata delle varie sigle dei corpi intermedi, in ordine protocollare e di gerarchia, con le sigle più importanti, le “parti sociali” più rappresentative convocate il primo giorno: Cgil, Cisl e Uil, Ucl, Usb, Cub, Cisal, Confsal, Cobas, Unicobas, Cida, Cse, Fnsi… E via via a scalare fino all’evanescente finale dei giovani di partito. Senza polemica, ma come mera constatazione di fatto, sigle in gran parte accomunate dal tratto basilare dell’autoreferenzialità. Entità che spesso rappresentano in primo luogo se stesse e la loro volontà di autoconservazione.

In genere, la struttura associativa dei corpi intermedi non è permeabile dall’esterno. Il vertice non è scalabile e si ascende al loro interno solo per cooptazione. La cooptazione implica identità di vedute, se non anche di interessi, tra cooptante e cooptato, che esclude alla radice qualsiasi pensiero divergente che rischierebbe di sovvertire gli assetti tramandati di potere. In questo senso il potere istituzionalizzato, come il Grande fratello (Orwell), tramanda e conserva sempre sé stesso.

Queste associazioni – o corpi intermedi, come definiti en passant in un documento di Confindustria – hanno come obbiettivo prioritario quello di rafforzare il proprio ruolo di intermediari istituzionalizzati. È il loro chiodo fisso, non da oggi. Più si incorporano nelle istituzioni, meno dipendono dai contributi associativi degli “iscritti” e più si allontanano dai loro supposti rappresentati.

A un presidente del Consiglio in cerca di autonoma legittimazione nei confronti di un ceto politico anch’esso fortemente autoreferenziale, può andare bene così. Gli incontri tra il governo e le varie sigle surrogano il rapporto diretto con i cittadini. E allora, forte del riscontro sondaggistico, Doria Pamphilj è divenuto il luogo rituale dell’incoronazione, la rappresentazione della benevola strategia politica dell’ascolto e della – ad essa sottesa – negoziazione con le parti sociali. Uno scambio tra pseudo consenso politico – che si suppone salga verso l’alto attraverso le varie sigle e tramite le stesse – e il Governo, che ricevutolo in cambio ne consolida, nella rappresentazione, il ruolo istituzionale di intermediazione. Sul tavolo della negoziazione e al di sotto dello stesso – lo hanno detto in molti, come dar loro torto – la dotazione extra-large dei fondi in arrivo dall’Ue. Un’occasione da non perdere.

Non è un caso che sia stata evocata da più parti, anche da Confindustria e non solo dai sindacati, la concertazione programmata del governo Ciampi agli inizi degli anni 90. Una best practice risalente ma, anche in quell’occasione, l’interesse della parte contraente sembra aver prevalso su quello dei soggetti rappresentati. Verrebbe in effetti da mettere in correlazione, sul filo dell’analogia, l’abrogazione della scala mobile – l’indicizzazione dei salari all’inflazione – con il riconoscimento del diritto esclusivo, sempre nel 1991, ai Caf e ai patronati sindacali dell’assistenza fiscale ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Anche sul fronte padronale ci fu qualcuno che uscì più beneficiato dagli esiti della negoziazione intercorsa.

Certo, i sindacati non dispongono più di quel potente strumento di condizionamento politico dello “sciopero generale”. Un’arma spuntata, che nell’economia globalizzata colpisce in primo luogo i lavoratori.

Tralasciando di scavare ulteriormente nella direzione dei possibili atteggiamenti opportunistici, si può dire che dall’insieme delle sigle convocate ci fosse poco da aspettarsi in termini concreti sul fronte del nuovo che avanza. Niente Next generation. Anche perché, la loro mission secondaria è di tutelare i rappresentati, che pagano i contributi associativi e che si aspettano di aver tutelate nel contingente le loro aspettative . Non sono contribuenti associati i giovani, i disoccupati, i lavoratori autonomi, i laureati in cerca di lavoro, le start up e i lavoratori precarizzati e i cittadini definitivamente espulsi dal sistema produttivo, per i quali, al più, si offre qualche corso di formazione, sempre dalle stesse sigle presidiato. 

Il Recovery Fund è però una manna imprevista da riversare in parte anche sulle categorie rappresentate, ma sempre rispettando il loro ruolo di intermediari nella redistribuzione dei benefici. Una logica “spartitoria” (Amato 1976) o “risarcitoria” (Cassese 2020). In ogni caso con chi dà e chi, ringraziando, riceve. Potremmo allora definirli, quelli appena trascorsi, “gli Stati generali dello status quo”.

Un esempio. Il giorno dell’incontro con i sindacati, le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia della proroga della Cig per altre sei settimane. In autunno, con i fondi del Recovery o del Sure, lo scambio potrebbe continuare: si potrebbe tirare a campare di proroga in proroga. Sperando al meglio. Fino a quando? Aspettando che l’istinto di sopravvivenza degli spiriti animali dell’imprenditoria italiana abbia ancora una volta la meglio. Sarà dura (cfr. “Resilienza delle piccole e medie imprese”, in Diritto dell’economia e dinamiche istituzionali, p. 391) .

Nella sostanza, una competizione e un riposizionamento intorno ai sussidi, ai trasferimenti, ai contributi a fondo perduto che confermano in chi li riceverà la concatenazione servile, ma che non aprono al futuro. Non ci sono spazi vuoti per la Next generation che non nascano dalla rottura maieutica di equilibri esistenti e dei rapporti di forza e di dominio consolidati nella società civile. Tra chi detiene posizioni di intermediazione, ormai parassitarie, o diritti economici, esclusivi ed escludenti, e chi li subisce.

Un accenno alla necessità di liberarsi da lacci e lacciuoli è nella relazione di Colao. Un incipit, ma poco più, al quale seguono schede tecniche indolori, del tutto apparentemente possibili, come se non ci fossero interessati al mantenimento dello status quo o comunque a ipotecare il futuro a loro beneficio.

Assente ogni riferimento, se non alla vituperata e inscalfibile burocrazia, alle rendite di posizione che gravano sull’economia complessiva del paese e ne riducono la capacità di competere nel mercato interno e in quello globalizzato. Extra-costi per servizi e forniture principalmente gravanti sulle piccole e medie imprese esposte alla concorrenza e che generano però la componente qualitativamente significativa del reddito nazionale in termini di occupazione e di equilibrio della bilancia commerciale.

Questo ceto è stato il grande assente degli Stati generali. Il tessuto privato produttivo e innovativo del paese che non ha neppure avuto il tempo di alzare la testa per vedere di cosa parlavano a Villa Doria Pamphilj. Insieme ad esso la Next generation che dovrebbe innervarlo trasversalmente, l’innovazione tecnologica e digitale diffusa e la ricerca scientifica applicata, che non significa fondi a pioggia equamente distribuiti a scuola e università.

Bonomi ha toccato dei tasti importanti. Prendiamo, ad esempio, la riduzione del costo dell’energia elettrica. La questione andrebbe approfondita oltre la giusta rivendicazione dell’applicazione di una sentenza sulle accise a favore delle imprese. Bisognerebbe piuttosto chiedersi chi si avvantaggia, e perché, di un prezzo dell’energia elettrica, defiscalizzato, superiore al 20% di quello medio Ue. Confindustria conserva ancora una struttura associativa non proprio da corpo intermedio, gli imprenditori sono dotati di elettorato attivo e passivo, e forse Confindustria dovrebbe cominciare a sciogliere qualche conflitto d’interesse al suo interno. Il costo dell’energia è un grosso handicap per il sistema imprenditoriale del paese, ma alcuni gruppi ovviamente se ne avvantaggiano. La nuova politica energetica a tutela delle microimprese e dei consumatori da fonti di autoproduzione non può prescinderne. E non è compito di Confindustria.

Qui il discorso si innesta su quello della lotta all’inquinamento, delle politiche ambientali in contrasto con vecchi business in settori ormai saturi e con le forti esternalità negative del ciclo del petrolio, dell’acciaio e del cemento.

Il compito di ricomporre gli interessi all’interno di uno scenario condiviso in cui i sacrifici di oggi vadano a vantaggio della prossima generazione, evitando la zuffa sulla spartizione della manna in arrivo da Bruxelles, spetterebbe alla politica. Lo ha ricordato in questa occasione, prima dell’avvio della kermesse, il presidente della Repubblica.

Sconcerta invece la banalizzazione della realtà da parte del presidente del Consiglio, quando ha invitato le banche a essere più buone e ha promesso di piantare milioni di alberi in giro per il Paese. Più che consenso, così dicendo, ha generato sgomento negli ascoltatori. Sembra difficile pensare che siano affermazioni nate dalla mente di un raffinato giurista. Un ricettario così elementare sembra più simile a quello di Maria Antonietta – sempre per rimanere sul tema degli Stati generali – che, informata del fatto che il pane fosse finito, suggeriva di dare ai sudditi affamati brioche.

Per il momento, in vista dell’alluvione di denaro autunnale, per sfuggire dal mare di chiacchiere, non ci resta altro che fare affidamento sulle condizionalità di Bruxelles. Magari i flussi di denaro si bloccheranno – non è la prima volta –, ma almeno, come assicura il presidente del Consiglio, neppure un euro andrà sprecato.

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