DIETRO LE QUINTE/ Il dubbio sulle dimissioni di Conte sollevato a Osaka

- Giuseppe Pennisi

La trasferta al G20 non è andata forse come Conte si aspettava. In ogni caso i partner internazionali hanno una domanda sul Premier italiano

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Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

Sabato e domenica sono giunti dall’Estremo Oriente segnali di fumo bianco quasi a indicare che il presidente del Consiglio Conte e il ministro dell’Economia e delle Finanze Tria fossero riusciti a convincere i loro partner dell’Unione europea a non andare avanti con la procedura d’infrazione per debito eccessivo nei confronti dell’Italia. Difficile dire quanto i segnali, peraltro molto flebili, si basino su elementi concreti o siano il frutto del lavoro dello staff di comunicazione di Conte e di Tria con i giornalisti portatisi al seguito. Dei nostri partner Ue ha parlato, e a voce alta, solo il presidente del Consiglio dei Paesi Bassi, Mark Rutte, in toni tutt’altro che benevoli o concilianti nei confronti delle politiche del nostro Paese.

Occorre sottolineare che il “caso Italia” non era affatto all’ordine del giorno del G20 di Osaka ed era quanto meno ingenuo credere che sorrisi o battute di cortesia pronunciate ai pranzi e alle cene ufficiali o nei corridoi tra una riunione e l’altra fossero più di buone maniere e avessero un significato politico. È difficile esprimere un giudizio a caldo, ma verosimilmente “i nostri eroi” sono tornati a Roma con un pugno di mosche ed è quanto meno dubbio che siano riusciti a portare a casa risultati sui temi specifici all’ordine del giorno del G20.

Questi erano essenzialmente due: a) il futuro del commercio internazionale e b) la strisciante guerra valutaria che in questi giorni sta portando il franco svizzero e l’oro (beni rifugio per antonomasia) verso quotazioni elevatissime. Sono naturalmente interrelati. In materia di commercio, non è tanto la guerra o guerriglia daziaria a preoccupare, quanto lo scontro tra due concezioni: quella multilaterale – che si poggia su due pilastri (la non-discriminazione e la reciprocità) e ha retto, con successo negli anni prima tramite il Gatt (Accordo generale per le tariffe e il commercio) e, poi, grazie alla Omc (Organizzazione mondiale del commercio) – e quella bilaterale (ossia accordi tra due o anche più Paesi, invece di un codice di applicazione generalizzata).

Negli ultimi due-tre anni, gli Stati Uniti sembrano avere preso la strada del bilateralismo, tradizionale della loro principale avversaria commerciale, la Cina. L’Ue fa professione di multilateralismo, ma non è chiaro se tutti i suoi Stati membri ne siano effettivamente assertori: l’Italia nei suoi recenti accordi con Pechino ha preso un percorso bilaterale. Al G20 ci si aspettava che Roma offrisse un chiarimento, il quale, però, non c’è stato, anche a ragione delle profonde divisioni su questo tema tra la Lega e il Movimento 5 Stelle.

Nella strisciante guerra valutaria, Roma è poco più di un comprimario. Il suo epicentro è il cambio dollaro/yuan che incide sui rapporti commerciali Usa-Cina. Per anni è stato attorno ai 6,7 yuan per dollaro. Non è un cambio di equilibrio, dati i molteplici controlli valutari in vigore in Cina. Di recente, il presidente della Banca centrale cinese, Yi Gang, ha dichiarato che la sua «grande nazione» aspira a «maggiore flessibilità valutaria» al fine di far sì che la moneta sia un più efficace stabilizzatore dell’economia. Se si giungesse a un cambio di 8 yuan per dollaro, gran parte dell’effetto dei recenti dazi Usa sul made in China sarebbe azzerato.

Difficile fare previsioni. È certo, però, che una guerra tra monete avrebbe effetti pesanti su un’Italia che sta faticosamente anelando alla ripresa. Singolare il silenzio di Conte e di Tria, probabilmente, a Osaka, erano, più che su temi di sostanza, alla caccia di sorrisi e di battute dei partner Ue che consentissero di dire che il loro charme ha rinviato o addolcito una procedura d’infrazione che – come scritto su questa testata – sarebbe di poco danno poiché ci costringerebbe a fare politiche e programmi di buon senso che dovremmo essere in grado di adottare senza il pungolo dell’Ue.

C’è punto cruciale su cui i solerti accompagnatori di Conte e di Tria nella trasferta nel Sol Levante tacciono. I nostri partner, europei e non solo, si chiedono come mai il primo è ancora a palazzo Chigi e il secondo a via Venti Settembre. Sanno che il 3 giugno, in una drammatica conferenza stampa a reti unificate, Conte ha chiesto una risposta chiara, inequivoca e anche rapida ai due principali azionisti del Governo – Lega e M5S – sulla cessazione delle tensioni e dei contrasti tra di loro e sulla possibilità di attuare un programma coerente e coeso. A un mese quasi di distanza, siamo a guerra totale su tutti gli aspetti dell’azione di governo – dalle grandi imprese alla Tav, dall’immigrazione alle politiche sociali, da tasse e imposte alla politica di bilancio – e siamo, quindi, in stasi completa. I nostri partner, non solo Ue, lo sanno: vengono informati dalle loro ambasciate oltre che dei media. E si domandano come mai Conte non abbia ancora rimesso il mandato. In linea con quanto dichiarato il 3 giugno. Per fare un favore al M5S (di cui è espressione) che teme eventuali elezioni come la peste bubbonica?

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