DIETRO LE QUINTE/ Il partito di Conte c’è: i capi sono De Mita e Beppe Grillo

- Dino Iamasvili

Il partito di Conte c’è eccome: il mandante è Grillo (ha capito che Di Maio è un flop) e i voti li mette De Mita

Beppe Grillo
Beppe Grillo (LaPresse)

Dopo essere stato eletto sindaco di Nusco, la sua città natale, De Mita senior alla considerevole età di 91 anni ha lanciato un nuovo partito dalla sua roccaforte avellinese. E ha rilasciato un’intervista dove non esclude alleanze con chi governa attualmente la Campania. Con il Pd, badate bene.

Come oggi si vocifera dei grillini. Poche settimane fa il lancio del nuovo partito e giovedì scorso il nuovo movimento ha radunato la sua prima assemblea nell’ex carcere borbonico di Avellino, dove sono stati nominati i referenti provinciali. Giuseppe Conte, presidente del Consiglio di matrice grillina ma di animo moroteo, si è più volte definito “un centrista radicale”, una contraddizione solo apparente perché suggerisce la volontà di inserirsi in un solco storico che l’ultima deriva post-Mani pulite ha annientato e assorbito: quello della Democrazia cristiana di sinistra, guarda caso quella di De Mita. Una tradizione politica che significa associazionismo cattolico, terzo settore, capacità di relazione con il liberalismo europeo e con gli Stati Uniti, ideologia di conservazione e tenuta che tiene in gran conto le istituzioni (infatti Conte ha ribadito, a dispetto di Salvini, la volontà di essere trasparente davanti al Parlamento).

La sinistra Dc portò in Rai Beppe Grillo. Un demitiano a tutto tondo come il direttore generale di allora, Biagio Agnes, lo usò come un maglio contro Bettino Craxi ed i socialisti con lo scopo di tenere in scacco lo scomodo partner di governo. Corsi e ricorsi.

Ma la verità sul partito di Conte è semplice e tremenda insieme. Il partito di Conte lo vuole Beppe Grillo in persona. Ha capito che il movimento senza alleati non ha futuro. Ha capito di aver preso al Sud il voto degli elettori di centro e con forti pulsioni stataliste. Ha capito che Di Maio è ancora acerbo ed in parte già caricaturale, a forza di giustificare le “toninellate” ed i “mandati zero”. Conte invece conserva intatto non solo il suo aplomb, ma anche un consenso inaspettato.

Ben venga allora la carta Conte in casa 5 Stelle. Salvini ci ha messo un po’ a capirlo. E non gli è piaciuto. Specie quando Conte su disposizione del suo azionista di riferimento, anche lui moroteo e della sinistra Dc e con molti capelli bianchi, si è recato in Senato e fingendo di difenderlo lo ha inchiodato alle sue responsabilità. Come un vero leader di partito.

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