DIMISSIONI DI MAIO/ La strategia di Grillo, Casaleggio e Pd

- int. Francesco Forte

Luigi Di Maio si è dimesso dalla guida del Movimento 5 Stelle a pochi giorni dal voto in Emilia-Romagna e in Calabria

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Luigi Di Maio (LaPresse)

Luigi Di Maio si è dimesso da capo politico del Movimento 5 Stelle. “È giunto il momento di rifondarsi. Oggi si chiude un’era. Ho portato a termine il mio compito”, ha spiegato ieri a Roma al Tempio Adriano in un evento che ha presentato i facilitatori regionali, ma che ha segnato anche il passaggio del partito sotto la reggenza di Vito Crimi, membro più anziano del Comitato di garanzia, in attesa degli Stati generali di metà marzo. Di Maio non sarà più capo delegazione al governo, ma resterà ministro degli Esteri. “Credo che il Governo deve andare avanti. I risultati arriveranno”, ha aggiunto l’ormai ex guida pentastellata. «Mi sembra che ci sia un atto nel Movimento 5 Stelle una specie di scelta politica. Non si è mai classificato come di sinistra o di destra, ma non si può negare che nel suo essere espressione di protesta sociale, di natura populista, sia più identificabile con la sinistra, sebbene abbia sempre cercato di potersi fregiare dell’etichetta di “anti-sistema”. Adesso è come se fosse diventata più chiara la natura di sinistra di M5s, di stampo anche giacobino. I partiti attuali della sinistra questo M5s lo digeriscono a fatica, ma lo possono anche dominare se diventa una sinistra “nel sistema”, perché loro sono “il sistema”», è il commento dell’ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie Francesco Forte.

I pentastellati verranno quindi assorbiti dal Pd, diventeranno una loro stampella?

Questo è quello che si sta profilando e che Grillo vuole. Penso che lui e Casaleggio facciano questo ragionamento: M5s non può essere egemone, non può più ambire al 30% dei voti, deve rassegnarsi a raccogliere, grazie anche a battaglie assistenzialiste, il 10-12%. Una percentuale che, con il sistema elettorale proporzionale, può essere comunque determinante a sinistra. Una sinistra che non ha più la classe operaia e la massa, ma la finanza. Questa mi sembra la strategia attuale dei leader dei 5 Stelle.

Nei prossimi mesi vedremo, quindi, su temi su cui i 5 Stelle sono stati più oltranzisti, come l’ex Ilva e la revoca della concessione ad Aspi, prevalere la linea del Pd?

È chiaro, ma attenzione: siccome gli ex comunisti sono un po’ diversi dai laburisti, il Pd ha bisogno di un partito che faccia caos, così poi può intervenire, mediare e trovare dei compromessi che possono essergli utili. Penso quindi che per i dem sarà comodo lasciare che i 5 Stelle facciano le loro battaglie, creando confusione, per poi ottenere un vantaggio. Anche perché i pentastellati potrebbero raccogliere voti in quei settori dove loro non li ottengono. Questo partito di protesta a loro serve, considerando che la sinistra più a sinistra non ottiene grandi consensi alle elezioni. La sinistra “di sistema” ha bisogno di una sinistra “anti-sistema” da strumentalizzare.

Questo “matrimonio di interessi” può durare anche per i prossimi tre anni, fino alla fine della legislatura?

Il Pd con l’aiuto di M5s potrebbe scegliere il Presidente della Repubblica, lasciando ovviamente ai pentastellati qualche incarico importante e qualche battaglia da portare avanti, come quella sul Reddito di cittadinanza o sul pensionamento anticipato proposto da Tridico. In questo modo, mentre nel resto d’Europa i partiti tradizionali di sinistra si stanno sbriciolando, in Italia il Pd resterebbe in sella sfruttando M5s. Almeno fin quando gli sarà utile, non sarà un matrimonio duraturo.

Un matrimonio conveniente per il Pd. Ma anche per M5s?

Il ragionamento di Grillo, Casaleggio e Conte è ugualmente cinico: possono sfruttare la situazione finché è conveniente e poi inventarsi qualcosa tra un po’ di tempo. Le capacità in questo senso non gli mancano.

Ritiene che la scelta di questo cambio al vertice del Movimento 5 Stelle pochi giorni prima delle regionali sia anche un modo per gestire già le conseguenze di un risultato elettorale negativo e mantenere il posto di ministro degli Esteri per Di Maio?

Sicuramente per M5s sarà più importante il verdetto in Calabria che quello in Emilia-Romagna, perché è al Sud che avevano raccolto più voti finora. Conservare il posto di ministro degli Esteri farà piacere non solo a Di Maio, ma anche a Grillo e Casaleggio, che potranno utilizzarlo, avendo evitato di renderlo il “capro espiatorio” del risultato prevedibilmente deludente delle regionali. Inoltre, potrebbero anche evitare nuove emorragie di parlamentari.

(Lorenzo Torrisi)

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