DL DELOCALIZZAZIONI/ Il saldo costi-benefici delle multinazionali in Italia

- Natale Forlani

Ha fatto molto discutere la bozza del dl delocalizzazioni. Può essere utile anche vedere alcuni dati Istat sulle multinazionali nel nostro Paese

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(LaPresse)

La proposta di inasprire gli adempimenti a carico delle imprese che decidono di delocalizzare le attività produttive in Italia verso altri Paesi esteri, ha suscitato reazioni negative, soprattutto per il potenziale effetto di disincentivare l’attrazione di nuovi investimenti internazionali verso il nostro Paese.

Nel testo finale inviato dal ministro del Lavoro Orlando alla presidenza del Consiglio per l’eventuale inserimento nella bozza di riforma degli ammortizzatori sociali, le sanzioni di carattere amministrativo, in particolare le maggiorazioni da applicare per gli eventuali incentivi pubblici ottenuti per gli investimenti pregressi, sembrerebbero essere scongiurate anche per gli evidenti problemi costituzionali e per le violazioni che potrebbero essere contestate dalla Commissione europea sulle norme relative alla libera circolazione dei capitali nel territorio europeo.

Mentre risulterebbero confermati gli obblighi di comunicazione preventiva alle autorità ministeriali e alle organizzazioni sindacali, e gli adempimenti a carico delle aziende con più di 250 dipendenti, che prevedono la redazione di un piano per il riutilizzo dei siti produttivi, la ricollocazione dei dipendenti, con gli oneri a carico dell’impresa in questione, e l’eventuale intervento di nuovi imprenditori, destinati ad allungare i tempi della procedura di licenziamento per i lavoratori (vedi l’articolo di Giuliano Cazzola su queste pagine).

La cosa preoccupante è l’assenza di un’adeguata analisi del fenomeno, soprattutto da parte delle stesse autorità di governo che invocano l’intervento, per comprendere se, al di là di singoli episodi, le delocalizzazioni degli investimenti da parte delle multinazionali estere, ovvero di quelle italiane verso altri Paesi del globo, nell’ambito delle strategie più complessive di ottimizzazione delle risorse, producano effetti negativi per il nostro Paese in termini di reddito e di occupazione.

A tale proposito l’Istat ha pubblicato nel novembre 2020 un interessante rapporto “Struttura e competitività delle multinazionali in Italia”, che consente di valutare i costi-benefici generati dalle multinazionali nel nostro Paese e dagli investimenti operati da quelle controllate da azionisti italiani in altri Paesi.

Da questo rapporto si deduce che nel 2018 il fatturato in Italia delle 15.500 unità produttive controllate dalle multinazionali estere è aumentato del 3,8% rispetto all’anno precedente con un incremento di 81 mila occupati (+6%). Le performance di queste aziende risultano superiori alla media delle imprese che operano nel territorio nazionale, contribuendo al 15,5% del valore aggiunto totale, all’8,3% degli occupati (circa 1,5 milioni), al 23% degli investimenti totali per ricerca e sviluppo. Significativo, in particolare, il contributo per la crescita degli investimenti e delle esportazioni nei settori della manifattura, dei mezzi di trasporto e del made in Italy. 

Le aziende all’estero controllate da imprese italiane sono 23.700, occupano circa 1,8 milioni di addetti con un fatturato di 475 miliardi di euro. La motivazione largamente prevalente di questi investimenti da parte dei gruppi industriali italiani risulta essere l’accesso a nuovi mercati (79%). Il 38% delle imprese interpellate considera importante, o abbastanza importante, il minore costo del lavoro, il 35% gli incentivi fiscali offerti dalle autorità locali, il 28% considera importanti i minori problemi di regolamentazione.

Le esportazioni verso l’Italia da parte delle 1.050 aziende italiane che producono beni di consumo nei Paesi esteri sono particolarmente significative solo nei comparti dell’abbigliamento delle pelli e della produzione di mobili (poco meno del 50% del fatturato). La parte prevalente delle vendite viene realizzata per i mercati locali, o per le esportazioni verso altri Paesi. 

Questi numeri non sono il risultato di percorsi lineari. In alcuni casi, come per i settori del farmaceutico e delle reti commerciali, le acquisizioni da parte delle multinazionali estere hanno comportato dei saldi negativi per il fatturato e per l’occupazione. Un effetto analogo rispetto alle produzioni in Italia lo hanno generato le delocalizzazioni nei comparti manifatturieri a basso valore aggiunto. Ma in generale l’espansione delle imprese italiane nei mercati esteri ha comportato effetti di trascinamento positivo anche per la tenuta dei fatturati prodotti in Italia. Senza trascurare alcuni esempi di segno opposto, come la scelta di trasferire la produzione delle nuove Panda dalla Polonia verso l’Italia da parte della Fiat Chrysler.

La domanda sorge spontanea: qual è l’interesse nazionale ad alterare questo equilibrio, incentivando altri Paesi, in particolare quelli aderenti all’Ue, a fare altrettanto nei nostri confronti?

Le risposte possono essere molteplici. Ad esempio, la propensione dei nostri politici ad assecondare gli umori sulla base delle convenienze caso per caso. Le cattive notizie, tipo quelle della chiusura di aziende, sollecitano più attenzione rispetto a quelle dell’attivazione di nuovi investimenti. Sul versante opposto c’è tutto un proliferare di iniziative rivolte a offrire incentivi finanziari e agevolazioni di varia natura per attrarre importanti aziende nei nostri territori in competizione con altri Paesi (vedi l’offerta dell’edificio del Lingotto a Torino per le produzioni della Intel o per la fabbricazione dei vaccini anti-Covid).

Più in generale prevale la narrazione (prevalentemente falsa) che i nostri guai dipendano in buona misura dalla globalizzazione e dalle speculazioni delle multinazionali, agevolate dalla competizione tra gli Stati nazionali che offrono loro vantaggi fiscali e sui costi aziendali per attrarre gli investimenti nel loro territorio.

Nelle condizioni attuali un sano pragmatismo è d’obbligo nel gestire questi approcci, senza trascurare che il rispetto dei contratti, e le sanzioni per gli inadempimenti, dovrebbero essere parte stessa delle procedure per assegnare gli incentivi.

Ma la pretesa di vincolare i comportamenti delle aziende sulla base di definizioni barocche economicamente discutibili, con effetti retroattivi rispetto ai contratti sottoscritti dallo Stato con le imprese stesse, e discriminatori rispetto alle altre imprese, produce solo il risultato di tenere alla larga gli investitori dal nostro territorio.

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