ANORESSIA/ Ceroni: per guarire non basta un pacemaker

- int. Mauro Ceroni

Un gruppo di ricercatori canadesi sta ottenendo risultati incoraggianti impiantando pacemaker su persone che soffrono di anoressia. MAURO CERONI, però, frena gli entusiasmi.

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Immagine d'archivio

“Un passo avanti nella ricerca, ma non può essere considerata la cura all’anoressia. Far passare questo messaggio è delittuoso, non dobbiamo alimentare aspettative indebite. Dietro questa patologia non c’è solo un problema biologico, bisogna considerare anche gli aspetti psicologici, esistenziali, comportamentali ed educativi”. È il parere del dottor Mauro Ceroni, neurologo e docente di neurologia nell’Università degli Studi di Pavia, sul tentativo fatto da un gruppo di ricercatori canadesi per tentare di curare forme gravi di anoressia. I ricercatori del Krembil Neuroscience Centre e dell’University Health Network, guidati da Andres Lozano, hanno impiantato un pacemaker nel cervello, in particolare nel corpo calloso, un fascio di fibre nervose che divide il lobo destro da quello sinistro del cervello. Hanno così collocato gli elettrodi collegati a un generatore di impulsi inserito sotto la pelle. I risultati ottenuti finora dai ricercatori sono incoraggianti: su sei persone trattate (donne tra i 24 e i 57 anni, che convivevano con la malattia da un minimo di 4 fino a un massimo di 37 anni) la metà, nel giro di alcuni mesi, ha mostrato un miglioramento del tono dell’umore e dell’indice di massa corporea (cioè del peso).

Che idea si è fatto?

L’idea della stimolazione profonda del cervello è una tecnica che sta prendendo molto piede perché favorita dall’industria. I device sono apparecchi abbastanza costosi e c’è un margine di guadagno abbastanza importante.

Su che cosa è basato questo progetto di ricerca?

Noi possiamo agire sul sistema nervoso, sulla rete neuroanale non soltanto chimicamente (siccome questi dialogano attraverso le sostanze chimiche noi possiamo modulare queste sostanze), ma possiamo farlo anche elettricamente. Alla fine l’impulso dei neuroni sono delle variazione di potenziale elettrico.

Non è la prima volta che sentiamo parlare di questa tecnica…

No, infatti. È stata messa a punto e applicata abbastanza vastamente nella malattia di Parkinson. In quel caso si vanno a impiantare degli elettrodi molto profondamente nel cervello e in questo modo si ottiene un riequilibrio della malattia che di fatto si aggiunge, quando funziona veramente bene, alle possibilità terapeutiche e chimiche e che porta, quindi, a un miglioramento delle condizioni del paziente.

Lei ha parlato di una cura simile per le persone affette dal morbo di Parkinson. Quali sono le differenze di approccio rispetto all’anoressia?

 Nel Parkinson sappiamo perfettamente da cosa deriva la malattia: dalla degenerazione di neuroni dopaminergici in un determinato nucleo e conosciamo abbastanza anche i circuiti che sono vengono alterati dalla malattia. L’anoressia, invece, è una patologia di tipo psichiatrico. In particolare, è un’anomalia del comportamento alimentare di cui non sappiamo quasi niente, nel senso che non conosciamo quali siano i centri coinvolti nelle alterazioni del comportamento. Anche perché il comportamento è quell’aspetto della persona umana che più dipende dal giudizio e dalla libertà del soggetto.

Secondo lei c’è un margine per continuare a sperimentare questa tecnica sull’anoressia?

Sicuramente c’è margine. Ogni comportamento umano non può avvenire senza che ci sia un coinvolgimento del nostro cervello, noi non siamo separati dal nostro corpo e dal nostro cervello. Il comportamento implica i meccanismi e le dinamiche psichiche che contribuiscono a determinare la nostra umanità così come è, quindi, secondo me è anche possibile pensare che una tecnica di questo genere possa migliorare a livello neuroanale. Ma allo stesso modo, ci tengo a sottolineare con forza, che vederlo come una guarigione sarebbe veramente sbagliato. Oltre tutto i dati che hanno pubblicato sono dati iniziali, parziali e inoltre è bene ricordare che hanno preso casi gravi di persone malate da molto tempo, quindi dove l’alterazione biologica può aver avuto il tempo di instaurarsi e il miglioramento è minimale e avviene solo dopo molto tempo.

Possiamo dire, però, che si tratta di un primo passo?

Senza dubbio, ma ripeto non possiamo pensare a questo come a una soluzione. È veramente sbagliato. L’anoressia è un’anomalia del comportamento e va curata soprattutto con un’educazione mirata senza la quale non ci sarà mai la soluzione definitiva del problema.

 

(Elena Pescucci)

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