DOPO IL GREEN PASS/ Il metodo del rischio calcolato per fare la riforma fiscale

- Stefano Cingolani

La prossima settimana il Governo punta a varare la legge delega sulla riforma fiscale. Draghi potrebbe usare un metodo già sperimentato con successo

daniele franco
Il ministro dell'Economia, Daniele Franco, e il premier Mario Draghi (LaPresse)

Rischio calcolato. Per Mario Draghi, ormai lo sappiamo, le parole sono pietre: le pesa attentamente così che quando parla fanno oscillare il piatto della bilancia come la spada di Brenno. Nel 2012 ci fu “whatever it takes”, oggi c’è il “rischio calcolato”: l’espressione usata quando ha deciso di riaprire il Paese, sia pure a tappe e con prudenza, guida l’intera azione di governo, dalla campagna vaccinale alle riforme, ultima, anche se certo non per importanza, quella fiscale. 

Draghi ha intenzione di varare al prossimo Consiglio dei ministri la legge delega, da riempire poi di contenuti e di cifre. La maggioranza parlamentare è d’accordo sulla riduzione delle imposte a favore del lavoro, dei ceti medi, delle donne (incentivando l’occupazione femminile), ma sul come e sul quanto c’è ancora divisione. Il M5S vuole ridurre a tre le aliquote e tagliare anche l’Iva; la Lega insiste sulla flat tax anche se in versione ridotta; il Pd batte su due tasti: il lavoro dipendente e le donne; Forza Italia chiede un taglio alle aliquote centrali per favorire il ceto medio, l’avvio di una progressiva estinzione dell’Irap, la pace fiscale e nessuna patrimoniale più o meno mascherata, cioè con una revisione del catasto che di fatto aggraverebbe la tassazione sugli immobili. 

Proprio il catasto è destinato a diventare il prossimo casus belli. La riforma fa parte del Pnrr, ma il centrodestra punta i piedi. Tutti si rendono conto che le rendite catastali oggi non solo sono inique, ma del tutto irrealistiche: buona parte delle abitazioni nei centri storici, a meno che non si tratti di palazzi di pregio, sono mediamente inferiori a quelli di case in periferia. Il Governo lavora su tre principi: la rivalutazione ai valori medi di mercato, la semplificazione delle categorie, passando da quattro a due (ordinario e signorile), un calcolo basato non più sui numeri di vani, ma sui metri quadrati. Sulla carta si tratta di una riforma a gettito invariato, cioè non più dei 45,5 miliardi di introiti attuali, ma la storia anche recente insegna che la stangata sulla casa può diventare la scorciatoia più facile nel breve periodo, anche se poi viene pagata cara politicamente (come ricorda bene Mario Monti) ed economicamente, vista la diffusione della proprietà immobiliare nella quale si concentra buona parte della ricchezza delle famiglie, ben più che in altri Paesi europei. Dunque, trovare la quadratura del cerchio non sarà facile, non lo è mai stato.

La riforma fiscale è uno dei capisaldi del Pnrr e l’impegno preso con l’Unione europea, nei tempi e nei contenuti, non può essere disatteso, anche se si tratta di una misura da realizzare a tappe. Le risorse disponibili fino a oggi sono minime (2,5 miliardi di euro) e toccherà alla prossima Legge di bilancio fare i conti. Entro il mese deve essere varata la Nota di aggiustamento al Documento di economia e finanza, nella quale ci dovrà essere una prima resa dei conti (sia in senso figurato che concreto). Da quanto verrà messo a disposizione dipende anche la portata della riforma fiscale. Taglietti e aggiustamenti minori non bastano, anzi sono persino controproducenti, scontentano tutti e non producono alcun effetto sulla ripresa economica. 

Draghi si è spinto molto in là parlando di una riforma organica e di ampio respiro, paragonabile a quella realizzata nei primi anni ’70 (l’unica perché poi c’è stata una miriade scomposta e spesso confusa di aggiustamenti), per questo ha istituito una commissione di esperti che ha prodotto un documento con tre proposte principali: l’abbassamento dell’aliquota media effettiva dell’Irpef soprattutto per la fascia di reddito tra 28 mila e 55 mila euro, in cui ricadono circa 7 milioni di contribuenti; un ridisegno della dinamica delle aliquote marginali effettive, che si impennano e si inabissano senza alcuna logica, a causa della sedimentazione nel corso degli anni di bonus e agevolazioni; il riordino delle spese fiscali, riducendole di numero, per rendere il sistema più semplice e razionale. Non si parla di patrimoniale, c’è invece una revisione delle imposte sulle rendite finanziarie. Le commissioni finanze della Camera e del Senato hanno dato il via libera. 

Secondo il ministro dell’Economia Daniele Franco, “occorre un’opera di razionalizzazione delle tante forme di prelievo oggi esistenti. È fondamentale concentrare le risorse sulla riduzione del prelievo sui fattori produttivi, il cuneo sul reddito da lavoro è particolarmente elevato ed è un ostacolo alla crescita delle imprese e dell’occupazione. È cruciale la lotta all’evasione”. Adesso è arrivato il momento della sintesi finale e delle scelte. Vedremo se Draghi farà ricorso anche in questo caso al metodo utilizzato con successo sulle vaccinazioni e sul green pass: tutti hanno parlato, lui ha tenuto conto delle diverse opinioni, anzi delle “bandierine” come le ha chiamate, issate da ciascuno partito, poi si è assunto la responsabilità di una decisione netta prendendo un “rischio calcolato”. Come nel vecchio adagio: larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che dico la mia.

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