DOPO IL LOCKDOWN/ Dai film italiani online una domanda sul futuro dei cinema

- Emanuele Rauco

Dopo il lockdown le sale cinematografiche soffrono ancora. Nel frattempo ci sono film italiani che vengono distribuiti direttamente online

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Una scena del film "Cambio tutto"

Riaprono le sale, gli incassi ancora scarseggiano, i primi grandi titoli con ambizioni da campioni d’incassi stanno uscendo ma non troppo (solo Tenet finora e il titolo adolescenziale After 2 ché gli altri continuano a rimandare le loro uscite in attesa di tempi più fertili). La pandemia e la chiusura forzata hanno portato però molte produzioni e distribuzioni a fare esperimenti di distribuzioni alternative che qualche frutto devono averlo dato, se è vero che anche potenziali Blockbuster targati Disney stanno spostando la distribuzione sulle loro piattaforme online, prima Mulan poi – forse – Soul che nondimeno aprirà la prossima Festa del Cinema di Roma. E i film italiani hanno giocato in un certo senso un ruolo da apripista.

In principio furono le piattaforme di noleggio on demand, come Chili, Rakuten o Sky Primafila, ad accogliere nei loro palinsesti i film italiani che non potevano più uscire al cinema, un modo per tamponare la perdita negli incassi; poi arrivarono MioCinema e Io resto in sala, in cui film nuovi e non venivano noleggiati per la visione in streaming dando una parte dei ricavi alle sale cinematografiche che aderivano ai progetti. Poi però arrivò una tempesta: Prime Video, il servizio streaming in abbonamento di Amazon, ha cominciato a diffondere una serie di film italiani di prima visione, con attori anche di un certo peso, direttamente sulla piattaforma, compresi nel costo dell’abbonamento.

Film come Sette ore per farti innamorare, È per il tuo bene, Cambio tutto o Un pugno di amici, commedie sentimentali o familiari nella maggior parte dei casi, con attori come Giampaolo Morelli e Serena Rossi, Valentina Lodovini e Marco Giallini ovvero presenze rassicuranti per il pubblico cine-televisivo, spesso remake di film spagnoli o latini prodotti per il mercato della sala che hanno ripiegato per un consumo molto diverso che hanno continuato a sfruttare anche quando, dopo il 15 giugno, le sale sono riaperte.

Sono film medi, ovvero che non puntano agli incassi stratosferici, né alla profondità e al prestigio dei grandi autori, quei film che garantiscono la tenuta annuale delle sale cinematografiche pronti poi a mietere ascolti e introiti pubblicitari in tv. Insomma, quei titoli di cui il cinema, come esercizio, ha bisogno e che hanno deciso di scavalcare la sala cinematografica.

È una scelta che potrebbe essere un “game changer”, ovvero una di quelle mosse che cambiano il gioco, aprendo a un modo del tutto diverso di intenderne le regole: non film direttamente prodotti da Prime o Netflix – come Sotto il sole di Riccione -, ma operazioni pensate per occupare gli spazi distributivi tra un grande titolo e un altro. Quel tipo di film di cui, oggi più che mai, i cinema necessiterebbero visto che i titoli a molti zeri si defilano, anche tra quelli che battono bandiera tricolore: Si vive una volta sole di Verdone attende una data “adatta” dall’inizio dell’anno, i Tre piani di Moretti aspettano marzo 2021 e le porte aperte del festival di Cannes, Diabolik (Manetti) e Freaks Out (Mainetti) dovrebbero uscire a fine anno, salvo cambi di idee, sperando che qualche sala aperta resti ancora. Per non parlare, come detto, dell’esperimento disneyano in cui anche i film che garantiscono la vita di una sala finiscono online, sebbene su proprie piattaforme, quindi tagliando ogni costo relativo alla distribuzione e agli esercenti.

Potrebbe essere il futuro di quel cinema medio, di quella commedia, immaginando una contrazione di quella domanda? Se Prime o chi per lui garantisce un minimo alle produzioni in base a un’indicativa previsione degli incassi, perché un film dovrebbe uscire in sala – rischiando quindi di floppare – e rinunciare a una parte di quegli incassi (che sono sempre lordi)? È questa la domanda che affligge chi ha una sala in questo momento, tanto un multiplex quanto un piccolo cinema d’essai (che avendo minori costi, forse): il cinema come luogo potrebbe diventare la riserva indiana dei cinefili e non quell’arte popolare in cui ridere e piangere e litigare tutti insieme. Meglio o peggio chi può dirlo: intanto ricominciamo a produrre i film, poi si vedrà.

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