DOPO LE EUROPEE/ Quella gara a non capire perché ha vinto Salvini

- Lorenzo Ettorre

La vittoria della Lega è il segno di alcune dinamiche della società italiana che non sono state colte a sufficienza a causa di svariate ipocrisie

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Matteo Salvini e Giuseppe Conte (LaPresse)

Caro direttore,
continuo a leggere commenti e spiegazioni a mio giudizio fuorvianti sulla recente vittoria elettorale della Lega.

Per qualche giorno, la giustificazione è stata rintracciata nella presunta ignoranza dell’elettorato medio leghista, tendenzialmente restio a ragionamenti complessi e barbaramente preda di istinti più o meno sopiti e ora violentemente esplosi. 

Oggi – leggendo giornali e commenti Facebook di amici che pure stimo – la motivazione sembra invece essere rintracciata nell’irrazionale paura del diverso alimentata ad arte da Salvini a cui i più sciocchi, fatalmente e febbrilmente, avrebbero creduto.

Terza ipotesi. Il voto alla Lega sarebbe il risultato della scomposta e impulsiva reazione delle classi più povere che, annegando nei disagi delle periferie urbane e della provincia italiota, avrebbero poi sfogato le proprie ire funeste nel voto al brutale Salvini.

In tutte e tre le ipotesi, il dato costante resta il disagio e l’incompetenza più o meno manifesta che sarebbe propria dell’elettore leghista.

A me sembra invece che la larghissima vittoria della Lega sia un fattore che deve interrogare seriamente tutti, perché probabilmente è il segno di alcune dinamiche della società italiana che negli anni non sono state colte a sufficienza a causa di cecità e ipocrisie tra le più svariate.

Le tre ipotesi di cui sopra non reggono per tanti motivi. Immaginare che il 35% dell’elettorato italiano sia ignorante è da ignoranti; così come immaginarlo povero è da poveri, almeno di creatività (tanto più se consideriamo che la provincia italiana è mediamente più ricca dei centri urbani più grandi e vi si vive di gran lunga meglio, e che anche le periferie urbane rappresentano un magma complesso ed eterogeneo difficilmente classificabile, niente affatto abitato soltanto da poveri); l’elettore leghista inoltre, storicamente, è tutto fuorché povero: nell’immaginario collettivo, parziale ma indicativo, ha la fabbrichetta in Brianza e parcheggia il Suv in doppia fila; pensare, poi, che quelli alla Lega siano tutti voti frutto di paura, se può servire a liberare alcune coscienze non può dar ragione di un voto così esteso nel numero e così variegato nella provenienza; da ultimo, c’è da considerare che la maggioranza dei cattolici ha votato Lega: possibile si siano rincitrulliti tutti, tanto più dinanzi a un Papa che ha mostrato di non gradire troppo Salvini?

Sono ipotesi che non reggono. O almeno, che dicono solo di una parte piccola, se non piccolissima, di ciò che realmente c’è in gioco.

A mio parere, per spiegare l’ascesa della Lega vanno considerati altri fattori, che per brevità riassumo in punti.

1. Le politiche neo-liberiste degli ultimi anni hanno barbaramente lasciato indietro gli ultimi, fagocitando la coscienza dei popoli e delle comunità e disintegrando in un tempo brevissimo l’identità personale e collettiva dell’uomo occidentale. Questo ha creato smarrimento e frustrazione che, alimentato dalla recente crisi economica, sta trovando nel cosiddetto “sovranismo” una voce di ascolto (giusta o sbagliata che sia, non è questa la sede per dirlo). I richiami al rosario di Salvini che tanto hanno fatto discutere, odiosi e faziosi quanto si vuole, hanno fatto leva su questo smarrimento: indignarsi sull’uso politico di simboli religiosi porta a poco, sarebbe meglio cercar di capire su quale bisogno esso fa leva e del perché sia esploso in modo così poderoso in questi ultimi anni. Occorre interrogarci su questo sviluppo capitalista in senso progressista e sulle conseguenze nefaste che sta creando. È tutto buono quello che viene da questo sviluppo? È l’unico possibile? Il voto a Salvini – come i gilet gialli in Francia o la Brexit in Gran Bretagna – ci dice di no, e che forse occorre quantomeno prendere in considerazione ipotesi diverse. Come fa Papa Francesco, per intenderci.

2. A ciò legato, il voto “sovranista” deve essere letto come una critica più o meno cosciente alle storture della globalizzazione, che ci vuole fantasmi senza patria (e padri), senza identità, apolidi e amorfi, per cui dobbiamo essere “nessuno” per poter essere “tutti”. Questo fatto – e il conseguente disagio che genera – le classi popolari lo sanno cogliere prima e meglio della borghesia perché più abituate a sentirsi “gruppo” (di paese, di quartiere, di fabbrica, ecc). La borghesia, invece, a quell’individualismo amorfo è culturalmente e storicamente più avvezza. Motivo per cui non così raramente nella storia il popolo ha saputo vedere più lontano e meglio di chi lo ha guidato.

3. L’Unione Europea così come si è palesata negli ultimi anni – un coacervo indistinto di burocrati e numeri – non può funzionare a lungo. Il voto alla Lega, per questo, è stato anche un segnale lanciato a Bruxelles che così come è stata ridotta l’Europa rischia di cadere. Provocando un po’, possiamo dire che è stato un voto in qualche modo europeista. Votare altre liste avrebbe significato affermare implicitamente che un’Europa abbarbicata su se stessa andasse bene e potesse reggere. E così non è.

4. C’è poi l’esempio dei molti comuni del Nord Italia da non dimenticare, di norma ben governata da amministratori locali leghisti. La Lega non è un fenomeno temporaneo ed estemporaneo come potrebbero essere i 5 Stelle. Sono trent’anni che governa molte realtà del Nord Italia. Rispetto alle chiacchiere sterili e infinite cui siamo normalmente assuefatti, l’amministratore leghista dà l’idea di essere “l’uomo del fare”. E questo piace.

5. La Lega ha saputo poi interpretare al meglio il bisogno di sicurezza che milioni di italiani sentono come un fatto reale, e che altri partiti (in primis il Pd) non hanno saputo cogliere a pieno perché da tempo distanti dalla realtà viva del Paese. Che volgarmente hanno etichettato come “pancia”. L’immigrazione irregolare, ad esempio, il cui impatto alcune comunità si trovano a vivere più di altre. Non si possono leggere questi fenomeni solo con i freddi dati e le freddissime statistiche, come per anni è stato fatto, perché dati e statistiche non sanno cogliere il dettaglio, il particolare, che invece in questo tipo di disamine è tutto. Non a caso, questi studi ci hanno raccontato per mesi che non vi era nessuna emergenza in atto, se non quella razzista degli italiani che non accettavano le decisioni prese sulla propria testa. In alcune aree del Paese, invece, l’emergenza c’è eccome: molti quartieri a Roma, per fare un esempio, sono circondati da palazzi occupati illegalmente da chi spesso usa questa povera gente, che viene lasciata vivere in condizioni disumane. Si è solerti a sollecitare gli sbarchi quando il caso è sui giornali (posizione più che legittima, beninteso), poi però che fine facciano queste persone, e come esse vivano, nessuno lo sa e nessuno se ne interessa. Ognuno se ne torna nel proprio appartamento piccolo-borghese e la consueta ipocrita vita annoiata ricomincia… A meno che, non venga occupato il palazzo vicino alla propria casa: allora le cose cambiano. Salvini ha saputo intercettare queste richieste; non risolverà nulla, forse, ma le ha intercettate. E questo conta per contare i voti.

Tanti altri motivi potrebbero essere evidenziati. Quello che è certo è che il fenomeno Salvini – come ogni fenomeno storico – è assai più complesso delle riduzioni semplicistiche con cui si vorrebbe rinchiudere la realtà in un bicchiere. Cosa che può servire a fornirci confini percorribili rispetto al caos variegato di cui è fatta la realtà, e quindi a rassicurarci sul momento, almeno un po’. Ma non può essere utile a comprendere ciò che accade, i cui fattori in gioco sono tanti tanti tanti tanti. E per l’appunto, complessi.

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