DRIVE BY TRUCKERS/ “The Unraveling”: radici sudiste schierate contro “The Donald”

- Walter Gatti

Eredi della grande tradizione rock sudista, i Drive by Truckers non temono di sfidare il presidente americano Donald Trump

Drive By Truckers
Drive by Truckers

I Drive by Truckers sono ormai da anni (insieme a Blackberry Smoke, North Mississippi Allstar e Tedeschi Trucks Band) la miglior formazione di southern rock in circolazione. Ovviamente ognuno di questi ha poi la sua particolarità, la sua inclinazione, il suo specifico feeling: chi è più fedele alla tradizione, chi più vira verso il soul, chi rimane più legato alle origini ribelli e garage. Nella loro ormai lunghissima produzione Patterson Hood and Mike Coley, vale a dire l’anima dei DBT, pescano a piene mani in una tradizione rock che va dai Lynyrd Skynyrd (principali numi tutelari) a John Hiatt, da Hank Williams a Neil Young, sfruttando però un impatto sonoro grezzo e sporco che va a mettersi al servizio di una scrittura sociale che esprime la rabbia e il disagio dei giovani nati nell’antica, nobile e verace terra Dixie.

Nati entrambi a Muscle Shoals, paesotto da poco più di diecimila anime che ha però avuto la fortuna di essere una delle capitali della musica che conta grazie a due studi musicali in cui hanno registrato Otis Redding, Aretha Franklin, Rolling Stones, Allman Brothers, Bob Dylan e Wilson Pickett, i due leader dei DBT – acronimo sempre più abitualmente usato dalla band – dai tempi della Southern Rock Opera (2001) hanno provato a rimettere insieme i cocci della cultura giovanile sudista, provando a confezionare negli anni scorsi un discorso artistico che tenesse insieme il mito degli Skynyrd, con un presente fatto di razzismo strisciante, di angoscia giovane (l’impressionante Lookout Mountain), e di sangue che sgorga da stragi familiari dissennate tra bottiglie di bourbon e vite solitarie (When Walter Went Crazy). 

Orfani da qualche anno della lead guitar di Jason Isbell (con cui ormai l’amicizia è stata ritrovata), i DBT hanno infilato dischi sempre più belli, aspri e rabbiosi (The Dirty South, Big To Do, Go-Go Boots, English Oceans) ed escono in questi giorni con il nuovo cd, The Unravelling, un lavoro che (come il precedente American Band, che conteneva due capolavori come What It Means Ramon Casiano) è un album fortemente e apocalitticamente politico in cui si susseguono le visioni torbide dell’America al tempo di Donald Trump. Ci sono mix di paura e speranza in canzoni come Rosemary with a Bible and a Gun, ma tutti sono chiamati in causa in pezzi come Armageddon’s Back in Town (“mi prendo la mia parte di responsabilità per il buio e per il doloree considerazioni violente e disarmate di Thoughts and Prayes riguardo all’odio ed alla ennesima strage dovuta alle armi facili (“quando i miei figli mi chiedono di spiegargli cosa accade, mi secca ammettere che devo guardare da un’altra parte”). 

Sono gli USA tradizionali orgogliosi, ma disorientati, quelli di Hood e Coley, cinquantenni nati in Alabama, ma ormai trapiantati ad Athens, Georgia, leader di una band che (loro stessi lo hanno raccontato in qualche intervista) interpreta il brancolare di tutti coloro che hanno visto avvicinarsi l’arrivo di “the Donald” e oggi si ritrovano a raccontare un’autentica tempesta, senza per altro mettersi nei panni dei perbenisti che raccontano che è sempre colpa degli altri. Disco politico come pochi, questo Unraveling, prodotto che cerca di dipanare i fili che avvolgono un’America che non sa ritrovare il bandolo, tra odio e sviluppo economico, valori perduti e tradizioni differenti. Disco potente come un atto d’accusa, che alterna elettrico e acustico in una sarabanda sempre sull’orlo dell’esplosione emotiva. Disco affascinante come in genere tutte le cose implacabili, sincere e ricche di (fastidiose) domande. 

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