IL CASO/ Quel 285, numero “maledetto” che manda l’Italia in crisi

- Giovanni Marseguerra

Le imprese italiane sono le più tartassate e la politica non riesce a stabilizzare il 5 per mille: due brutti segnali per la società, come spiega GIOVANNI MARSEGUERRA

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La Camera dei Deputati (Imagoeconomica)

Le recenti fibrillazioni della politica e le turbolenze che negli ultimi mesi hanno ripreso a caratterizzare l’attività del Governo obbligano a ripensare la questione più generale di quale debba essere oggi, in una matura democrazia come quella italiana, il più corretto rapporto tra società, mercato e Stato (che evidentemente non si esaurisce con il Governo nazionale, ma va invece inteso in senso ampio sia come insieme dei vari livelli di governo, sia come molteplici organi dell’Amministrazione pubblica). Problema tanto più rilevante in una situazione di forte crisi economica come quella attuale.

 

Secondo alcuni, “il Governo è immobile da molti mesi”, con grave danno per il nostro sistema Paese che avrebbe invece bisogno di “essere governato”. Secondo altri, invece, “è meglio che un Governo non intervenga perché, quando lo fa, provoca sempre disastri”. Si tratta evidentemente di posizioni estreme che lasciano però intravedere come vi sia ancora ben poca chiarezza su quali debbano essere i compiti delle istituzioni e quale il ruolo dell’economia e della società. È certamente un tema assai ampio e tuttavia una prima riflessione di fondo non sembra inutile, anche alla luce di due notizie della scorsa settimana che rivelano come la questione sia cruciale per dare concretamente forma a un nuovo modello di sviluppo (cosa su cui tutti, almeno a parole, concordano).

Un primo elemento di riflessione ci viene dalla pubblicazione la settimana scorsa dei risultati dello studio Paying Taxes 2011, realizzato dalla Banca Mondiale e dalla società di consulenza PwC (PricewaterhouseCoopers). Già si sapeva che l’Italia è ai primi posti nelle classifiche mondiali quanto a carico fiscale: secondo dati Eurostat del 2007, recentemente elaborati da Confindustria (e contenuti nel Rapporto Italia 2015), la pressione fiscale italiana è al 43,3% del Pil contro il 39,5% della Germania e il 36,3% della Gran Bretagna. Il nuovo documento della Banca Mondiale ci dice ora che questo pesante carico fiscale pesa in modo eccessivo sulla parte produttiva del Paese, perché l’Italia risulta al primo posto in Europa quanto a peso delle tasse sulle imprese: il carico fiscale sulle imprese in Italia è al 68,6% del complesso delle tasse nazionali e locali e dei contributi sociali, contro il 65,8% della Francia, il 56,5% della Spagna, il 48,2% della Germania e il 21,1% del Lussemburgo e una media mondiale del 47,8%. Non solo. Un’ulteriore preoccupante conclusione contenuta nello studio è che in Italia la burocrazia è così pesante che un’impresa impiega ben 285 ore l’anno per  pagare tutte le tasse, oltre 60 in più della media europea.

Questi dati mostrano come siano oggi essenziali sia il varo di una profonda riforma fiscale lungo le linee innovative e ampiamente condivisibili indicate varie volte dal ministro Tremonti (improntate al principio di muovere dal complesso al semplice, dal centro alla periferia, dalle persone alle cose), sia l’approvazione da parte del Parlamento del cosiddetto Statuto delle imprese, una proposta di legge bipartisan che ha lo scopo di far riconoscere dalla nostra legislazione il valore economico e sociale del fare impresa. E tuttavia l’incertezza che oggi avvolge Governo e Legislatura rende la realizzazione di entrambe queste misure quanto meno problematica.

 

Un secondo elemento di riflessione deriva dalla notizia che nella legge di Stabilità approvata giovedì scorso dalla Camera risultano drasticamente ridotte le risorse provenienti dal 5 per mille destinate al finanziamento del settore del non profit (associazioni di volontariato, onlus e associazioni di promozione sociale). In pratica nel 2011 il tetto alla copertura delle erogazioni alle attività non profit tramite questo canale passerà da 400 a 100 milioni di euro. È importante ricordare che il 5 per mille, istituito nel 2006, è uno dei più importanti esempi di sussidiarietà fiscale e consiste nella possibilità per il contribuente di devolvere liberamente una parte della propria Irpef a un’associazione o un’organizzazione di volontariato di sua fiducia.

 

È vero che il sottosegretario all’Economia Casero ha già detto che i 100 milioni «sono da considerarsi un acconto» e che il Governo troverà il modo nel corso del 2011 di reperire gli altri 300 milioni. Resta tuttavia ugualmente una forte amarezza, perché questo taglio appare come un ripensamento rispetto al ruolo del non profit, che non è composto da enti di beneficenza, ma da soggetti che svolgono un ruolo essenziale nel nostro sistema di welfare, affiancando, supportando e spesso sostituendo l’azione dello Stato, contribuendo così in nodo sostanziale all’efficienza complessiva e permettendo altresì risparmi essenziali in periodi di bilanci pubblici in affanno.

 

Dal punto di vista culturale poi ci sembra davvero incredibile che si decida di ridurre il sostegno a dei soggetti capaci di mobilitare risorse umane ed economiche rilevanti, e che hanno anche un ruolo essenziale per garantire la coesione e l’inclusione sociale. Come giustamente ricordava ieri su queste pagine Bernhard Scholz: “La vita sociale è fatta di migliaia e migliaia di imprese profit e non profit che lottano giorno per giorno per affermarsi sui mercati nazionali e internazionali, facendo sforzi immani per non licenziare nessuno. Ed è fatta di aggregazioni sociali, che liberamente rispondono al bisogno che incontrano, contribuendo alla ‘tenuta sociale’ del nostro Paese”.

 

In aggiunta a quanto sopra, poiché lo Stato dovrebbe svolgere solo il ruolo di intermediario, non si capisce a che titolo decida arbitrariamente di tenere per sé risorse che sono state spontaneamente devolute dal contribuente alle associazioni non profit. Anche in riferimento a questa vicenda del 5 per mille, in definitiva, non resta che sperare che il Governo e il Parlamento intervengano correggendo una misura davvero poco lungimirante, possibilmente stabilizzando il 5 per mille in modo che non sia necessario ogni anno trovarne la copertura finanziaria.

La nostra conclusione, in via di sintesi, è che in Italia c’è ancora troppo statalismo vessatorio e che il contributo della libera responsabilità della società è ancora visto con sospetto, quando non deliberatamente ostacolato. Siamo ovviamente consapevoli che i due ultimi anni di crisi hanno concesso margini di manovra piuttosto scarsi sia sui tagli che sulle tasse, e dobbiamo anzi essere grati al ministro Tremonti per avere tenuto ben diritta la barra dei conti pubblici in un momento particolarmente difficile, e tuttavia riteniamo sia essenziale cercare di delineare una prospettiva di lungo periodo alla quale ogni Governo dovrebbe cercare di attenersi.

 

In questo senso è allora importante segnalare come la vessazione fiscale delle imprese e la riduzione di fondi al Terzo settore rendono difficile dare concretezza a un modello di sviluppo basato sulla sussidiarietà e sulla promozione della persona e della sua responsabilità. La cultura della sussidiarietà, che da almeno due decenni si sta faticosamente diffondendo nel nostro Paese, ha ancora molta strada da percorrere, nonostante alcune lodevoli eccezioni come il Libro bianco sul welfare del ministro Sacconi o le molte concrete realizzazioni della Regione Lombardia. Anche perché la prospettiva sussidiaria della società non esclude affatto la presenza dello Stato.

 

Le iniziative della società e dei suoi corpi intermedi, che sono essenziali nella promozione della sussidiarietà, necessitano di uno Stato capace di valorizzarle. Uno Stato che sia però meno invadente con la sua burocrazia e che faccia meno imposizione su lavoro e produzione. Che sia più efficiente, meno intrusivo e più propositivo.

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