CRAC GRECIA/ 1. Sapelli: i tre grandi errori che peseranno sui cittadini

- int. Giulio Sapelli

Il piano salva-euro, spiega GIULIO SAPELLI in quest’intervista, è stato un errore: sarebbe stato meglio per tutti lasciare la Grecia al suo destino, soprattutto per i cittadini europei

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Dopo il lunedì spumeggiante, le Borse europee, nonostante un recupero nel finale, hanno chiuso ieri in rosso: Milano al -0,46%, Madrid al -3,32% e Parigi al -0,73% (unica eccezione è stata Francoforte in rialzo dello 0,33%). L’euro è invece tornato sotto gli 1,27 dollari. Certamente è ancora troppo presto per dire se il piano salva-euro varato lo scorso weekend sia stato o meno un fallimento, ma in questa intervista Giulio Sapelli ci spiega perché lo ritiene sbagliato, ribadendo quanto già espresso da Francesco Forte su queste pagine: era meglio lasciare la Grecia al suo destino. Non solo perché l’euro non è ancora al sicuro, ma perché i sacrifici che saranno chiesti ai cittadini europei serviranno ad aiutare le grandi banche.

 

Professore, ieri le Borse hanno chiuso in rosso e l’euro è tornato a perdere terreno nei confronti del dollaro. Significa che il piano europeo non ha funzionato?

Non bisogna farsi impressionare dagli alti e bassi dei mercati, perché siamo in un periodo di altissima volatilità finanziaria. Quindi misurare la funzionalità del piano in un tempo così breve attraverso gli andamenti delle Borse è sbagliato. Piuttosto bisogna chiedersi se questo piano risolverà i problemi nel lungo periodo.

E secondo lei ci riuscirà?

Sono sempre stato contrario a questo tipo di intervento. Sono stato solo per lungo tempo, poi ho visto che anche Francesco Forte ha espresso posizioni simili alle mie: credo che non bisognasse “salvare” la Grecia. Mi dispiace che la posizione della Germania sia stata letta come egoismo e anti-europeismo. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble aveva infatti capito che tenere duro e chiedere che la Grecia mettesse a posto i suoi conti, o nel caso andasse in default, era la cosa migliore. Penso che il piano sia stato un grave errore per tre motivi.

Quali?

Il primo è che gli stati, a differenza delle imprese, possono andare in default e non pagare i debiti che, non dimentichiamolo, non sono verso migliaia di piccoli risparmiatori, ma verso le grandi banche di investimento o nei confronti di giganti come Goldman Sachs, che ha dato una mano alla Grecia a “occultare” la realtà dei propri conti pubblici. Economisti e giornalisti forse si sono dimenticati che nel secolo scorso abbiamo avuto circa una ventina di default in Europa. Non capisco perché ora si sia messa tanta enfasi su questa crisi. Inoltre questo piano non farà che aumentare in maniera esponenziale il debito degli Stati. Infine, si corre il rischio di aumentare il moral hazard. Ora tutti sanno che possono anche non tenere comportamenti virtuosi: tanto ci sarà sempre l’Europa a salvarli. In sintesi, credo che questo piano non funzionerà, perché non fa che allontanare l’amaro calice. La soluzione del problema può venire solo dalla ristrutturazione dell’economia greca e degli altri paesi che sono a rischio.

Crede quindi che si corra ancora un rischio di contagio della crisi?

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Il rischio prima era minimo. Ora, con tutti questi fondi messi in campo, il livello dei debiti pubblici arriverà alle stelle e probabilmente ci saranno ondate di attacchi speculativi sui titoli di stato delle nazioni europee.

 

Eppure grazie a questo piano ora la Bce avrà la facoltà di acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.

 

Penso che questo sia stato un grande errore. In questo modo, infatti, si mina oggettivamente l’indipendenza della banca centrale. Si creerà una moral suasion terribile dei governi sulla Bce. Con la vena di populismo che c’è in giro si corrono grandi rischi di aumento dei debiti pubblici: allora sì che saranno lacrime e sangue. Era meglio riformare lo statuto, assimilando la Bce alla Federal Reserve, in modo che non si occupi solo della stabilità, ma anche dello sviluppo, permettendo un minimo di inflazione. Un euro un po’ più debole, e un po’ più d’inflazione non è che ci facciano male. Anzi.

 

Resta però il fatto che questa crisi dimostra che qualcuno ha vissuto per troppo tempo sopra le proprie possibilità.

 

Sì è vero, qualcuno ha vissuto sopra le proprie possibilità, ma è stata proprio la “favola” dell’euro ad alimentare l’illusione che i paesi potessero vivere in questo modo: tanto ci avrebbe pensato la moneta unica a sistemare tutto.

 

Prima lei ricordava che il fallimento della Grecia avrebbe comportato conseguenze negative per le grandi banche. L’impressione è che il piano europeo, per salvare le esposizioni degli stati membri verso i grandi gruppi finanziari, chiederà sacrifici a tutti. Insomma, i cittadini pagheranno per salvare le banche.

 

Anche questo è vero. Per questo era preferibile, piuttosto che il piano di salvataggio, l’istituzione di un fondo di solidarietà europeo per i disoccupati e per i dipendenti pubblici che vedranno diminuire i loro stipendi. Oggi vediamo che la globalizzazione finanziaria si rivela per quella che è in questi ultimi tempi: uno strumento terribile per aumentare la disuguaglianza sociale e per far pagare a chi lavora i costi di una finanza dissennata. La Grecia stessa ne è vittima.

 

A questo punto cosa deve fare l’Europa? Ha bisogno di una spinta da parte della politica?

 

Dobbiamo essere consapevoli del fatto che l’Europa monetaria è stata un grande fallimento. Non ci siamo accorti dei guasti che l’euro sta causando all’economia, perché questa è la prima volta nella storia che esiste una moneta senza Stato. Invece la “follia” degli economisti neo-liberisti e dei banchieri centrali è stata quella di pensare che una volta fatta l’economia il resto sarebbe venuto da sé. La società si è ribellata, ma ora sono proprio i ceti deboli a pagare il prezzo di questo errore. Undici anni dopo abbiamo scoperto che la creazione dell’euro è stata un grandissimo errore. Gli economisti americani, da Krugman a Samuelson, lo avevano già capito.

 

Quali sono state le conseguenze peggiori dell’euro?

 

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Fare la moneta unica prima dell’Europa politica ha favorito la formazione di un ceto finanziario incontrollato, che guadagna super-stipendi e ha purtroppo delle connivenze con le banche centrali. Rientra tutto nel lungo ciclo di dominio del capitale finanziario sull’economia reale e sulla politica. Sono troppi, infatti, i politici europei che sono stati in passato partner di grandi realtà finanziarie. Forse solo Tremonti, Schaeuber e la Merkel si salvano e non a caso sono loro a difendere ancora il primato di un’indipendenza vera della politica dal grande capitale. Adesso abbiamo bisogno di una politica europea unitaria.

 

E quali sono i primi passi da fare per realizzarla?

 

L’Europa deve ripartire dall’unificazione dei sistemi di welfare, che vanno profondamente de-statalizzati e sussidiarizzati. Servono anche politiche di tassazione e di difesa comune. Occorre fare insomma tutto quello che Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni avevano scritto nel Manifesto di Ventotene più di 60 anni fa. In soldoni, prima si dovevano gli Stati Uniti d’Europa, dopo si poteva pensare di avere la propria moneta unica. Oggi purtroppo siamo in una situazione in cui occorre tenersi l’euro e sperare di andare spediti verso un’Europa unita prima che la moneta unica provochi una gigantesca stagnazione. Questo mi sembra però francamente difficile, data anche la coda di paesi pronti a entrare nell’area monetaria.

 

Come vede invece la situazione dell’Italia?

 

Il problema dell’Italia non è tanto quello del debito o del deficit. In questo senso ha sempre “l’ancora” del risparmio e dello scarso debito privato. Il fatto è che il nostro paese cresce poco, per la ridotta dimensione delle imprese e per la bassa produttività del lavoro. È su quest’ultimo punto in particolare che vanno messi in campo gli sforzi maggiori.

 

Sempre a proposito dell’Italia, cosa pensa della cartina dell’Europa pubblicata dall’Economist che ritrae il nostro paese diviso in due, con il Sud eloquentemente marchiato con la parola “Bordello”?

 

È certamente una cosa volgare, una caduta di stile per l’Economist. Onestamente non andava pubblicata. Resta il fatto che gli Appennini segnano effettivamente un confine nell’intreccio tra due formazioni economico-sociali: l’Europa continentale e quella meridionale. Negli anni non siamo riusciti a integrare queste due formazioni così diverse tra loro.

 

Uno spunto interessante proprio in questi giorni in cui sono iniziate le celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia.

 

In questo caso possiamo ripetere quello che diceva Talleyrand dell’Europa, che Churchill disse poi dell’India e che già disse Metternich: l’Italia è solo un’espressione geografica. E mi sembra ancora un po’ poco.

 

(Lorenzo Torrisi)







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