FINANZA/ 1. Fortis: ecco i conti dell’Italia “contro” la recessione

- int. Marco Fortis

Ieri l’Ocse ha aggiornato le sue previsioni sulla crescita del Pil dei suoi paesi membri, con dati che sono negativi per l’Italia e l’Eurozona. Il commento di MARCO FORTIS

operaio_magneteR400
Foto Imagoeconomica

Ieri l’Ocse ha aggiornato le sue previsioni sulla crescita del Pil dei suoi paesi membri. Le cifre parlano di un rallentamento generale dell’economia nel 2012. In Italia ci sarà un dato negativo (-0,5%), mentre l’intera Eurozona andrà in recessione grazie a un -1% nell’ultimo trimestre del 2011 e a un -0,4% nei primi tre mesi del 2012. «Le cifre dell’Ocse – è il commento dell’economista Marco Fortis – sono preoccupanti, perché segnalano una stagnazione o una recessione imminente in un mondo già alle prese con la crisi dei debiti. Tuttavia, vanno valutate con la dovuta cautela».

Cosa intende dire?

L’Italia avrà un tasso di crescita negativo nel 2012, ma questo non dipenderà tanto da scarsa produttività o bassa competitività, quanto da una debole domanda interna, su cui peseranno nei prossimi tre-quattro anni i sacrifici che gli italiani sono chiamati a fare per migliorare i propri conti pubblici e raggiungere il pareggio di bilancio. Altri paesi come la Francia, invece, nonostante un rapporto deficit/Pil elevato (quello francese è superiore al 5%), avranno una crescita modesta (per Parigi sarà dello 0,3%). C’è, però, un aspetto che rischia di sfuggire nei dati Ocse.

Quale?

Rispetto alle ultime previsioni, è aumentato il pessimismo sull’Europa e sull’Eurozona in particolare. Inoltre, la crescita che ci sarà in molti paesi sarà dovuta alla maggior spesa pubblica (magari attraverso incentivi al consumo come in Francia), in un periodo in cui si parla di riduzione del deficit e di miglioramento dei conti pubblici. In Italia probabilmente otterremo questi risultati, mentre altrove ci si limiterà agli annunci. Del resto, nel 2013 il nostro fabbisogno finanziario statale sarà inferiore a quello della Francia e simile a quello di Canada e Olanda.

Se il problema riguarda tutta l’area dell’euro, non bisognerebbe trovare una risposta comune?

Visto il quadro economico, sarebbe fondamentale. Purtroppo, però, ogni Paese la pensa in maniera diversa. La Germania, in particolare, è seduta sopra una montagna di liquidità, che sfiora ormai gli 800 miliardi di euro, fatta di surplus di bilancia dei pagamenti cumulati negli anni e di investimenti in Bund, che vengono preferiti agli altri titoli di stato europei. In pratica, Berlino sta sottraendo capitali agli altri paesi e poi li rimprovera di non avere abbastanza risorse per ripagare i propri debiti. Siamo in una situazione paradossale.

Tanto più che in fondo la Germania ha bisogno degli altri partner europei per poter vendere i suoi prodotti.

Basti pensare che le esportazioni tedesche in Francia valgono 100 miliardi euro e quelle in Italia 60 miliardi. Se queste economie si fermeranno, le industrie tedesche a chi venderanno? Non basterà la Cina, dato che oggi per Berlino rappresenta una quota di export inferiore a quella che finisce in Austria. Purtroppo, finché la Merkel dovrà cercare di accontentare sia gli istinti populisti di gran parte dei suoi elettori, sia la volontà degli imprenditori che invece sperano in una maggiore comprensione verso i paesi clienti, il Paese più importante d’Europa non sarà in grado di governare questa crisi. E grazie al caos che si è creato l’Europa ha visto anche sfumare il potenziale intervento dei cinesi, che hanno preferito tornare a investire in T-Bills americani.

 

Come se ne esce allora?

 

Speriamo che la forza della disperazione spinga a prendere misure che possano allentare la pressione sul debito a breve. Non sono tecnico e non so in che modo specifico (interventi della Bce piuttosto che del Fmi o del Fondo salva-Stati), ma la direzione deve essere far sì che l’Europa non abbia questa pressione sulla propria moneta unica e sul rimborso a breve del debito, in modo da riuscire a frenare questa ondata di fuga e di psicosi negativa che si è abbattuta sul continente.

 

Intanto l’Italia dovrà stringere la cinghia e fare di tutto per raggiungere il pareggio di bilancio?

 

Credo che questo andrà sicuramente fatto, prima di tutto perché l’Italia è un osservato speciale, quindi possiamo dimostrare che, nonostante la scarsa fiducia, le cose poi le facciamo. Anche perché siamo un Paese che negli ultimi venti anni (salvo che nel 2009 e nel 2010) ha avuto un avanzo primario di bilancio. Prendendo i dati della Commissione europea (gli stessi che non prevedono il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013), dal 1993 al 2013 la somma a valori correnti di tutti gli avanzi primari dell’Italia supera gli 800 miliardi, mentre il dato della virtuosa Germania è meno della metà. Quindi l’Italia deve fare di tutto per onorare i suoi impegni anche perché, peggiorando gli altri paesi, emergeranno sulla distanza le nostre migliori intenzioni.

 

(Lorenzo Torrisi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori