FINANZA/ 1. Bertone: le “pagelle” alle banche che possono bocciare l’Italia

- Ugo Bertone

Le banche italiane hanno bisogno di capitali freschi per mettersi al sicuro e continuare a supportare le imprese. Tuttavia, spiega UGO BERTONE, i mercati non sembrano volerle sostenere

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Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)

Appare inevitabile, non appena le condizioni lo consentiranno, che si ricorra anche al mercato dei capitali”. Questo, un mese fa, suggeriva il governatore Mario Draghi ai banchieri riuniti a Verona per ascoltare i consigli di primavera del governatore, alla vigilia di una stagione impegnativa dominata dagli stress test, dal nuovo patto di stabilità Ue e, più in generale, dalle incognite sulla solidità del sistema del credito di casa nostra, circondato da situazioni ad alto rischio (Portogallo, Grecia, Irlanda e così via, dopo tre anni di vacche magre per i clienti).

Appare evidente, alla luce della reazione dei mercati, che i margini di manovra consentiti dai mercati, restano oggi assai ristretti. È bastato, infatti, solo l’annuncio dell’aumento di capitale per un miliardo da parte di una banca di media taglia, l’Ubi, per scatenare una valanga di vendite sui titoli bancari italiani. Con una spiegazione tanto brutale quanto elementare: se l’Ubi, per alzare il Tier 1 oltre la soglia dell’8%, ritiene necessario un’iniezione di capitale di quelle proporzioni, cosa dobbiamo attenderci per Intesa e Unicredit, cioè le banche maggiori per cui è richiesto un supplemento di mezzi per affrontare eventuali rischi sistemici?

I primi calcoli degli analisti su Intesa, ad esempio, danno un risultato di 5 miliardi, quanto necessario per sostenere una pagella in linea con i parametri caldeggiati da Banca d’Italia. Un fiume di denari, insomma, che metterà a dura prova la capacità di risposta delle Fondazioni ex bancarie che controllano l’istituto, nonostante i messaggi rassicuranti in arrivo da Giuseppe Guzzetti, il numero uno della Fondazione Cariplo.

A giudicare dalla risposta del mercato all’Ubi, poi, c’è da dubitare che altri investitori istituzionali possano rispondere a un appello generalizzato di grandi proporzioni, ovvero possano fornire i capitali necessari, cioè quei 40 miliardi circa, che dovrebbero permettere al sistema bancario di affrontare eventuali nuove turbolenze e di fornire appieno il loro sostegno alle imprese. Anche perché, dalla prossima uscita del Crédit Agricole (schierato in Parmalat al fianco di Lactalis, per giunta) da Banca Intesa alla delicata posizione del socio libico in Unicredit, non è il caso di contar troppo sugli altri grandi soci.

Tutto questo non giustifica, si potrebbe obiettare, la reazione dei mercati all’annuncio in arrivo dall’Ubi. La necessità di rafforzare il patrimonio delle banche è cosa ben nota da tempo. Per giunta, gli istituti italiani arrivano all’appuntamento con una pagella migliore della concorrenza. Non solo il sistema ha retto all’ondata della crisi dei subprime, ma l’esposizione verso le aree a rischio dell’eurozona non supera quota 80-90 miliardi, ovvero un quinto degli impegni del sistema bancario francese, ancor di meno rispetto ai tedeschi. Né sul destino dei conti delle banche di casa nostra incombe la spada di Damocle dell’esposizione sul mercato immobiliare, che ha praticamente annientato il sistema delle cajas spagnole al cui confronto le rettifiche di valore su crediti del sistema italiano (che comunque assorbono più di metà del risultato di gestione) restano ben poca cosa.

Ma, d’altro canto, non si può trascurare che: 1) Ubi non è una banca qualsiasi. Il presidente, Corrado Faissola, è stato fino a pochi mesi fa al vertice dell’Abi con l’esplicito sostegno di Giovanni Bazoli, grande estimatore dell’ad dell’istituto bergamasco, Victor Massiah, uno degli emergenti del sistema. La sensazione, insomma, è che la scelta di procedere, a sorpresa, a un aumento di quella portata assuma il valore di un test di portata generale. 2) L’Ubi, come del resto le banche maggiori, aveva a disposizione strumenti più morbidi di intervento: la conversione, ad esempio, del prestito convertibile di 639 milioni che non è stato invece preso in considerazione. Perché, al contrario, si è scelto di imboccare la via più drastica? E che effetti avrà questo sulle scelte delle banche più importanti? Fino a ieri era legittimo pensare che sia Intesa che Unicredit, per far fronte alle esigenze di capitali, avrebbero puntato sulla dismissione di assets o sull’emissione di strumenti di “quasi” capitale, come i Cocobond (già utilizzati in Piazza Cordusio); adesso, al contrario, sembra privilegiata la strada più impervia. Perché? 3) Al solito, in questi casi, i mercati finanziari sono pronti a prendere in considerazione le ipotesi più fantasiose, sull’onda dell’emozione. E così si favoleggia di possibili “buchi”. Oppure, con maggior serietà, si prende atto che gli istituti bancari potrebbero presto essere impegnati in nuove, impegnative, operazioni al servizio del sistema delle imprese con assunzione diretta di partecipazione. A partire da Parmalat, ad esempio.

Ma questo ci conduce al problema essenziale: senza banche in salute, l’economia italiana, tra le più bancocentriche del pianeta, non va da nessuna parte. Ma, di riflesso, il cattivo stato dell’economia, che non cresce o comunque cresce meno delle altre, si riflette sullo stato di salute delle banche. Oggi, a complicare la vita degli istituti di credito, contribuisce infatti più che in passato il ritorno del rischio-Paese che fa sì che le banche italiane, anche le più efficienti, debbano pagare più di 70 punti base la provvista sui mercati all’ingrosso di quelle tedesche. Insomma, anche in questo caso, per le imprese industriali come per le banche, il problema chiave è la crescita complessiva dell’economia.

Non ha senso chiedersi se i quattrini da destinare alle banche serviranno o meno a dare una boccata d’ossigeno alle imprese: in una situazione generale così asfittica, il rischio è di soffocare tutti assieme. Ben venga, perciò, una stagione di aumenti di capitale. Purché il sistema sappia riconoscere agli azionisti, vecchi e nuovi, la redditività che un prossimo aumento dei tassi potrebbe consentire. Ma sappia anche comunicare in maniera corretta le sue necessità e le strategie di crescita. Cosa che vale per le banche, ma anche per le imprese.

Quando un’idea è buona, le banche fanno la fila per finanziarla”, dichiara a La Stampa l’ad di Amplifon Franco Moscetti, che ha appena completato lo sbarco in Oceania attingendo a prestiti presso il sistema. Purtroppo, le idee buone non sono così numerose.

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