GEOFINANZA/ Grecia, è domani il giorno del fallimento?

- Mauro Bottarelli

Domani sono in arrivo alcune importanti scadenze per i titoli di Atene. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché si potrebbe anche arrivare al fallimento della Grecia

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Foto Ansa

«I ministri dell’Eurogruppo non hanno nemmeno preso in considerazione l’eventualità di un default della Grecia», così il ministro delle Finanze spagnolo, Elena Salgado, al termine dell’inutile vertice Ecofin dello scorso fine settimana in Polonia. Complimenti, c’è proprio da vantarsi di questa miopia criminale, visto che la Grecia potrebbe andare in default proprio domani. Tra poco, vi spiegherò motivi e conseguenze di questa ipotesi, ma prima giova ricordare chi ha la mano sul grilletto.

Sempre al termine del vertice Ue, Giulio Tremonti ha onestamente riconosciuto che «la capacità dell’Europa di trovare la via per uscire dalla crisi, in questo momento dipende molto dalla Germania, dalle decisioni e dalle posizioni che saranno prese nei prossimi giorni». E come ha risposto Berlino alla crisi europea, una volta chiusi i battenti dell’europagliacciata polacca? Per Jens Weidmann, membro del comitato esecutivo della Bce e numero uno della Bundesbank, «è sbagliato abbandonare tutti i principi di politica monetaria citando un’emergenza generale. Una volta che la gente comincia a utilizzare la politica monetaria, a quel punto ci saranno sempre ragioni che suggeriscono che questo utilizzo può continuare».

E anche dalla Csu, i cristiano sociali bavaresi alleati fondamentali della Merkel, non sono arrivate parole di zucchero per la Grecia: «Se Atene non può o non vuole mantenersi in linea con il piano di salvataggio, allora non dovremmo aspettare che siano i mercati finanziari a costringerci a guardare in faccia la realtà. Un’uscita della Grecia dall’Eurozona deve essere plausibile». E, infine, ecco Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco: «Non pensiamo che i problemi sociali e dell’economia reale debbano essere risolti attraverso mezzi di politica monetaria. Non è mai stato il modello europeo e mai lo sarà».

Una chiara e piccata risposta al segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, ospite non gradito al vertice Ecofin, il quale aveva esortato l’Europa a espandere e attivare immediatamente il fondo Efsf, anche attraverso la leva finanziaria. Un bell’azzardo quello tedesco, visto che solo quattro giorni fa la Fed ha dato il suo assenso a una fornitura di liquidità in dollari attraverso tre operazioni da qui alla fine dell’anno insieme a Bce, Bank of England, Bank of Japan e Banca centrale svizzera per togliere dai guai le banche europee strozzate dai 40 giorni consecutivi di ampliamento dello spread Libor US Dollar a 3 mesi, principale fonte di rifinanziamento per quegli istituti allegramenti indebitatosi in biglietti verdi quando le cose andavano bene. E se alla luce della poco garbata accoglienza riservata a Geithner, il principale stampatore al mondo di dollari decidesse di chiudere del tutto quelle già espanse linee di swap? Addio a Dexia o Societe Generale o Ubs.

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Non so se i tedeschi hanno pensato bene alle conseguenze delle loro parole e azioni, questa volta, visto che stando a uno studio dell’istituto di ricerca Diw le dieci maggiori banche tedesche, da sole, hanno bisogno di ulteriori capitali per 127 miliardi di euro. Tanto più che, come anticipato, domani potrebbe essere il “D-day” della Grecia, dove la “d” sta per default. Già, perché domani, 20 settembre, Atene va incontro al pagamento dei coupon di due grandi obbligazioni, quella al 4,5% scadenza 2037 e quella al 4,6% scadenza 2040, un totale di 769 milioni di euro. Insomma, se il nulla di fatto polacco, con tanto di decisione di posporre la decisione sulla prossima tranche di aiuti al mese di ottobre, era figlio dell’accettazione di una realtà ormai acclarata, il Fmi potrebbe decidere a sua volta di evitare di buttare un altro miliardino di euro nel bagno e domani sarebbe il giorno ideale.

Tanto più che il premier greco, Georges Papandreou, sabato, quando si trovava già a Londra in attesa del volo per New York, ha annullato la partecipazione alla riunione dell’Onu in programma ieri e, soprattutto, i colloqui diretti a Washington con il Fmi, previsti proprio per domani, a causa dell’aggravarsi della situazione in patria, sfociata domenica in una mega-riunione interministeriale (preparazione al default, in tutte le sue componenti, compreso l’ordine pubblico?). Il Fondo, dal canto suo, ha già ritardato l’approvazione della concessione di una nuova tranche, riprogrammando le sue riunioni per due volte di fila e casualmente fissandole ora per domani e mercoledì: solo una coincidenza o il miglior modo possibile per preparare nuove politiche di emergenze, rese necessarie dal fatto che Atene domani non pagherà quei coupon per mancanza di fondi?

Inoltre, sempre domani scatta il roll per i cds sul debito greco. Il 21 settembre, tutti i cds settembre 2011 scadranno e c’è il timore che le banche detengano più protezione di quanta ne abbiano venduta sulla data del 20 settembre, quindi il fatto che la Grecia faccia default domani, mentre quei contratti sono ancora attivi, rappresenta un beneficio netto per il sistema bancario commerciale, visto che gli hedge funds non sono coinvolti nell’operazione o hanno già venduto le loro protezioni per coprire gli short su altre posizioni sovrane: alla faccia della speculazione brutta e cattiva!

Alla luce di questa realtà, le parole di Elena Salgado – «I ministri dell’Eurogruppo non hanno nemmeno preso in considerazione l’eventualità di un default della Grecia» – suonano tanto irresponsabili, quanto folli: o i leader dell’Europa sono tanto stupidi da non capire quale sia la realtà o sono così pazzi da lasciare che sia il mercato a staccare la spina, con conseguenze devastanti. In ogni caso, il meeting polacco dello scorso weekend è stato la dimostrazione della pochezza e dell’insipienza di una classe politica europea che dovrebbe andare – in blocco – a casa a vergognarsi, come chiesto dall’ex presidente della Commissione Ue, Jacques Delors, definitosi “indignato” per il modo in cui sono stati gestiti i lavori del vertice.

Vediamo ora, in breve e sintetizzate, alcune delle principali conseguenze del default greco, anche se ovviamente Ue e Fmi non lo denomineranno così ma con qualche formula più esotica e rassicurante come “implementazione del piano di rigore” o simile. Un default greco innalzerebbe immediatamente la pressione su Portogallo e Irlanda, già nel programma di salvataggio, poiché gli investitori avrebbero la percezione chiara che un precedente è stato creato. I rendimenti del debito dell’Eurozona periferica salirebbero, rendendo i costi per il finanziamento sempre più insostenibili per alcuni membri e con gli yields italiani e spagnoli destinati a tornare a quota 7%.

Basti vedere come nell’ultima settimana la prezzatura da parte del mercato di un default greco abbia spinto lo spread Btp-Bund oltre quota 400 punti, salvo scendere per i massicci acquisti della Bce, ormai agli sgoccioli però. E un deterioramento del mercato obbligazionario dei periferici potrebbe spingere la Bce ad azioni più aggressive, con conseguenze negative sul suo stato patrimoniale, a fronte anche di un’operatività con leva 1 a 26 da parte dell’Eurotower. E attenzione, perché come fa notare Richard McGuire di Rabobank, «gli spreads italiano e spagnolo finirebbero sotto ulteriore pressione, la quale spingerebbe i mercati verso il livello di profezia che si autoavvera, dove gli spreads raggiungono tassi chiaramente insostenibili in termini di gestione dei costi del debito, a loro volta termometro della sostenibilità delle posizione fiscali delle nazioni».

Passiamo ora ai mercati monetari, visto che un default greco creerebbe un problema per le banche, soprattutto quelle francesi. Non a caso, nonostante il bando sulle vendite allo scoperto, nelle ultime settimane i titoli dei principali istituti transalpini hanno subito pesanti vendite, determinate anche dalla percezione della vulnerabilità delle banche a ogni deterioramento della situazione nelle aree di crisi dell’eurozona. Le banche francesi detengono 56,9 miliardi di debito greco nei loro portafogli, più del doppio di quelle tedesche, 23,8 miliardi, stando a dati della Banca per i regolamenti internazionali. Mercoledì scorso, infatti, Moody’s ha tagliato i rating di Societe Generale e Credit Agricole proprio per la loro esposizione al debito ellenico. Inoltre, gli istituti d’Oltralpe sono i principali detentori del debito italiano, con qualcosa come 410,2 miliardi di esposizione, seguiti da quelli tedeschi con meno della metà, 164,9 miliardi di euro.

Le banche europee nel loro insieme, fino a oggi hanno operato svalutazioni per il 21% dei loro bond greci a maturazione nel 2020 e alcune sono andate anche oltre: Royal Bank of Scotland ha subito un taglio dei rendimenti del 50% sui bonds ellenici che detiene, situazione che unita all’impossibilità cronica di rifinanziarsi in dollari la rende la candidata principale ad andare a gambe all’aria, un guaio doppio visto che è di fatto nazionalizzata.

Ed è proprio il timore – la quasi certezza – di svalutazioni ben più ampie in vista, a rendere la banche sempre meno disponibili a prestarsi denaro tra loro, spiegazione del congelamento totale del credito interbancario e del record di depositi overnight presso la Bce da parte degli istituti dell’Eurozona: lo spread a tre mesi tra euro Libor e l’indice dei tassi di swaps overnight, un misuratore chiaro dello stress finanziario, oggi come oggi è al massimo da due anni a questa parte.

Per finire, gli altri mercati. Un default greco porterebbe con sé un crollo nella valutazione dei titoli azionari, non solo per l’esposizione dei bancari ma anche per le crescenti perplessità degli investitori rispetto alla capacità delle aziende di ottenere e raccogliere capitale. Questo colpirà direttamente il business e la fiducia dei consumatori, rendendo sempre meno possibile una ripresa a livello globale. Proprio a causa dei timori connessi alla Grecia, il mercato azionario europeo, ad agosto, ha subito il crollo peggiore da metà 2009 e questo mese ha già toccato quota -6%. «La storia ci insegna che il problema in sé non è il fatto che i titoli perdano di valore, ma il fatto che in questi processo è la fiducia a essere colpita maggiormente, un qualcosa che richiede anni per essere recuperato», sottolinea Louise Cooper, analista dei mercati alla BGC Partners.

Infine, il monetario: se nelle prime due settimane di settembre l’euro ha perso circa il 6% del suo valore contro il dollaro, un default greco potrebbe portare il cross a 1,20 dall’1,37 circa attuale.

«I ministri dell’Eurogruppo non hanno nemmeno preso in considerazione l’eventualità di un default della Grecia», così il ministro delle Finanze spagnolo, Elena Salgado, al termine dell’inutile vertice Ecofin dello scorso fine settimana in Polonia. Complimenti. Davvero. Aspettiamo domani e scopriremo il nostro futuro.



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