DOWNGRADE ITALIA/ Ecco il vero bersaglio dello “schiaffo” americano

- Giuseppe Pennisi

La notizia del declassamento dei titoli di Stato dell’Italia verrà vista come una bocciatura per Berlusconi. GIUSEPPE PENNISI ci spiega il vero obiettivo di Standard & Poor’s

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Foto Ansa

La notizia del declassamento dei titoli di Stato dell’Italia (da parte di Standard & Poor) da A+/A-+ a A/A-1 è giunta durante la notte tra il 19 e il 20 settembre; la mattina del 20 settembre era solo su pochi giornali (neanche sul maggior quotidiano economico). Mercoledì 21 non poche testate della “opposizione più dura e pura” titoleranno su “San Silvio Declassato”, facendo il verso al titolo della farsa di Nino Martoglio “San Giovanni Decollato”, che dopo essere stato per quasi mezzo secolo il cavallo di battaglia di Angelo Musco, fece la fortuna di Totò poiché portandolo nel 1940 sul grande schermo lo fece uscire dall’avanspettacolo e diventare apprezzato autore cinematografico.

In primo luogo, occorre capire come operano Standard & Poor’s e le altre maggiori agenzie di “rating”. Sono società per azioni private la cui reputazione dipende dalla loro capacità di formulare analisi e giudizi che effettivamente aiutano gli operatori economici; altrimenti questi ultimi voltano loro le spalle e le agenzie chiudono i battenti. Hanno tra i loro esperti non solamente specialisti di finanza, ma anche specialisti di temi e problemi istituzionali, politologi e sociologi. Si avvalgono pure di vasti giri di interviste; sono stato spesso consultato da agenzie di “rating” quando lavoravo in Banca mondiale sulla situazione di questo o quel Paese; oggi ancora mi cercano di tanto in tanto per cambiare idee e simulazioni econometriche sull’Italia.

Il loro giudizio viene espresso in un voto sintetico che è solo la punta di un iceberg; le analisi contenute nel rapporto redatto per giungere alla formulazione del voto oggi sono particolarmente attente anche in quanto nel 2007-2008 sono state accusate di essere troppo lasche nei confronti di intermediari finanziari che prestavano a clienti non affidabili (il caso del “subprime lending”).

Occorre leggere con cura il rapporto di Standard & Poor’s con cui si motiva il declassamento. Da un lato, illustra la scarsa capacità dell’Italia (non del Governo) di fare previsioni economiche che, a consuntivo, appaiano valide: attenzione, una conclusione analoga è in uno studio di Carlos Fonseca Marinheiro della Università di Coimbra pubblicato nel n. 3 del 2011 dell’International Journal of Sustainable Economy (pp. 185-209). Studio noto all’Istat e al ministero dell’Economia, ma di cui nessun giornale ha giudicato di dare almeno la notizia.

Dopo le nostre stime sulla sostenibilità considerate da “libro dei sogni”, la seconda parte dell’analisi riguarda “l’immobilità conservatrice” della società italiana: quale che sia il programma di riforme e quale che sia il Governo che lo presenta viene sterilizzato da miriadi di anti-corporativi. L’esempio maggiore: siamo entrati nella moneta unica, ma non abbiamo cambiato nessuno dei nostri comportamenti. Da qui, la crisi di credibilità. Non di questo o di quel Governo, ma di un’intera società che, per non affondare, si deve dare una vera mossa. Il documento include anche sezioni specifiche (ad esempio, in materia di previdenza, liberalizzazioni e privatizzazioni) sulle quali però occorre mantenere il riserbo.

Quali le implicazioni? Oggi i titoli di Stato italiani valgono meno di ieri. Sarà, dunque, più difficile che la Banca centrale europea accetti di acquistarli. Questo è ciò che i britannici chiamano un blessing in disguise, una benedizione in maschera. Non ci verrà più somministrata quella che Francesco Giavazzi chiama “la morfina”.Dovremo andare dal chirurgo (e, dopo l’intervento, cambiare stile di vita, adattandoci all’euro e aumentando competitività e produttività).

Una nuova manovra economica? Certo. Ma non solo. Le manovre sono poco efficaci (e possono essere anche dannose) se non cambiano i comportamentiI tedeschi – ricordiamocelo – hanno sofferto per dieci anni e hanno cambiato drasticamente la normativa lavoristica, previdenziale e tributaria per metabolizzare euro e unificazione ed essere più competitivi. Molti di noi hanno pensato che l’euro fosse la manna nel deserto: una volta entrati, saremmo stati nel Paradiso Terrestre. Non nel collodiano Campo dei Miracoli.

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