DALLA GERMANIA/ “La crisi del 2008 sta per tornare”

La crisi finaziaria è in agguato, si aggira sotto la superficie di mercati calmi e rassicuranti e di spread ora addomesticati. Per LORENZ WAGNER, giornalista tedesco, tutto è ancora aperto

26.03.2014 - int. Lorenz Wagner
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Il cancelliere Angela Merkel (Infophoto)

“La crisi del 2008 si ripeterà ancora perché non sono state prese misure efficaci per risolvere i problemi alla radice. Un ripetersi di quanto avvenuto cinque anni fa porterà migliaia di persone in piazza in segno di protesta contro l’intreccio tra banche e politica”. A spiegarlo in un’intervista a ilsussidiario.net è Lorenz Wagner, giornalista della Suddeutsche Zeitung Magazin che ha firmato un reportage insieme ad Alexander Hageleuken pubblicato con il titolo “Non cantate vittoria”. Il pericolo per l’intera economia globale è individuato da Wagner “nei sistemi economico-politici di America e Regno Unito, dove le banche sono la principale industria del Paese e dunque i governi si rifiutano di introdurre regole rigorose per il timore di strangolare la crescita del settore finanziario”.

E’ corretto dire che la crisi non è ancora passata, anzi può tornare ancora peggiore perché nulla è cambiato rispetto al 2008?
Sì. Alcuni cambiamenti ci sono stati, come l’introduzione di regole differenti e diversi tentativi per evitare un ripetersi della crisi. Non si è trovata però una soluzione per il problema più importante, cioè per la questione del “too big to fail”. Rispetto a cinque anni fa, oggi abbiamo delle banche ancora più grandi e ci sono numerosi altri problemi che non sono ancora stati risolti. I cambiamenti sono avvenuti soltanto in superficie, non c’è stato un reale cambiamento di mentalità e i problemi del sistema bancario sono ancora tutti immutati.

La responsabilità è solo delle banche o anche della politica?
La responsabilità è innanzitutto della politica, perché tutto ciò che hanno fatto i banchieri è stato legale. La politica ha dato alle banche la scommettere con prodotti finanziari che hanno creato dei rischi per i risparmiatori. I banchieri hanno quindi lucrato comportandosi in un modo che non approvo, ma muovendosi pur sempre all’interno di margini che qualcuno aveva consentito loro. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti le banche sono la principale industria del Paese, e i rispettivi governi temono di stabilire delle regole troppo rigide e di ridurne i margini di guadagno perché in questo modo bloccherebbero l’intera economia nazionale. L’Inghilterra è infatti sostanzialmente priva di un’industria dell’auto, della moda e della chimica. Nel 2008 l’allora premier inglese Gordon Brown ha affermato che avrebbe risolto i problemi e ripulito le banche, ma di fatto ciò non è mai avvenuto.

E’ davvero possibile lasciar fallire le banche senza mettere a repentaglio l’intera economia?

Sì, è possibile. Una determinata banca privata chiude la domenica sera e il lunedì mattina successivo riapre come una banca pubblica. I correntisti in questo modo non perdono il loro denaro, ma chi paga di tasca propria per la chiusura della banca sono gli azionisti e il management. Chi sceglie di far correre determinati rischi a un istituto di credito deve quindi sapere che in caso di bancarotta pagherà il conto, mentre la gente comune è comunque al sicuro. Il punto è che i governi di Regno Unito e Stati Uniti non sono disposti a consentire il fallimento di una grande banca, perché temono troppo le possibili conseguenze. 

Se si dovesse ripetere una nuova crisi come quella del 2008,le istituzioni democratiche del mondo occidentale sarebbero messe a rischio? 
Certamente sì. La gente non riuscirebbe a comprendere se dovesse ripetersi il salvataggio delle banche da parte dei governi. Il fatto di utilizzare così tanto denaro pubblico non sarebbe percepito come giusto, perché a beneficiarne sarebbero i manager delle banche, che già di per sé sono molto ricchi e che per di più hanno creato gravi problemi per l’economia. Le conseguenze per l’occupazione e per il debito pubblico farebbero sì che migliaia di persone passerebbero con l’opposizione e scenderebbero in piazza in segno di protesta. 
 

 

(Pietro Vernizzi)

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