NOMINE UE/ Forte: l’Italia esce sconfitta, ecco perché

- int. Francesco Forte

Jean-Claude Juncker è stato nominato Presidente della Commissione europea. Per Matteo Renzi si tratta di un risultato importante per l’Italia. FRANCESCO FORTE non è d’accordo

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

La designazione di Jean-Claude Juncker viene decisa dal Consiglio europeo con un voto a maggioranza qualificata. Il candidato di Angela Merkel, il lussemburghese, porta a casa quello che tutti ormai si aspettavano. La maggioranza qualificata è di 26 paesi, solo due votano contro: la Gran Bretagna e l’Ungheria. Il leader inglese David Cameron rilascia una dichiarazione via Twitter dove rende noto che “potrebbero rimpiangere per tutta la vita il nuovo processo messo in atto per scegliere il nuovo Presidente della Commissione”. Infine, ha concluso: “Mi batterò sempre per gli interessi della Gran Bretagna”. Ma la vera sorpresa arriva dalle dichiarazione del nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi: “Ha vinto la linea italiana della flessibilità”. Aggiunge. “Ho votato Juncker perché il suo nome era legato a un documento, a un accordo politico ben preciso, focalizzato sulla crescita e la flessibilità”. Il nostro Presidente del Consiglio spiega: “Abbiamo deciso prima che cosa deve fare l’Europa nei prossimi cinque anni e poi chi la guiderà Per la prima volta il focus è la crescita e chi fa le riforme strutturali avrà diritto alla flessibilità”. Quindi un successo su tutta la linea? Per il professor Francesco Forte, grande economista italiano, più volte ministro ed esperto anche di politiche comunitarie non è andata proprio così. Ma al contrario.

Vale dire professor Forte?

A me sembra che abbia vinto pienamente la linea della Merkel, ha piazzato il suo candidato. Io trovo quasi “bambinesco” che di fronte a un’elezione simile si possa esultare e dichiarare vittoria. È un autentico atteggiamento puerile, che il nostro Presidente del Consiglio continua a riservarci.

Perché questa dichiarazione così secca e perentoria?

Mi scusi, ma come tradizione di alleanze abbiamo sempre guardato agli inglesi, mentre si è sempre affermato l’asse franco-tedesco. In questo modo, con l’appoggio a Juncker abbiamo al momento tagliato un’alleanza secolare, storica. E di questo fatto neppure gli americani, tradizionali alleati degli inglesi, saranno felici. Abbiamo rovesciato una scelta che ci consentiva margini di negoziazione. La stessa attenzione che la Gran Bretagna ha sempre avuto per il Mediterraneo, ai tedeschi e alla Merkel non interessa.

Poi c’è la vicenda di Enrico Letta, che sembrava candidato alla Presidenza del Consiglio europeo…

Certo che era una candidatura che andava bene e piaceva anche a Cameron. Invece il nostro Presidente del Consiglio, Renzi, forse perché considera Letta un avversario politico, ha pensato bene di non sostenerlo. Forse la candidatura di Letta avrebbe potuto non passare, ma proprio perché Cameron lo avrebbe sostenuto Renzi avrebbe dovuto proporlo e difenderlo. Sarebbe stato un filo per ricollegarci all’alleanza con gli inglesi. Non ha fatto neppure questo.

A parte queste considerazioni, che cosa le sembra che sia mancato in questa elezione di Juncker?

Il vero problema a mio parere è quello di allargare il discorso a tutta l’Europa. Non considerare sempre e solamente la zona euro. E quindi un grande discorso di scelte culturali, infrastrutturali, di politica internazionale, di integrazione dei mercati. Alla fine con il lussemburghese, candidato della Merkel al vertice della Commissione, il destino dell’Italia diventerà sempre più marginale.

 

Lo scopo vero però era quello di allargare il gioco politico con gli inglesi?

Ma guardi che noi abbiamo sempre avuto rapporti ampi con gli inglesi. Il Regno Unito non è solo l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti. I rapporti tra noi e gli inglesi ci sono in Africa, nei Paesi del Commonwealth. Facciamo un esempio sulla vicenda dei due marò che sono ancora prigionieri in India: chi meglio degli inglesi può intervenire?

 

E poi c’è il Mediterraneo come spiegava prima.

La Merkel guarda a Nord, del Mediterraneo non le interessa nulla. Ma noi nel Mediterraneo ci siamo e siamo di fonte a un Medio Oriente che è in pieno incendio. A quella zona chi può pensare e agire se non gli inglesi e gli americani?

 

(Gianluigi Da Rold)

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