GUERRA AL TERRORE/ L’Europa (dei burocrati) ha già perso

- Stefano Cingolani

L’Europa sta rispondendo al 13 novembre in modo molto simile a come gli Stati Uniti risposero all’11 settembre. Ma tutto questo solo sulla carta, spiega STEFANO CINGOLANI

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Bruxelles in una morsa di terrore, scuole chiuse, luoghi pubblici deserti, stadi sbarrati. È l’immagine spettrale dell’attacco al cuore dell’Europa da parte del terrorismo islamico e delle drammatiche conseguenze che sta già provocando. Se continua così sarà persino peggio dell’11 settembre, perché più duraturo, più diffuso, più efficace nel paralizzare gli snodi, i gangli dell’Europa come si è organizzata nell’ultimo quarto di secolo.

Schengen e Maastricht, due trattati chiave dell’Unione, sono già caduti sotto le bombe dell’Isis. Certo, si può dire che il controllo alle frontiere esterne non è in contraddizione con il trattato sul libero movimento delle persone, ma è evidente che porta con sé una stretta anche all’interno, è chiaro a tutti che conduce a un qualche ripristino dei confini nazionali preparando il tramonto del sogno federalista giù abbondantemente sfumato durante i sette anni di crisi.

Lo stesso vale per Maastricht. È vero che non calcolare le spese per la sicurezza è una misura eccezionale, ma non può essere considerata una tantum se non sappiamo quando (né come) finirà la guerra al terrore. La Francia, del resto, non è un’eccezione. Tutti i paesi dell’area euro dovranno aumentare la spesa pubblica per migliorare la sicurezza, ed è evidente che sicurezza vuol dire tante cose. Non solo gli stipendi degli agenti, le pistole del poliziotti, la benzina delle auto, i giubbotti antiproiettile e quant’altro; ma attrezzature elettroniche sempre più sofisticate, la cyberwar, tecnici informatici sempre meglio preparati. E dove li mettiamo i droni, le forze armate, l’aeronautica, le navi?

Insomma l’intero bilancio della difesa, ridicolmente basso, dovrà salire. Di quanto? Uno, due, tre per cento del prodotto lordo? In ogni caso, addio parametri di Maastricht. I neokeynesiani e gli euroscettici saranno contenti, ma certamente non è questo che avrebbero voluto, nessuno di loro pensava di far saltare il trattato per mano di Abu Bakr al Baghdadi.

L’allentamento dei vincoli di bilancio va di pari passo con il nuovo impulso espansivo che Mario Draghi intende dare alla politica monetaria, litigando ancora una volta con Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, il quale, evidentemente, è appena tornato da un viaggio all’estero, magari sulla faccia nascosta della Luna, e non si è accorto che il suo stesso Paese, la grande Germania, è paralizzata dalla paura, che la cancelliera Merkel non sa cosa dire, si sforza di difendere una politica di disciplinata apertura, come ha fatto nei giorni scorsi a Monaco di Baviera, ma è assediata. “Il Cancelliere solitario”, l’ha chiamata Der Spiegel. E il Financial Times ha già celebrato la fine dell’era Merkel. Chi potrà venire dopo di lei non si sa. L’unica cosa certa è che non sarà una scelta migliore.

Sulla carta, l’Europa sta rispondendo al 13 novembre in modo molto simile a come gli Stati Uniti risposero all’11 settembre. Allora venne decisa una seria stretta alle libertà individuali, a cominciare da quella di movimento con il Patriot Act. E Alan Greenspan nella sue memorie racconta il timore che l’attacco alle Torri gemelle fosse la premessa di un assalto a Wall Street tale da portare al collasso finanziario degli Stati Uniti e dell’intero mondo occidentale. Negli incontri con George W. Bush, il Presidente lo invitava regolarmente ad aprire i rubinetti della liquidità e a stampare moneta. Secondo alcune interpretazioni, sarebbe lì una delle radici della bolla finanziaria che scoppiò sette anni dopo. Chissà, certo è che fu la Federal Reserve a tenere in piedi la baracca economica, mentre il Congresso autorizzava la stretta dei controlli e l’aumento delle spese in deficit per la sicurezza e la difesa militare.

La differenza di fondo, certo non piccola, è che gli Stati Uniti reagirono come un sol Paese con grande slancio patriottico. Ci furono polemiche e dibattiti infiniti sui pericoli del Patriot Act e anche sugli effetti perversi del lassismo finanziario, ma fondamentalmente gli americani, dalla classe dirigente economica e politica fino ai cittadini comuni, accettarono i sacrifici, persino i limiti alla libertà personale che, come si sa, è un dogma inviolabile della democrazia a stelle e strisce.

Al contrario, l’Europa finora si è mossa in ordine sparso, si è divisa secondo linee nazionali, oppure per gruppi di interesse multinazionali, ma non ha mostrato nessuna capacità di reagire unita a un attacco che viene portato contro tutti, dall’Atlantico agli Urali. Certo, l’Ue non è una federazione, ma in questo caso le istituzioni, gli apparati burocratici, gli stessi strumenti tecnici che consentono di deliberare e agire, passano in secondo piano rispetto alla volontà comune. Può sembrare un’invocazione astratta, ma non è così: sono le scelte quotidiane degli individui a determinate il corso degli eventi.

Dunque, Schengen e Maastricht giorno dopo giorno diventano residui del passato. Senza di loro l’Europa arriverà a disgregarsi sempre di più. A meno che qualche leader preveggente non si ponga già adesso il problema di sostituirli. Un po’ come accadde nel 1944, quando la guerra non era ancora finita e non si sapeva chi avrebbe vinto, eppure i leader del mondo libero si riunirono a Bretton Woods per una conferenza volta a stabilire come si doveva ricostruire la spina dorsale dell’economia mondiale, cioè il sistema monetario.

 Non si vedono all’orizzonte leader di quella tempra. E bisogna dire che nessun soldato Ryan è sbarcato ancora sulle spiagge della Siria. Tuttavia è sempre più chiaro che senza l’ottimismo della volontà il pessimismo della ragione prenderà il sopravvento fiaccando le nostre capacità di reagire.

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