FINANZA/ La verità (e gli errori) sulla “tempesta cinese”

- Giuseppe Pennisi

Negli ultimi giorni ha fatto parecchio paura in Occidente la crisi dei mercati cinesi. GIUSEPPE PENNISI spiega chi rischia davvero di pagare un prezzo alto e chi no

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Al simposio annuale informale dei banchieri centrali (ma quest’anno alcuni nomi di livello, in primo luogo il Presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, e il Presidente delle Banca centrale europea, Mario Draghi, hanno marcato visita), la Cina non è stata – come si pensava- al centro dell’attenzione. Nonostante l’altalena delle Borse proprio nei giorni immediatamente precedenti la riunione e in quelli del simposio medesimo (27-29 agosto). La misure, essenzialmente un Quantitative easing di stampo asiatico, adottate tra il 27 e il 28 agosto (dipende dal fuso orario di riferimento) a Pechino pare abbiano calmato i mercati e che ciò sia stato sufficiente a far pensare ai banchieri centrali che la Cina non è così vicina (parafrasando il titolo di un film di Bellocchio del 1967 che ancora torna di tanto in tanto sui piccoli schermi della televisione).

Occorre, però, avere una prospettiva più lunga per esaminare cosa sta avvenendo in quel Celeste Impero, presentato per anni come la speranza per un’Europa in stagnazione e ora considerato elemento (tra i principali) di incertezza. È tema ostico perché i dati sull’economia reale della Cina non sono specialmente affidabili.

Un lavoro molto interessante, ma ancora disponibile unicamente in versione preliminare, è stato fatto da un team di economisti russi, émigré presso università o istituti occidentali: Anton Cheremukhin (Federal Reserve Bank di Dallas), Mikhail Golosov (Massachusetts Institute of Tehnology), Sergei M. Gurien (Science Po) e Aleh Tsyvinski (Yale University). Il lavoro studia la crescita e la trasformazione strutturale della Cina dal 1953, con un’analisi sistematica econometrica di due periodi – quello sino al 1978 e quello dal 1978 agli ultimi anni. Il periodo precedente alle riforme del 1978 (le quattro modernizzazioni) viene utilizzato come metro per valutare il successo delle riforme medesime. In breve, le riforme del 1978 hanno avuto effetti significativi in termini di crescita e di trasformazione strutturale: il tasso di aumento del Pil, ad esempio, è cresciuto di 4,8 punti percentuali l’anno e la proporzione della forza lavoro in agricoltura è del 24% inferiore alla percentuale precedente le riforme. Tuttavia, lo slancio si sta esaurendo.

Ad esempio, la riduzione della popolazione impegnata in agricoltura ha comportato fortissimi investimenti nelle Province industriali attorno a Pechino e a Shangai e nel Sud, specie nell’edilizia (5,6 miliardi metri quadri; a titolo di raffronto l’Italia ha una superficie totale di 301.340 km quadrati). Tuttavia, non solo l’edilizia ha rendimenti molto differiti nel tempo, ma, per coprire i costi, gli appartamenti si sarebbero dovuti vendere mediamente a un prezzo di 100.000 dollari l’uno, mentre il reddito medio delle famiglie è di 10.000 dollari annui nelle stesse zone industriali. Gli investimenti industriali, inoltre, hanno fruttato molto meno del previsto a ragione dell’inadeguata esperienza dei manager (spesso scelti sulla base di criteri politico-familiari). Quindi, le Province che avrebbero dovuto, con il loro dinamismo, crescere più velocemente, sono state la tartaruga.

La Cina ha un tasso di sviluppo del Pil stimato, per il 2015, del 7% circa (stime più affidabili lo pongono sul 5%), ma oltre tre quarti della crescita si forma al Nord e al Centro, dato che le Province industriali del Sud crescono attorno all’1% l’anno. Anche a ragione di investimenti errati, che ho analizzato altrove. Ciò sta causando tensioni politiche fortissime all’interno del Paese. Esse si aggiungono a quelle etniche e religiose. Cosa implica tutto ciò per il resto del mondo?

Nell’ultimo quarto di secolo si è pensato, molto superficialmente che la Cina sarebbe stato il motore dell’intera economia mondiale, con particolare effetto sull’Africa e sull’America Latina- Poco si è riflettuto sul fatto che il Pil dell’Unione europea è quasi il doppio di quello cinese e in termini di Pil pro-capite il Celeste Impero è ottantaseiesimo su scala mondiale (quindi, abbastanza in fondo alla classifica). Sarebbe comunque stato un motore a scartamento ridotto. In aggiunta, nell’attuale contesto internazionale, simultaneamente quasi con la riduzione della crescita cinese, c’è stato un forte aumento (ben superiore alla aspettative) di quella americana. Nel complesso, a livello mondiale, i contraccolpi saranno meno acuti di quanto viene scritto in questi giorni.

Alcune aree e settori dovranno adattarsi alla nuova situazione. In Europa, l’industria tedesca delle macchine utensili e quella italiana del lusso (nonché quella francese dei vini pregiati) devono correre alla ricerca di nuovi mercati. Più complicata la situazione di quei rami in cui la Cina ha operato (spesso tramite joint venture con aziende europee o americane di lunga esperienza) per l’estrazione o la raffinazione di materie prime. È il caso della BHP Billiton che opera da anni con partner cinesi nello sfruttamento di ferro in Australia, rame in Cile e oli minerali nei Caraibi (Trinidad). Si trova, quasi da un giorno all’altro, senza il maggior cliente e (quasi) senza il socio di riferimento. Ci sono numerosi casi analoghi: mega imprese come la brasiliana Vale e la giapponese Simitomo..

In breve, la Cina non è così vicina come molti pensavano, ma il suo aggiustamento incide principalmente su alcune aree e settori non sull’intera economia mondiale.

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