SPY FINANZA/ Renzi-Draghi-Weidmann, le “grandi manovre” auspicate in Germania

- Mauro Bottarelli

Mentre a livello globale si scontano le politiche fallimentari delle banche centrali, in Italia si arriva al redde rationem con la questione bancaria, dice MAURO BOTTARELLI

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Ma cosa sta succedendo? Quello che è normale che accada in un mondo che vive da troppi anni su tassi a zero e quindi nuovo debito: le bolle scoppiano, innescando instabilità. Non servono cattedratici di chiara fama, quelli che fino alla fine dello scorso anno parlavano di ripresa e incensavano il miracolo economico della Fed, basta un ragioniere di buoni studi. Nel 2008 il debito mondiale totale era di 77,153 triliardi di dollari, lo scorso anno era arrivato a 102,121 triliardi di dollari. Ovvero, durante il periodo della grande crisi mondiale, quello che avrebbe essere dovuto dedicato al deleverage, ovvero all’abbattimento dei livello di debito, quest’ultimo a livello mondiale è salito di circa 25 triliardi. Ma qualcuno, anche su queste pagine, la chiamava ripresa in corso.

Ora, mettiamo qualche numero in fila. Ieri l’indice giapponese Nikkei è calato del 3,71%. Immediatamente, i geni rinchiusi nel simposio dorato e innevato del World Economic Forum di Davos hanno propinato al mondo la loro lettura: tutta colpa del petrolio, calato ancora overnight sotto i 28 dollari al barile perché qualcuno ha starnutito in Siria. Balle, visto che l’altro giorno nel silenzio generale l’Arabia Saudita ha minacciato di procurarsi la bomba atomica se l’Iran continuerà con il suo piano nucleare: non vi pare un driver sufficiente per far impennare il prezzo del greggio? A me sì, ma il problema è che c’è talmente tanto debito in giro nel mondo che anche le dinamiche macro non contano più nulla, sono tutti preoccupati unicamente di una cosa: continuare a ballare finché c’è ancora musica, ma farlo stando ben vicini alla porta d’emergenza.

In Giappone, come vi ho detto da sempre, sono più di due anni che si monetizza anche l’aria che respirano in ossequio all’Abenomics sponsorizzato dal Paul Krugman, premio Nobel al pari di Obama. Risultato? Zero, dinamiche salariali schiantate, ma soprattutto prospettive inflazionistiche ferme, se non addirittura in calo come le ultime presentate in ottobre dalla Bank of Japan nella sua riunione. E sapete perché? Perché il Qe, di fatto, ha un unico scopo: stimolare inflazione, la quale nei Paesi ad alto indebitamento come il Giappone ha la finalità di limare proprio il carico di debito pubblico. C’è un problema, però: se il potere di acquisto e i salari dei cittadini non salgono, i consumi non crescono e i prezzi restano dove sono. Insomma, non si stimola affatto inflazione.

Come fare? Il Premier nipponico, Shinzo Abe, lo ha capito e infatti sta chiedendo da oltre due mesi alla Confindustria giapponese che le aziende alzino i salari nelle prossime contrattazioni attese per aprile proprio per stimolare i consumi. Risposta: non ci pensiamo nemmeno. Il mercato sta cominciando a prezzare questo: ovvero, che non solo la Bank of Japan con i suoi acquisti onnivori ha distrutto il principale mercato obbligazionario del mondo, ma ora, quando avrà finito di acquistare debito dalle banche private (avanti di questo passo a fine anno sarà esaurito) dovrà rivolgersi al settore privato non bancario, vedi le assicurazioni: e poi? E poi sarà il tonfo, perché il sistema keynesiano non prevede pause, tocca acquistare sempre di più. Ma come ci mostra questo grafico, già oggi la Bank of Japan detiene il 52% di tutto il mercato Etf nazionale: cosa comprerà poi, il vento?

Pazzi a cui si sono affidate le sorti del mondo, esattamente come accaduto in America con la politica della Fed, il cui unico risultato è stato gonfiare gli indici e garantire miliardi a Wall Street attraverso emissioni allegre e buybacks azionari come se non ci fosse un domani, mandando però in recessione l’economia reale un’altra volta. Recessione, altra parole che comincia a fiorire nei titoli di queste pagine, quando solo fino a dicembre la usavo solo io, il gufo. Vogliamo parlare della Cina, un casinò a cielo aperto? Paradossalmente, la Borsa è forse il problema minore, visto che a fare potenzialmente implodere quel mercato sarà la bolla immobiliare, al netto del fatto che in quel Paese il 75% delle ricchezza dei cittadini è investita nel real estate, parliamo di un elefante pari al 15% del Pil: per capirci, durante la bolla immobiliare Usa del 2006-2008 si raggiunse negli Stati Uniti una ratio del 5% sul Pil. E sarà un po’ dura sgonfiare ordinatamente quella bolla con le banche che non prestano più denaro perché le sofferenze stanno crescendo a dismisura e sul mercato ci sono qualcosa come 10 miliardi di piedi quadrati di immobili sfitti. Anche in questo caso, il più classico caso di boom da mal-investment della Scuola austriaca di economia che ora si appresta a scoppiare.

E a proposito di sofferenze, che dire della nostra Italietta anche ieri sotto attacco dei mercati? A dire il vero è stata tutta Europa a schiantarsi, ma ovviamente a livello interno ha fatto paura l’apertura di Piazza Affari a -2,39% e il titolo Mps che non riusciva a fare prezzo e attorno all’ora di pranzo, quando è rientrata in contrattazione, si schiantava del 18%. Speculatori brutti e cattivi? Sicuramente, ma se uno specula, se ti attacca ribassista lo fa perché conosce – o pensa di conoscere – le tue debolezze, non lo fa tirando la monetina. E dall’ultimo rapporto dell’Abi scopriamo che in Italia le sofferenze bancarie sono al 16,7% degli impeghi, contro il 2% di Regno Unito e Germania, il 4% della Francia e il 9% della Spagna. Di più, siamo a quota 200 miliardi di sofferenze cui vanno uniti altri 150 miliardi di incagli: insomma, il nostro sistema bancario tanto solido siede su 350 miliardi di crediti deteriorati e circa 400 miliardi di debito pubblico in detenzione. In un contesto di tensione e volatilità globale, voi non andreste short su un settore simile?

E se è vero che la Germania ha utilizzato 280 miliardi di soldi pubblici per salvare le sue banche prima che entrasse in vigore quella genialata chiamata bail-in, votato da tutti i partiti che ora strepitano e che le banche spagnole sono state salvate con 41 miliardi di Fondo europeo cui ha partecipato anche l’Italia, bisognerebbe chiedere ai nostri governanti di ieri e di oggi perché hanno aspettato fino all’esplosione del caso Etruria e Co. prima di intervenire. E Bankitalia e Consob, le quali sapevano da almeno due anni che Etruria era un pozzo senza fondo, ma le hanno concesso ugualmente di emettere le tanto vituperate obbligazioni secondarie, di fatto dando vita a un aumento di capitale mascherato piazzando carta igienica agli investitori?

Direte voi, come si poteva sapere? Si poteva, perché prima del crollo Lehman le sofferenze bancarie in Italia erano già a quota 41 miliardi di euro, ragione per la quale nel 2009 si è dato vita ai cosiddetti Tremonti-bond proprio per migliorare la capitalizzazione Tier 1 delle nostre banche in un periodo di piena recessione che avrebbe visto tagliati i prestiti e quindi aumentare le sofferenze da parte di cittadini e soprattutto imprese in crisi. Adesioni di massa? Assolutamente no, la gran parte delle banche italiane – anche quelle salvate o che ora annaspano a -10% quotidianamente – disse di no, che i conti erano a posto, che il sistema era solido. Come sempre, si è nascosta l’immondizia sotto il tappeto e ora quella stessa immondizia ha invaso l’intero settore e presenta il conto attraverso gli attacchi speculativi.

Se poi il nostro sistema è così sano, perché sul finire dello scorso anno la britannica Barclays è scappata a gambe levate dall’Italia dopo aver fatto uno shopping selvaggio di filiali negli anni precedenti, cedendo oltre 90 filiali a Mediobanca e pagando anche 2 milioni a sportello pur che Che Banca li acquistasse? Qualcuno di chi oggi grida unicamente al complotto, ma è stato serenamente in silenzio fino a poco fa, sa darmi una risposta? Non sarà che il nostro sistema non è affatto né sano, né solido come ci dicono e occorre questa dannata bad bank prima di finire a zampe all’aria come sistema Italia o quel che di esso resta dopo anni di indebitamento e zero investimenti?

Dopo la riforma delle popolari, inoltre, ora il governo si lancia nel cambio di governance delle Banche di credito cooperativo (Bcc), le quali sono in condizioni tali da vedere una banca su dieci avere le sofferenze sopra il 20% degli impeghi: auguri nel metterci mano proprio ora. E anche le famose banche del territorio, non avranno abusato un po’ in prestiti e fidi all’amico del cugino del cognato del politico o notabile di turno? Pensate che Banca Etruria sia l’unico caso del genere nel contesto delle popolari italiane?

Lungi da me difendere l’Europa, ma prima di scoprirsi euroscettici di comodo come il governo italiano, il quale ora vede arrivare il redde rationem delle sue bugie e maschera i fallimenti delle sue riforme e manovre in deficit con lo spaventapasseri dell’Ue matrigna, bisognerebbe fare un bell’esame di coscienza. Tutti. E attenzione, perché ieri lo spread tra Btp e Bund è salito fino a 120 punti, si tratta del massimo da settembre 2015 con un rendimento del decennale italiano all’1,61%. Roba da ridere rispetto al 7% e oltre dell’inverno 2011, ma attenzione, perché l’aumento del differenziale è dovuto al fatto che il rendimento del Bund decennale sta calando ai minimi da maggio, visto che gli investitori stanno tornando a rifugiarsi negliassets sicuri visto il ritorno dell’avversione al rischio sull’azionario.

Cosa farà ora Mario Draghi, unico responsabile della pace dello spread finora? Non è che si è deciso di sacrificare Matteo Renzi sull’altare di un nuovo shopping in Italia da parte di francesi e tedeschi? Magari proprio con il buon Draghi a succedere al giglio appassito a Palazzo Chigi e Weidmann, capo della Bundesbank, nuovo governatore della Bce prima dell’autunno? Sarebbe il sogno e il progetto della Germania che si realizza, ma anche la fine dell’Ue come la stiamo vivendo. Quasi, quasi lo auspico. Anche se il prezzo da pagare sarà enorme.

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