REFERENDUM/ Il test già fallito dalla riforma

- Giuseppe Pennisi

Il Governo Renzi, spiega GIUSEPPE PENNISI, ha goduto di grande stabilità, ma l’economia non è ripartita. Dunque la riforma costituzionale non sembra poter avere un impatto positivo

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Padoan e Renzi (Lapresse)

La ragione economica principale che viene adotta per cambiare la Costituzione è la necessità di decisioni spedite a fronte di esigenze urgenti provocate dall’integrazione economica internazionale. Questa era la motivazione apportata negli anni Ottanta dalla “grande riforma” preconizzata da Bettino Craxi che comportava apertamente un rafforzamento dell’Esecutivo (o tramite un semi-Presidenzialismo alla francese o tramite un Cancellierato alla tedesca). Il rafforzamento dell’Esecutivo avrebbe comportato necessariamente una riduzione del ruolo del Parlamento. Come è noto, non se ne fece nulla, anche e soprattutto a ragione del forte radicamento della democrazia parlamentare e della centralità, quindi, del Parlamento nella tradizione e nella cultura italiana.

Ragioni analoghe vengono ora proposte alla base dei cambiamenti a numerosi articoli della seconda parte della Costituzione su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi domenica 4 dicembre. Sono un economista, non un giurista, e forse per questo motivo numerosi cambiamenti proposti sono espressi in un linguaggio poco comprensibile: dato che la Costituzione dovrebbe essere strumento di coesione nazionale, ogni sua riga dovrebbe essere chiara e trasparente a tutti i cittadini della Repubblica.

Formalmente, gli emendamenti della Costituzione non cambiano la forma di Governo, ma lo fanno di soppiatto, spostando pesi e contrappesi tra tutti i principali organi dello Stato. Se gli emendamenti verranno approvati, e soprattutto se saranno anche accompagnati da una legge elettorale fortemente maggioritaria (sul tipo di quella approvata nel 2015 per la Camera dei deputati e attualmente in vigore), la forma di governo cambierà sostanzialmente, anche se in via surrettizia. Si avrebbe un “Premierato” in cui il Parlamento non esprimerebbe il Governo, ma diventerebbe servente dell’Esecutivo, poiché gran parte dei componenti dell’Assemblea sarebbero eletti, con un metodo fortemente maggioritario, solamente in seguito a una loro candidata da parte delle segreterie dei partiti e dei movimenti. Su di essi penderebbe la spada di Damocle di non essere ricandidati se non seguono indicazioni e dettami dall’Esecutivo. La forma di governo ne guadagnerebbe in stabilità-governabilità, ma ne perderebbe in rappresentatività.

Si sarebbe raggiunto l’obiettivo di stabilità-governabilità in grado di rispondere speditamente ed efficacemente in caso di esigenze derivanti dal processo d’integrazione economica internazionale? Proprio in Italia, negli ultimi tre anni, anche senza gli emendamenti alla Costituzione, si è vissuti in un sistema del genere. Il Presidente del Consiglio è anche segretario del Partito di maggioranza relativa che con pochi voti ha ricevuto un premio di maggioranza giudicato “abnorme” dalla stessa Corte Costituzionale. Ha goduto, quindi, di una fortissima maggioranza alla Camera dei deputati e ha attratto al Senato chi, eletto in altri partiti, ha ritenuto utile e opportuno sostenere il premierato di fatto instaurato. Di conseguenza, il Governo ha goduto della massima stabilità e di tutti gli strumenti per rispondere a tendenze e a tensioni del ciclo economico provenienti dal resto del mondo, e anche dall’interno del Paese.

Forse perché gli emendamenti alla Costituzione sono stati una grande arma di distrazione di massa, da distrarre l’ Esecutivo da quello che lo stesso Presidente del Consiglio aveva presentato come suo obiettivo primario (il rilancio dell’economia), l’andamento di crescita e occupazione è stato tra i peggiori d’Europa (come documentato su queste pagine), ci siamo trovati travolti in una crisi del settore creditizio che i nostri partner sono riusciti a evitare (almeno in parte), non abbiamo assolto alla nostra stessa legge costituzionale rinforzata sul consolidamento della finanza pubblica, il debito pubblico è cresciuto e minaccia non solo l’Italia ma l’intero sistema finanziario europeo.

A fronte di un’esperienza così disastrosa viene il dubbio che il premierato, vero o surrettizio, non sia affatto lo strumento istituzionale essenziale per rispondere alle esigenze dell’economia globalizzata. Oppure che non si sia proprio fatta una politica economica adeguata. 

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