FINANZA E REFERENDUM/ Il salasso (pronto) dopo il 4 dicembre

- Ugo Bertone

Il referendum si avvicina e sulla Borsa italiana sembra esserci una situazione non allarmante. Ma, spiega UGO BERTONE, dal 5 dicembre il Paese avrà da affrontare il problema delle banche

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Monte dei Paschi di Siena (Foto: LaPresse)

Le Borse di questi tempi amano sorprendere analisti finanziari ed esteri di ogni risma. È successo con la Brexit, che non ha provocato almeno per ora la temuta catastrofe. Clamorosa la smentita delle Cassandre sul fronte americano: il trionfo di Donald Trump, lungi dal provocare crolli, si è tradotto in una marcia trionfale per le Borse Usa, compreso l’indice Russell 2000, dedicato alle Pmi, che in venti giorni ha messo a segno un rialzo dell’11%. Alla faccia dell’accusa al tycoon di aver “tradito” l’America delle piccole imprese a vantaggio dei miliardari di Wall Street.

Anche a Piazza Affari si sta verificando un fenomeno inatteso: i titoli bancari, in palese e drammatica sofferenza soprattutto dopo il monito apocalittico del Financial Times (otto banche in odore di default se dopo il referendum salta il governo), hanno reagito all’insù nelle ultime tre sedute, al punto di trascinare Piazza Affari al top nell’immediata antivigilia del referendum. Un fenomeno curioso che solo in parte si può spiegare con le ricoperture degli speculatori che, come ha sottolineato il numero uno di Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi, hanno comunque lucrato grossi affari con le venite allo scoperto e oggi si ricoprono per evitare sorprese.

Può darsi che sia così. Oppure, più probabile, contano le promesse (o le minacce) di Mario Draghi: chi attacca l’Italia (ovvero l’euro) attraverso Monte Paschi rischia di esser spiazzato dalla potenza di fuoco della Bce. E così, almeno per ora, rimbalzano all’insù i Btp, trascinando con loro le quotazioni delle banche, che in magazzino hanno almeno 400 miliardi di titoli del debito italiano, per giunta protetto dal fatto che, con le ultime aste, il Tesoro italiano ha già completato la raccolta del 2016.

Infine, non va trascurata una tesi più ottimistica: l’economia italiana mostra segni di grande ripresa al punto che, per la prima volta da tempo immemorabile, le previsioni governative, che danno per probabile un rialzo del Pil nell’ordine dell’1% (contro lo 0,8% già stimato) potrebbero essere rispettate. Anche per l’effetto del dollaro forte che ha messo le ali a una parte dell’industria italiana: Fiat Chrysler ha chiuso novembre con un rialzo del 9%, frutto della buona accoglienza dei modelli Alfa oltre Oceano, ma ancor di più dell’avanzata del dollaro. Lo stesso vale per Stm o altre aziende legate al mercato del Nord America: la rivalutazione della moneta Usa lascia presagire un forte miglioramento dei bilanci che verranno approvati nella prossima primavera, speculare alle difficoltà dei titoli di punta della tecnologia Usa che dovranno rimpatriare profitti penalizzati dal calo di euro e yen.

Insomma, non è da escludere che il 5 dicembre, a urne chiuse, la temuta Apocalisse di Piazza Affari non ci sarà. Anche se i sondaggi “confidenziali” delle case di investimento continuano a dare per molto probabile l’affermazione del “no”. Ma da qui a temere l’Armageddon del Financial Times ce ne corre: anche perché il voto avrà un effetto temporaneo. O poco più. Magari in caso di successo del no si vedranno prezzi più bassi, per la gioia degli investitori più arditi che approfitteranno delle condizioni a saldo di Monte Paschi, ma anche di Unicredit. Al contrario, sarebbe un grande errore pensare che la vittoria del sì possa da sola favorire una ripresa degli investimenti nel settore delle banche italiane. La pensa così lo stesso Matteo Renzi: “Dopo il voto – ha detto – andrà ripensata la ristrutturazione del settore”.

Anche lui si rende conto che, per colpa dell’imperizia e dell’ignavia di chi l’ha preceduto (Mario Monti non era certo uno sprovveduto), il sistema resta in condizioni precarie: 360 miliardi di incagli e sofferenze che, in assenza di interventi, rischiano di crescere in maniera esponenziale; oltre mille istituti, per decenni comodo rifugio per i poteri locali, dentro cui spesso si annidano i frutti più perversi del clientelismo e del notabilato; decine di migliaia di sportelli (più delle pizzerie, ironizzano i giornali anglosassoni) in parte resi inutili dall’avanzata del Bancomat e di tecnologie più raffinate. Non basta risolvere le crisi più acute, magari ricorrendo al Qatar (uno dei Paesi più vicini all’estremismo islamico), o “far sistema” obbligando le banche robuste (vedi Intesa o Ubi) a svenarsi per tamponare le crisi attraverso Atlante. In questo modo il sistema Italia rischia di dissanguarsi senza ottenere risultati definitivi.

L’alternativa? Prima o poi, meglio se prima e senza l’imposizione di una grave crisi politica, si dovranno prendere in considerazione altre soluzioni: un bail-in per metà della ricapitalizzazione e soldi pubblici per l’altra metà come consentono le norme europee. Senza nascondersi l’amara realtà che non tutte le banche riusciranno a sopravvivere, e che servirebbe evitare di ammazzare le parti sane del sistema, accollando loro oneri di salvataggi senza speranza. Infine, se serviranno molti soldi, anche il fondo salva-stati potrà servire. 

Un salasso per i risparmiatori? Certo, non sarà una passeggiata. Ma non è che la “conversione volontaria” delle obbligazioni Mps sia una soluzione più amichevole o propizia per il Paese. Come insegna l’esempio spagnolo, l’economia potrà accelerare solo quando potrà contare su banche sane, non salvate da cerotti o pannicelli. Sarà questa la sfida del coraggio con Renzi o magari qualcun altro.

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