BREXIT/ La sfida della May che fa male alla Germania

- Paolo Annoni

Theresa May ha fissato per il 29 marzo 2019 la data di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Una sfida aperta alla Germania, spiega PAOLO ANNONI

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Theresa May (Lapresse)

La scelta di una data per la Brexit ha riportato al centro dell’attenzione la decisione con cui gli inglesi, grazie a un referendum, hanno optato per abbandonare l’Unione europea. Negli ultimi mesi si è cristallizzata una scuola di pensiero che ritiene questa decisione un errore clamoroso; la tesi è che la Gran Bretagna abbia abbandonato l’unico progetto possibile nel medio-lungo termine al di fuori del quale si è troppo piccoli per lo scenario globale e soprattutto si sia condannata a una semi devastazione economico-finanziaria. Per capire cosa sia la Brexit l’unica domanda che vale la pena farsi è a quali condizioni questa scelta si riveli vincente e decidere se queste condizioni siano realistiche o no.

La scommessa ovvia della Brexit è “contro” l’Unione europea; non tanto perché ci sia qualcuno che pensa di metterla in crisi con l’uscita, ma perché si valuta il progetto come perdente nel medio-lungo termine. Quello che sappiamo per certo è che finora l’euro ha prodotto una divaricazione delle performance economiche tra centro e periferia e una cessione di sovranità da Paesi deboli a Paesi forti. Questo fenomeno non è un accidente della costruzione o frutto di una sua applicazione imperfetta, ma è strutturale. L’euro toglie ai singoli stati la possibilità di emettere asset sicuri e gli impedisce qualsiasi svalutazione; questo significa che in un momento di crisi il singolo Stato assiste impotente a un deflusso di capitali verso le istituzioni ritenute sicure. Siccome guadagniamo in euro possiamo comprare titoli di stato tedeschi e metterli in una banca tedesca. Il singolo Stato, soprattutto quello debole, non riesce più a “lavorare” per salvaguardare la propria economia e i propri cittadini. Il presupposto è che gli italiani hanno deciso che non si possono fidare del loro governo ed è meglio che ci pensi l’Europa.

Un articolo pubblicato sul Financial Times mercoledì ci aiuta a capire in cosa si traduca questa mutazione. La cacciata di Berlusconi nel 2011, un presidente eletto democraticamente, a opera delle élites europee è stata possibile perché l’Italia è un membro dell’euro. Lo spread è esploso, complice la Bce che tre mesi dopo lo faceva rientrare, e i capitali hanno abbandonato il Paese. Se l’Italia avesse avuto la lira, la capacità di resistere alle pressioni “estere” sarebbe stata molto superiore. La Bce, in pratica, decide chi ha diritto di governare nei Paesi deboli e in crisi decidendo se aprire o meno la borsa; Monti va bene perché fa l’austerity, Berlusconi no.

Che la Bce agisca come garante della “costituzione” europea non è un accidente della costruzione, ma una sua parte fondante. La Bce agisce per evitare derive autoritarie o “sovraniste” dei suoi membri. Questo avviene con un meccanismo che prescinde da un controllo democratico, dato che il Parlamento europeo dove ogni cittadino europeo conta per uno indipendentemente dalla nazionalità non conta nulla.

Gli inglesi stanno vedendo due fenomeni: il primo è una divaricazione crescente delle performance economiche tra centro e periferia, il secondo è un intervento sostanziale delle istituzioni europee sulle democrazie dei singoli stati. Questo avviene perché in Europa i cittadini tedeschi o francesi sono più uguali di quelli italiani, dato che i loro governi che controllano le istituzioni europee hanno come interesse prioritario quello nazionale. L’epilogo italiano viene sempre più spesso citato sui giornali di lingua inglese come esempio di un Paese “fregato” dall’Europa. Il caso Monti è diventato di scuola. Nessuno ha niente contro l’integrazione europea in linea teorica, ma il processo non è “onesto” perché la cessione di sovranità non avviene da Paese a Europa, ma da Paese a centro franco-tedesco che persegue i suoi interessi. In questo scenario per un italiano o un greco la scelta più razionale all’interno dell’attuale costruzione europea è imparare il tedesco e trasferirsi in Baviera prendendo la cittadinanza oppure aprire un ristorante al mare per servire i clienti tedeschi.

Torniamo alla Brexit. Il trattamento riservato all’Italia con Monti o alla Grecia sono la causa della Brexit. Il trasferimento di capitali, di imprese e di italiani qualificati da Italia a centro è la conseguenza naturale di un sistema per cui lo Stato italiano è reso impotente e perché dall’Italia non si può votare per un politico che possa influenzare un bilancio europeo. Bilancio che tra l’altro rimane ancorato alla fallimentare austerity che non segue nessuna delle altre macro-aree economiche globali.

Nel lungo periodo è la Brexit a minacciare il centro europeo e non l’opposto. La Brexit minaccia il centro europeo perché toglie una gamba e soprattutto perché crea un’alternativa. Se un italiano per trovare lavoro deve comunque lasciare l’Italia e andare in un pezzo dell’Europa core e se un’impresa per avere aiuti e pagare tasse normali deve comunque trasferire la sede e se lo status di cittadino europeo comunque non garantisce diritti democratici sostanziali a quel punto tra Francoforte e Londra non c’è nessuna differenza. Anzi, a Londra si parla una lingua studiata a scuola. L’ostilità tedesco-europea nei confronti della Brexit non potrà che aumentare tanto più l’ipotesi si farà credibile, perché la minaccia è reale non per gli inglesi, ma per i tedeschi e per tutta la costruzione europea e soprattutto per chi ne controlla le istituzioni.

Non sarebbe così se l’Europa fosse una democrazia che però non è e non sarà non per colpa degli italiani, ma per chi non vuole cedere il potere. Fissare una data precisa per la Brexit è un atto negoziale che verrà percepito per quello che è e cioè per la minaccia di un concorrente; la reazione “europea” ne sarà la testimonianza. Noi italiani dovremmo essere per l’Europa se fosse quella che ci dicono, ma in realtà a queste condizioni siamo solo spettatori interessati.

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