L’UE BOCCIA LA MANOVRA?/ Ecco cosa può succedere all’Italia

Secondo il commissario Oettinger, la Commissione europea boccerà la manovra presentata dall’Italia. Cosa potrà quindi accadere a quel punto? Ce lo spiega PAOLO ANNONI

18.10.2018 - Paolo Annoni
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LaPresse

La Commissione europea boccerà la manovra italiana; così ha detto ieri il commissario Oettinger. Quello che è interessante, visto che non era il caso di farsi particolari illusioni, è cosa succede adesso. Scusateci, davvero, per la brutalità della sintesi che proviamo a fare, perché altrimenti ci sarebbe da riempire un’enciclopedia. L’Europa, come scriveva Codogno sulle pagine del Financial Times di tre giorni fa, è sostanzialmente senza poteri (“toothless”) e i “mercati finanziari sono l’unica diga contro le politiche irresponsabili”. In realtà non è esattamente così, nel senso che l’Europa potrebbe come ultima “difesa” imporre sanzioni contro l’Italia; il problema è che siamo in un terreno inesplorato perché non sono mai state comminate.

Non solo, quando nel 2003 Francia e Germania hanno violato il limite del 3% (ci ricorda puntualmente il quotidiano dei populisti, il Financial Times) hanno ottenuto che l’unione sospendesse il meccanismo delle sanzioni. È un peccato originale della costruzione europea che oggi diventa un macigno. Ricapitoliamo: lo scontro tra Italia ed Europa si può “risolvere”, come estrema ratio, nell’imposizione di sanzioni contro l’Italia; il problema è che queste sanzioni non solo non sono mai state comminate contro nessuno, ma ci sono già precedenti “illustri” di mancato rispetto dei parametri di Maastricht. Possiamo quindi escludere che l’Europa dia avvio alle sanzioni? No, ma possiamo dire che aprirebbe una fase di tensioni politiche eccezionalmente gravi in cui, forse, l’Italia si troverebbe meno isolata di quanto possa oggi apparire.

Il Governo italiano, certamente in un modo sgangherato e forse anche inopportuno, sta ponendo una questione che va al cuore dell’attuale sistema europeo per diverse ragioni tutte fondamentali. La prima ragione è che l’Europa è impreparata, da un punto di vista di regole e procedure, contro la ribellione di uno Stato membro. Al punto che l’unica vera arma come ci ricordava Oettinger qualche settimana fa sono i “mercati”. Ma questi “mercati” non sono altro che una banca centrale che per ragioni che possiamo ritenere giuste o sbagliate toglie l’ombrello alla speculazione che si accende, anche perché si fa capire chiaramente che quell’ombrello non c’è più. Quindi la guerra all’Italia avviene con armi non convenzionali e non all’interno delle istituzioni semplicemente perché quelle istituzioni sono impreparate. Questo atteggiamento è distruttivo da entrambe le parti.

Veniamo a questo secondo punto. Perché le istituzioni europee sono impreparate? Sono impreparate perché il processo di integrazione europea, di condivisione di onori e oneri, non si è mai completato. Rimangono sul tavolo tutte le contraddizioni di un progetto che oggi è oggettivamente disfunzionale. Su questa questione continuiamo fino allo sfinimento a sottolineare come ci sia una ampissimo consenso che coinvolge anche gli europeisti più sfegatati. Sintetizziamo ancora una volta brutalmente e ci scusiamo di nuovo: come può sopravvivere un’unione monetaria senza alcun meccanismo di redistribuzione interna?

Terzo punto. Queste contraddizioni si devono risolvere in un modo o nell’altro. E questa è la vicenda più interessante di tutte. “L’austerity” appare incomprensibile e lunare non solo in qualsiasi altro posto che non sia l’Europa, ma persino in ampie fasce dell’Inione europea. Prendiamo per esempio quanto messo agli atti dal socialista Hollande (anche lui un “fascio-populista”?) nel 2012: “La gente ha scelto di rinegoziare i trattati fiscali: non è la Germania che decide per tutta l’Europa”. Perché i Paesi più indebitati sono costretti a politiche fiscali restrittive con parametri predeterminati anche in fase di grave recessione globale? Parametri che naturalmente penalizzano i più poveri e indebitati e premiano i più ricchi e meno indebitati. Questo si genera perché in Europa manca qualsiasi valvola di sfogo alla differenza di performance economica al suo interno. L’unica valvola di sfogo che ci sarebbe, il mercato unico del lavoro, funziona malissimo perché ogni Paese ha la sua lingua, perché alcuni popoli non emigrano (gli italiani sì e i francesi no, per esempio, e non c’è assolutamente niente di male nel secondo caso) e perché quando sommersi i sistemi reagiscono alzando barriere. Prendiamo come esempio le vicende di cronaca sugli irrigidimenti tedeschi su questa questione o più banalmente sulla Brexit votata anche contro gli immigrati “europei”.

L’austerity non è un problema solo italiano, ma anche greco, portoghese, spagnolo e, udite udite, francese. La Francia, e ha fatto benissimo ed è stata bravissima, ha avuto uno status privilegiato in virtù del suo peso politico messo sul tavolo delle trattative con la Germania.

Il Governo italiano quindi, in modo sgangherato, pone una questione, quella dell’austerity e quella dell’integrazione europea con relative sanzioni, che va al cuore dell’attuale costruzione europea, della sua politica economica e dei suoi rapporti di forza. Su questo punto è possibile che si apra una frattura più ampia e diffusa dell’attuale “Italia contro tutti”. Si aprono tre scenari: l’Europa si piega. Vuol dire che Germania e alleati si piegano. Molto molto difficile. Secondo scenario: l’Italia si piega, l’Europa si dota di meccanismi di imposizione più “forti” e si completa il processo di colonizzazione del centro sulla periferia. La variabile impazzita in questo scenario è la Francia. Riuscirà a mantenere uno statuto “speciale”? Non è banale perché al netto del suo peso politico con relativi benefit sul deficit la Francia non riesce a giocare nel campionato della Germania. Terzo scenario: l’euro si spezza. L’unica costante sono i “mercati” su cui si combatte questa guerra perché l’Europa non ha altra arma se non quella di lasciare la speculazione libera.

L’Italia fuori e dentro l’Europa ha una sola grande riforma da fare che è quella dell’amministrazione pubblica, completamente fuori controllo, incluso il sistema giudiziario; è una questione epocale su cui hanno fallito i governi degli ultimi 30 anni, così come l’incapacità di pensare politiche economiche di lungo termine e ampio respiro. Questo è il problema insieme a quelli imposti dall’austerity e da un’Europa senza democrazia in cui diventa sempre più popolare la difesa di poteri non soggetti e determinati dal voto come argine contro “il populismo” e “l’ignoranza” degli elettori. Un approccio vincente sul breve, e forse anche sul medio periodo, ma più complicato da sostenere nel lungo termine.

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