PROCEDURA EVITATA/ Rinaldi: l’Italia resta sotto commissariamento dal ‘92

Hanno vinto ancora una volta i regolamenti, ma la questione è: l’Ue non dovrebbe tutelare i cittadini e l’economia reale, a cui i decimali non interessano affatto?

20.12.2018 - int. Antonio Maria Rinaldi
Giuseppe Conte con Jean-Claude Juncker (LaPresse)

“La soluzione sul tavolo non è ideale, non dà una soluzione a lungo termine per i problemi economici italiani, ma ci consente di evitare per ora di aprire una procedura per debito, posto che le misure negoziate siano attuate pienamente”. Con queste parole il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha spiegato perché Bruxelles ha deciso di non avviare la procedura per debito eccessivo nei confronti dell’Italia, dopo l’accordo raggiunto ieri. In pratica, la Commissione, alla luce delle misure addizionali trovate dall’Italia per un ammontare di 10,25 miliardi, avrebbe deciso di soprassedere in attesa di ulteriori verifiche, per tornare a fare il punto della situazione a gennaio, una volta che la legge di Bilancio sarà stata approvata dal Parlamento. “E’ una vittoria del dialogo politico che la Commissione ha preferito rispetto allo scontro”, ha commentato Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, mentre il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Senato ha voluto ribadire che “in queste settimane abbiamo lavorato per avvicinare le posizioni senza mai arretrare rispetto agli obiettivi che ci hanno dato gli italiani con il voto del 4 marzo”. A questo punto, dopo la decisione, ha vinto la Commissione Ue o ha vinto il governo Conte?
“Non so se ha vinto la linea Conte o se ha vinto l’Unione europea – risponde Antonio Maria Rinaldi, professore di Finanza aziendale all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Pescara ed economista vicino a Savona -. Una cosa è certa: i cittadini cominciano a capire che votare non conta più nulla, secondo i meccanismi europei”.

Perché dice così?

I cittadini italiani che sono andati a votare il 4 marzo si aspettano che un governo metta in atto i provvedimenti su cui ha basato la propria campagna elettorale. Valuteranno la bontà o meno delle scelte fatte nelle urne, se il governo riuscirà a porle in essere. A loro non interessano i decimali, interessa che quelle promesse ribadite nel Contratto di governo siano realizzate pienamente, perché è il momento di andare incontro alle esigenze dei cittadini e dell’economia reale. Le regole europee si sono dimostrate fallimentari: non a caso siamo l’ultimo Paese in Europa per tassi di crescita, abbiamo assistito a un aumento massiccio delle persone in stato di povertà e non riusciamo a rilanciare l’occupazione.

Ma Moscovici ha parlato di “vittoria del dialogo” e Conte al Senato ha ribadito che “non abbiamo tradito le promesse fatte ai cittadini”.

Secondo me, è la vittoria dei regolamenti. La Francia, dopo aver approvato una manovra con il deficit al 2,8%, di cui l’1% legato a misure straordinarie, ha subìto le massicce proteste dei “gilet gialli”, che hanno costretto Macron a cedere su alcune loro richieste, ipotizzando nuove misure quantificabili in una decina di miliardi. Il che significa che quel 2,8% programmato diventerà non meno del 3,5%. Paradossalmente questa revisione non verrà presa in considerazione dalla Commissione finché non sarà discussa e approvata. E’ ancora nelle intenzioni e quindi non è considerata uno sforamento. I francesi con un sotterfugio potrebbero ottenere quel che l’Italia non ha potuto avere.

Alla Ue la manovra italiana non piace, ma se ne fa una ragione. Evitiamo la procedura, ma la Commissione “rimane vigile e segue da vicino l’Italia”. Siamo sotto commissariamento mascherato?

Noi siamo, di fatto, sotto un commissariamento palese, non mascherato, dal 7 febbraio 1992, cioè dal momento in cui è stato firmato il Trattato di Maastricht. Più o meno abbiamo sempre dovuto fare tutto ciò che ci veniva imposto dall’Unione europea e tutte le volte che ci siamo discostati sono arrivati tuoni e fulmini. Lo sanno bene i governi precedenti, lo stesso governo Monti era una sorta di commissariamento diretto della Ue. E gli effetti li abbiamo amaramente sotto gli occhi. Il nostro è un governo che tenta di cambiare i paradigmi della governance europea, ma – guarda caso – è l’unico governo in Europa che non è rappresentato nei due maggiori gruppi europarlamentari, il Ppe e il Pse. E questa anomalia fa capire tante cose.

Giunti a questo punto, con gli occhi della Commissione puntati addosso, la manovra – come ha ricordato Dombrovskis – va approvata con tutte le misure negoziate. Una manovra blindata, non crede?

A personaggi come Dombrovskis va ricordato che il suo Paese, la Lettonia, gode di contributi netti da parte della Ue pagati anche dall’Italia. L’entità di questi contributi netti non cambia mai, ma anche questi contributi concorrono alla formazione del nostro deficit. Quindi, quando Dombrovskis dice che dovremmo fare meno deficit, visto che i soldi alla sua Lettonia non si toccano, è come se volesse che tagli e sacrifici riguardassero solo gli italiani. Forse sarebbe il caso di intervenire e tagliare anche questi contributi.

La composizione delle misure, a giudizio della Commissione, desta preoccupazione: reddito di cittadinanza e quota 100 vanno ritardati, come ammoniscono i commissari, o partono nei tempi previsti come ha rassicurato Conte?

Gli italiani hanno votato Conte e non Dombrovskis o Moscovici.

In caso di sforamenti dagli obiettivi di bilancio è previsto un accantonamento di 2 miliardi. Come funzionerà questo meccanismo?

Presumo funzionerà come le clausole di salvaguardia sull’aumento di Iva e accise adottate nel 2011 e sempre rinviate. La mia sensazione è che la Ue si stia incartando sulle sue stesse regole.

In che senso?

La Ue deve tutelare le esigenze dei cittadini e dell’economia reale o tutelare qualcos’altro? E’ la domanda che si pongono tutti e che esige una risposta chiara. Io vorrei sapere se ancora esistono i Parlamenti sovrani oppure se in nome dei Trattati abbiamo dovuto cedere segretamente la nostra sovranità e quindi il Parlamento non serve più a nulla, è solo un passacarte che deve dire sì a ogni richiesta venga formulata da un commissario europeo. Se è così, che lo si sappia. Così non perdiamo tempo e risparmiamo pure sui costi delle elezioni.

(Marco Biscella)

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