FINANZA/ La retromarcia del Governo e lo spettro di Monti sull’Italia

La retromarcia del Governo sul deficit rischia di essere dannosa per il Paese e l’Ue potrebbe cercare di far tornare un esecutivo tecnico in Italia

20.12.2018 - Giovanni Passali
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La Troika all'italiana: Mario Monti, capo del governo dal novembre 2011 ad aprile 2013 (LaPresse)

Davvero incomprensibile la remissività con cui questo Governo, pur di non subire la procedura di infrazione, ha in qualche modo accomodato i propri piani finanziari per arrivare a un deficit previsto del 2,04%. Anzi, appena letto questo numeretto ho subito pensato “ma non sarà un’operazione di marketingmonti? Non sarà che ora stanno comunicando questo 2,04 in modo da farlo sembrare parente del 2,4 comunicato in precedenza e lasciar sottintendere che non è cambiato nulla, in fondo?”. Ma quello che mi preoccupa sinceramente è che questa cifra ridicola di deficit non sarà mai sufficiente a qualsiasi tipo di ripresa vera. In altre parole, col 2% di deficit non si va da nessuna parte.

Con un governatore della Bce alla scadenza del mandato e con personaggi politici europei tanto indeboliti dai continui rovesci politici e sociali sul piano interno, quale occasione migliore vi poteva essere per opporsi duramente alle richieste di Juncker e imporre le proprie scelte, se non addirittura ampliarle? Oltretutto stiamo parlando solo di numeri previsti: ma cosa succederà se, come sembra, l’economia internazionale rallenterà e le esportazioni diminuiranno? Succederà che quei numeri sul deficit diverranno carta straccia e tutti daranno la colpa all’attuale Governo.

Nel frattempo l’indrottinamento dell’ideologia liberista prosegue. Draghi si è presentato a Pisa per ritirare un PhD honoris causa e ha colto l’occasione per propinare una ricostruzione storica che ha dell’incredibile. Ha iniziato dicendo che ora le cose vanno meglio perché prima le decisioni rilevanti di politica monetaria erano prese in Germania, mentre ora sono partecipate da tutti (ma tutti chi? I banchieri centrali non eletti dal popolo?). Ha poi affermato che “uscire dalla moneta unica non garantisce più sovranità” e per corroborare questa affermazione ha proseguito dicendo le svalutazioni italiane degli anni 80 e 90 hanno prodotto danni sociali altissimi.

Queste affermazioni sono assurde perché si riferiscono a un periodo (quello dopo il divorzio tra Tesoro e Bankitalia e poi dopo Maastricht) nel quale la lira era già ingabbiata nel serpentone e la svalutazione non è arrivata per scelta politica, ma per un preciso attacco speculativo (dello speculatore Soros, nel ’92) che ha tratto la propria forza proprio dal fatto che la lira aveva un valore di cambio non naturale, ma forzato dalle politiche monetarie concordate.

Al di là del riferimento storico sbagliato, occorre comprendere che il ragionamento assurdo è nell’idea che si riprenda la sovranità monetaria e poi non la si utilizzi: ovviamente questa deve essere utilizzata, proprio come fa la Bce, con la “piccola” differenza di usarla a favore dello Stato (cioè dei servizi sociali) e a favore dell’economia reale. Quindi non si tratta di escludere le esigenze del sistema bancario, ma si tratta di smetterla di tenere conto unicamente delle esigenze del sistema bancario, come fa la Bce con pessimi risultati.

La gravità delle menzogne è tale che Draghi è arrivato ad affermare che “il commercio intra-Ue ha accelerato, salendo dal 13% in rapporto al Pil nel 1992 al 20% di oggi”. Eh già, ma qualcuno riesce a indovinare, dopo dieci anni di surplus oltre le regole comunitarie, chi ha beneficiato di più di questo aumento? Sì, proprio la Germania, che è a quota 22% mentre la Francia è all’8%, l’Italia al 7,4% la Spagna al 5,6%. In sostanza l’Ue ha ampliato le differenze: bel risultato. Questi risultati sono visibili sul sito ufficiale dei dati statistici di Eurostat. Quindi sono dati che Draghi conosce benissimo.

La mia perplessità sulla remissività del nostro Governo è rafforzata dalla considerazione che i propugnatori di queste ideologie monetariste non hanno patria, non hanno un popolo che li sostenga, neppure in Germania: infatti, anche lì l’applicazione dell’austerità sta portando a un diffuso malcontento. E gli economisti si interrogano, mettendo in discussione proprio la bontà dei surplus realizzati dal loro Paese. Recentemente lo ha fatto anche Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l’economia internazionale presso l’Ifo, principale think tank economico tedesco: “Il surplus commerciale della Germania si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all’interno dell’Unione europea. Il surplus sta diventando tossico e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa”.

Ora, se lo dicono in Germania tutto va bene e tacciono, nessuno obietta in Europa. Se invece un simile dibattito viene detto da qualcuno dell’attuale Governo italiano, allora Draghi si permette di pontificare contro i “populisti” e contro “questi keynesiani alle vongole parlano tanto di sovranismo”. Ma fuori della Germania le riflessioni sono ancora più dure, arrivando a ricordare che a portare al potere la dittatura in Germania non è stata l’iperinflazione di Weimar (anni Venti del secolo scorso) anche perché la tempistica storica non collima; fu invece la deflazione portata successivamente da Bruening. Quindi questo malsano pregiudizio a favore dell’austerità deve finire, altrimenti prospera il fascismo. Questo è il contenuto di articoli diversi, apparsi sul The Guardian e sull’Economist.

La mia preoccupazione è che i fanatici delle politiche liberiste (per loro) e dell’austerità (per noi) facciano in qualche modo cadere questo Governo e facciano in qualche modo imporre un esecutivo tecnico e una politica di austerità con relativo taglio degli stipendi pubblici “per diminuire il debito”: proprio quello che fece Bruening nel 1931 e che portò ad avere 7 milioni di disoccupati in Germania e il partito nazista da 8 a 107 deputati eletti nel 1933. E questo è quello che potremmo chiamare “la cura Monti”, cioè l”idea ossessiva dell’austerità per contenere il debito, ottenendo però esattamente l’opposto con un aumento del debito in un solo anno mai riscontrato nella storia recente (dal 120 al 130%). A quel punto l’italiano esasperato sarebbe capace di voltare qualsiasi cosa, pur di riavere un minimo di speranza per il futuro tramite un qualsiasi lavoro per l’immediato.

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