SCONTRO UE-ITALIA/ Perotti: i Paesi del Nord sono pronti a fare a meno di noi

L’Italia è percepita da molti nel Nord Europa come un Paese di cui sarebbe meglio fare a meno, spiega ROBERTO PEROTTI. Un elemento da non sottovalutare in questi giorni

26.10.2018 - int. Roberto Perotti
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LaPresse

La Legge di bilancio italiana è stata tra i temi di un colloquio telefonico tra Angela Merkel e Jean-Claude Juncker. Difficile dire come si risolverà lo scontro tra Italia e Commissione europea sulla manovra. Lo stesso Mario Draghi, nella conferenza stampa seguita alla riunione del board della Bce, ha del resto detto che “anche l’Italia, come Brexit e la guerra commerciale, è fra le incertezze per lo scenario economico dell’Eurozona”. Il Presidente dell’Eurotower ha aggiunto di essere fiducioso sul fatto che “un accordo sarà trovato”. Chi farà il primo passo? «Il Governo non arretrerà, per due motivi», ci dice Roberto Perotti, Professore di Economia politica all’Università Bocconi di Milano.

Quali?

Crede veramente in questa manovra (secondo me sbagliando, ma questo è irrilevante). E soprattutto ha ogni interesse di andare allo scontro, per presentarsi agli italiani come il Governo che difende la manovra popolo contro i tecnocrati europei e i plutocrati della finanza internazionale. L’atteggiamento della Commissione europea non aiuta (o aiuta molto il Governo, a seconda dei punti di vista). Anche se, ripeto, sono molto critico di questa manovra, a sentire la conferenza stampa di Moscovici si direbbe che passare dall’1,8% al 2,4% di disavanzo rappresenti qualcosa di inaudito nella esperienza europea, e che con questo piccolo aumento tutto a un tratto il debito pubblico italiano sia diventato insostenibile. 

Secondo lei c’è una delle due parti che può dirsi completamente dalla parte della ragione?

Come sempre in questi casi, ovviamente no. Il Governo ha ricevuto un mandato popolare per una certa manovra. Ha ragione nel dire che il popolo ha democraticamente deciso di cambiare gli impegni con l’Europa presi dal Governo precedente. Un popolo sovrano deve poter cambiare gli impegni: a mio parere questo cambiamento di rotta tra poco si ritorcerà contro il popolo che l’ha voluto, ma rimane un suo diritto di cambiare. Gli altri paesi europei sostengono che se ogni volta che cambia un Governo gli impegni precedenti diventano carta straccia, allora è inutile prendere impegni. E anche loro hanno ragione. È un problema senza soluzione. 

Siamo di fronte a una situazione inedita e anche particolare visto che la Commissione che giudica l’Italia non ci sarà più tra pochi mesi e che a fine anno terminerà il Qe della Bce. Secondo lei cosa dovrebbe fare l’Italia? 

Se mi sta chiedendo cosa dovrebbe fare questo Governo, ovviamente la domanda è oziosa. Se invece mi sta chiedendo cosa farei io se avessi un mandato per attuare le mie politiche preferite… Farei un programma contro la povertà ben studiato e ben attuato, partendo dal reddito di inclusione ma potenziandolo. Non farei la riforma della Fornero, ma mi rendo conto che un qualche intervento nel clima politico attuale è inevitabile. Farei una spending review seria su tutta la linea, consapevole che l’unico modo per venderla è che richieda sacrifici a tutti, ma proprio tutti, quelli che se li possono permettere. Con i risparmi abbasserei le tasse, semplificandole invece che intervenendo con mezzo miliardo qui e mezzo là. E poi cercherei di affrontare il nodo di una riforma seria della giustizia, una cosa radicale e non i pannicelli caldi che i ministri della Giustizia e le varie lobby di avvocati e magistrati hanno sempre proposto finora. Il problema numero uno in Italia è la sicurezza e la percezione di illegalità, non lo si risolve senza una riforma della giustizia. 

Giuseppe Conte, in un’intervista a Bloomberg, ha detto che l’Italia è pronta anche a fare una spending review, se necessario. Cosa ne pensa?

Ci crederò quando la vedrò. Ma il prodotto finale, non la commissione e relativi commissari. Di questi ne abbiamo già viste parecchie. 

Moscovici ha detto di aver apprezzato le parole di Tria sul fatto che il posto dell’Italia è nell’euro e nell’Ue. In un articolo su Repubblica lei ha però scritto: “La realtà che nessuno vuole discutere apertamente è che il vero rischio non è quello di un’uscita dall’Italia dall’euro, ma un invito all’Italia a uscire dall’euro”. In quale forma arriverebbe questo “invito”?

Francamente la retorica tipo “l’Italia Paese fondatore non può fare a meno dell’Europa”, “l’Europa non può fare a meno di un Paese fondatore”, “il posto dell’Italia è nella Ue”, ha stancato. Il 99,9% dei cittadini europei non sa quali siano i Paesi fondatori dell’Europa, ed è giusto così. Quello che conta sono i fatti di oggi, non chi ha messo una firma 60 anni fa su un pezzo di carta. Io dico: stiamo attenti, l’Italia è percepita da molti nel Nord Europa come un Paese politicamente instabile, con un alto debito pubblico e, ora, anche con un Governo che non è chiaro quanto si renda conto di cosa sta facendo. Una combinazione esplosiva di cui, che ci piaccia o no, molti Paesi farebbero volentieri a meno. Che l’Italia sia la terza economia dell’euro e altre frasi fatte del genere è irrilevante. 

Rispetto a questa sua posizione, tenendo conto delle parole pronunciate in passato da Draghi, sarebbe realmente possibile per un Paese (tra l’altro grande come l’Italia) uscire dall’euro? E con quali costi?

Tutto è possibile. Qualunque cosa dicano i trattati, se la maggioranza di un Paese vuole uscire dall’euro, come si fa a proibirglielo? Si mandano i carri armati? Chi dice che il problema non si pone perché l’Italia non può uscire dall’euro vive su un altro pianeta. Ovviamente i costi sarebbero enormi. Nel breve periodo, le banche chiuderebbero, i cittadini cercherebbero di portare i risparmi all’estero, ecc. I no-Euro (e ce ne sono tanti, anche in questo Governo) si illudono di poter governare questa transizione e di poterne minimizzare i costi. Ma anche se ci riuscissero, poi ci sono i costi di lungo periodo. Chi vuole uscire dall’euro oggi lo fa per avere una banca centrale italiana che possa comprare debito pubblico italiano a piacimento dei politici. Vorrebbe dire un ritorno ai bilanci pubblici allegri, all’inflazione, e, alla fine, al caos sociale. Anche in questo caso i no-Euro si illudono che non sarà così, che l’Italia improvvisamente diventerà come la Svizzera che ha da sempre una propria moneta, senza inflazione e con pochissimo debito pubblico. Si illudono. L’Italia non è la Svizzera, e se esce dall’Euro è esattamente per poter stampare moneta. La storia (italiana e non) ci insegna che prima o poi questi esperimenti finiscono in lacrime e sangue. 

(Lorenzo Torrisi)

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