DECRETO FISCALE 2018/ Il “contentino” che non aiuta gli italiani vessati dal Fisco

- Andrea Vittorino Lagravinese

Dopo il caos che ne è scaturito, il Decreto fiscale modificato è stato firmato dal Capo dello Stato. Il provvedimento non è però così epocale come si pensa. ANDREA LAGRAVINESE

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Dopo il caos di queste settimane generato nella maggioranza e nel Governo (manine, accuse, smentite, riconferme, ecc.) sulla definizione e attuazione di legge della “Pace Fiscale”, il Presidente Sergio Mattarella ha firmato il decreto fiscale martedì scorso. Il testo è arrivato al Quirinale dopo l’ok della Ragioneria Generale dello Stato e dopo l’ultimo passaggio chiarificatore nel Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Questo ulteriore capitolo della complicatissima manovra economica per il prossimo anno perviene al Quirinale dopo la modifica voluta, o per meglio dire, risicata qua e là (nella speranza di accontentare le varie correnti e schieramenti politici) dall’esecutivo. Così il disegno è arrivato a destinazione, in sede di conversione del decreto, con «una formulazione adeguata a tutti i contribuenti che versano in situazioni di specifiche, oggettive, difficoltà economiche». 

Le novità rispetto alla formulazione originaria si possono riassumere così di seguito: si allarga il condono vero e proprio (cioè lo sconto anche sui tributi dovuti) anche a coloro che hanno una cartella non liquidata e non solo a chi integra la propria dichiarazione dei redditi. La variazione iscritta, come ha spiegato Conte, contiene prima di tutto, la “rottamazione ter”, e cioè l’aumento dei tempi per pagare le rate (fino a 5 anni) e una possibilità di estendere i debiti verso Erario, che si possono rottamare; in più, l’eliminazione delle mini-cartelle maggiormente antiche negli armadi dell’ex Equitalia, quelle tra il 2000 e il 2010, sotto i 1.000 euro. 

Intanto si annovera un condono riguardante i debiti derivanti dagli accertamenti fiscali del 20%. Poi ci sono le sanatorie flash: rimane l’opzione per chi ha già compilato il modello 730 o l’Unico di fornire una “dichiarazione integrativa speciale” che permetterà di dichiarare fino al 30% in più di quanto già comunicato al Fisco, con un tetto massimo complessivo di 100 mila euro di imponibile per ogni anno d’imposta (in teoria fino a 500 mila euro in 5 anni) senza ulteriori sanzioni e interessi. Si potranno, inoltre, risanare Irpef, Irap, ritenute e contributi con lo sconto, pagando il 20% anziché le relative aliquote (per l’Irpef, ad esempio, fino al 43%), mentre per l’Iva si dovrà calcolare l’aliquota media o comunque il 22%. 

La regolarizzazione delle liti poi è un’ulteriore fattispecie: si vuole smaltire il contenzioso nelle commissioni tributarie, consentendo al contribuente di ridurre quanto dovuto, chiudendo subito la causa con il fisco, se lo stesso ha vinto in secondo grado o dimezzare il dovuto in caso di vittoria in primo grado. Queste due voci non si pagano anche per gli avvisi di accertamento, di rettifica, di liquidazione o per gli atti di recupero notificati entro l’entrata in vigore del Decreto legislativo, ma a patto che non siano stati contestati. Per aderire a quest’ultima sanatoria bisognerà essere veloci e fare domanda entro 30 giorni dalla pubblicazione del decreto. 

La sanatoria non si applicherà invece, nel caso di Ivie e Ivage, le due imposte sui redditi e sugli immobili detenuti all’estero introdotte dal Governo Monti: è qui che è nato l’allarme del Movimento 5 Stelle, perché con lo scudo per il riciclaggio si sarebbe potuta aprire la strada all’emersione di capitali di non chiara provenienza. Chi aderirà, altro nodo centrale per M5S, non avrà più protezione per i reati di dichiarazione infedele, omesso versamento di Iva e ritenute e soprattutto per riciclaggio e autoriciclaggio e impiego di denaro o di proventi illeciti legati a quelle condotte, previste nella bozza. Una scelta che, per ammissione dello stesso Premier, «renderà meno appetibile fare la pace con il fisco». 

Tale decreto purtroppo per il Paese è essenzialmente a detta di molti una quasi sciagura e, come si intuiva già all’inizio, sono piovute, da ogni parte, le critiche più nefaste. La Commissione europea, che boccia tutta la nostra manovra economica e pretende un nuovo Documento programmatico di bilancio, asserisce nella fattispecie che “l’introduzione di un condono fiscale (tax amnesty) potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti di chi non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica”. Le opposizioni, che già vedono come una “operazione satanica” la nuova manovra studiata e proposta essenzialmente dal duo Salvini-Di Maio (che fra l’altro pare ultimamente non andare più d’amore e d’accordo), rilevano essenzialmente che essa non rimane dentro i paletti delle direttive europee e questo, secondo i denigratori della manovra di Governo, ci porterà in breve tempo allo sfascio. In più, la maggior parte dei politici e degli economisti di casa ma anche esteri crede fortemente che il “treno Italia” sia condotto da gente inesperta e non adatta governare e questa opinione, sin dall’inizio di questa legislatura, rappresenta un unanime giudizio di inevitabile flop. 

Il nostro parere sul lavoro in generale dell’esecutivo non discosta più di tanto dalla valutazione dei più. Chi è d’accordo con questa rabberciata e atipica maggioranza afferma, quasi a voce bassa, che bisogna lasciarle il tempo di agire, non mettendo per partito preso i cosiddetti “bastoni tra le ruote”. Tuttavia, nello specifico, le soluzioni passate in rassegna in questa famigerata “Pace Fiscale” rischiano di non risolvere nulla. Siamo convinti che non è questo il modo per combattere l’evasione fiscale e aiutare i “poveri cristi” vessati dal Fisco. Il provvedimento, proposto da Conte & C., appare illusorio e di conseguenza inefficace, un contentino che però nasconde un’incapacità, vista anche in passato con altri Governi. Di fatto si recuperano “briciole” in confronto alla grossa “torta” in gioco (la grande evasione fiscale) e poi purtroppo, non potendo in modo assoluto uscire fuori dal baratro posto dalla globalizzazione economica e finanziaria mondiale (lobbies, banche, grandi speculatori finanziari, ecc.), è stato subito lampante che le promesse elettorali di chi ha vinto non possono avere seguito. Infatti, non si possono proporre provvedimenti che pretendono di mutare radicalmente la situazione in atto senza proporre alternative di fatto. 

I pochi provvedimenti presi dai nostri governati, in questi mesi – alcuni sufficientemente equi nel merito – non tengono conto delle inevitabili conseguenze subite dalle persone coinvolte (uomini di ogni razza che fuggono dalla fame e dalla guerra, i nostri giovani che rimangono senza lavoro, i cittadini liguri, ecc.) a cui non si è data un’alternativa concreta in nome di un’illusoria giustizia sociale. 

Occorre renderci conto che il tempo dell’idealismo e della buona politica sociale ed economica è defunto: è necessario rendersi conto che non ci è più possibile farsi pie illusioni di libertà nazionalistiche. Bisogna, come hanno fatto i nostri padri e nonni, dopo la guerra, tirarsi su le maniche, ricostruire tenendo però presente che siamo una nazione schiava, una colonia della globalizzazione: ritroviamo una coscienza di popolo, valorizzando quel che di positivo esiste nel nostro Paese – capacità produttive, risorse moderne e progetti e un grande senso di solidarietà per il nostro prossimo, ecc. – sfruttando al meglio aiuti e nuove idee che vengono da chi ci circonda.

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